DOVE PUÒ ARRIVARE OMEONGA?

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Stephane Omeonga – Genoa – Grafica di Alessio Giannone (Instagram: https://www.instagram.com/alessio_giannone22/)

Ballardini deve ancora parlare quando, dall’altra parte rispetto ai microfoni, escono i calciatori. Tutti quanti sfilano come i vincitori di una guerra di Troia davanti ai giornalisti, con quel nonsoché di superiorità. Mai che qualcuno si fermi con un goccio di sana umiltà a fare due parole, mai che tu non debba estrarre le parole dalle loro corde vocali a mo’ della maieutica più coatta. E poi c’è lui, un ragazzetto del ’96 che con le sue tipiche treccine che lo contraddistinguono passa davanti a te e si esibisce in una pubblica dimostrazione di umiltà. Due parole, un saluto, un semplice colloquio che ben rappresenta un patto non scritto del rapporto tra giornalisti e calciatori: io ti elogio, ma pretendo un minimo di rispetto. Stephane ha l’aria di chi i piedi per terra li tiene incastonati nell’asfalto, la grinta del grande mediano, il carattere di chi è destinato a diventare un grande.

É per questo che si ferma lì accanto a me e mi concede qualche strascico per il giorno dopo, sotto infaticabile attività di copiatura, da parte mia, per riportare ogni singolo segno di punteggiatura in modo fedele all’originale. Noto immediatamente la sua maturità, capisco il perché Ivan Jurić (una volta acquistato dall’Avellino) se lo sia tenuto ben stretto rifiutando ogni eventualità di prestito. Perché Omeonga è un ottimo giovane, ma ancor prima è un uomo. E di questo gli si deve render conto.

Nell’estate del 2015 ha firmato il suo primo contratto da pro con l’Anderlecht, col quale avrebbe raggiunto le semifinali di Youth League nel 2015, battendo ai quarti il Porto per 5-0 e cedendo solo allo Shakhtar poi vicecampione. In quella squadra Omeonga era lo scudiero perfetto per una conoscenza del calcio italiano come il poi clivense Bastien: perno della squadra insieme a Mile Svilar e Aaron Leya Iseka, le qualità di Stephane sarebbero uscite col tempo, prodotto di un territorio forgiato dall’epoca napoleonica (Rocourt, città natale del centrocampista, fu arsenale amico di Bonaparte). Tanta corsa, polmoni da centometrista e un fisico niente male: tutto questo avrebbe convinto l’Avellino a puntarci, nel 2016, attingendo dall’Anderlecht forte di una rappresentanza belga in Irpinia che è la più folta tra tutte le nazionalità mai rappresentate. Motivo in più per convincere i Lupi a sostituire Bastien, finito nell’estate 2016 al Chievo, con l’ex compagno di squadra nella Youth League. Proprio Omeonga. Contratto biennale e via, sarebbe bastata una stagione per prendersi la piazza: 30 partite di Serie B, 22 dall’inizio. Potrei sfoderare la matematica, ma preferisco descrivervi il suo apporto con una semplice considerazione: delle 16 partite perse dall’Avellino quell’anno, ben 7 sconfitte e sole 3 vittorie senza Stephane in campo. Raramente è un singolo a decidere così tanto l’andamento di una squadra, ma il fatto che si tratti di un ’96 ha ingigantito il tutto.

Dopo Izzo e Biraschi, un altro calciatore dall’Irpinia si sarebbe riparato all’ombra della Lanterna. Ora ad Avellino il Grifone ha mandato Morosini e Raul Asencio, sperando compiano la maturazione necessaria a consentirgli un ritorno all’ovile con un surplus di esperienza in più. Già, perché dal serbatoio dei Lupi il Genoa attinge volentieri e spesso a lungimiranza rossoblù paga, eccome. Come nel caso di Stephane, al quale è bastato un solo ritiro estivo per convincere Juric a tenerlo con sé, confermando gli ottimi presagi mostrati tra il Tirolo e la val di Susa. Da quest’anno infatti eccolo presente, partendo da 16’ contro il Sassuolo all’esordio, poi la panchina contro la Juventus e il rientro in campo, per oltre 50’, quando in Udinese-Genoa era stato espulso Bertolacci. Serviva dinamismo, serviva carattere, serviva personalità, che non a caso fa rima con Omeonga.

Dati alla mano, come tutta questa stranissima squadra in questa stagione, Omeonga ha un rendimento migliore lontano dalle mura amiche: in Liguria sbaglia il 17,5% dei passaggi, nel resto d’Italia manco il 13%. Tendenzialmente a carattere psicologico si può dire che sia più sicuro al Ferraris, più scolastico ma anche più estroso (0,6 dribbling a partita), mentre miri alla sostanza quando Juric prima e Ballardini ora gli chiedono di mordere le caviglie avversarie: 1 fallo in media per gara, così come i contrasti in media. Tira poco, ma va detto che in casa mantiene una media voto globalmente migliore (6,31 contro un 6,24 da trasferta). Paradossale, eppure Stephane è giovane e come tutti i giovani sente molto la differenza tra un pubblico caldo a favore e la tiepidezza di una cornice altra, asetticamente compartimentata in modo da guastare la festa a lui e al suo Grifone, più in generale. A livello tattico, tuttavia, il cambiamento sembra averlo sentito. Con Juric aveva soltanto da mettere il suo fisico e la sua corsa a disposizione del 3-4-2-1 atipico, quello in cui una falsa ala (Rigoni o Ninkovic i primi tempi) andava a scoperchiare il lato lasciato libero dagli avversari là dove un Ocampos-Taarabt-Centurion, nelle iniziali intenzioni, andava a martellare pesantemente. Così la sua attività equilibratrice avrebbe fatto in modo di giovare al gruppo, correndo anche per un Miguel Veloso la cui velocità non è mai stata un elemento caratterizzante di questa squadra.

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Era il 24 settembre quando la venue di San Siro conobbe un mix di personalità assurdamente instillato in un giovanotto che magari andava raffinato, sì, ma era sufficientemente bravo da poter ambire a un posto da titolare nel Grifone. Alla fine vinse l’Inter, ringraziando D’Ambrosio, ma l’apporto operato da Omeonga non sarebbe affatto passato inosservato. Inserimenti, i polmoni tipici del maratoneta, piena e completa disponibilità a raddoppiare sulle incursioni centrali degli avversari nerazzurri: solo il gol mancava, dopo che un magistrale intervento di Samir Handanovic gli avrebbe negato la gioia. Alla Scala del calcio, prova imponente fatta di 24 passaggi (il 77,8% dei quali a buon fine) e ben 47 tocchi di palla, ben più di Cofie e meno solo di Taarabt e Veloso, in una posizione per nulla congeniale: trequartista, accanto al marocchino a solo pochi passi indietro rispetto a un Pietro Pellegri che entrerà praticamente mai nel vivo della manovra. Se per il giovane classe 2001 di Pegli sarebbe stata l’ultima occasione, visto che poi Juric avrebbe cominciato la rovinosa caduta culminata col derby malamente perso e l’esonero a favore di Davide Ballardini, per Stephane Omeonga sarebbe tutto stato un crescendo.

Come detto, il quattro novembre è stato giorno di derby. Se è vero che a Genova il significato di una stracittadina è amplificato dal non poter puntare ad ambizioni di scudetto o comunque di piani alti (salvo rare eccezioni), e dunque tendenzialmente si tratta di un match ben più sentito rispetto a Milano, Roma o Torino, Preziosi ha voluto regalare un ultimo banco di prova al mister di Spalato. O vinci contro la Samp e ritardi la fine, oppure finisci trascinato dai cavalli in giro per Genova, a mo’ di zimbello, mentre la Lanterna occhieggia a tinte blucerchiate. Ivan Juric fallirà miseramente nel suo intento, conferma del momento sportivamente pessimo per il Grifone, ma non senza aver osato. E’ 3-4-2-1, formazione tipo, la spinta rabbiosa di Lazovic sulla destra e la grinta del guerriero inca Lapadula in mezzo. Sull’orlo del precipizio non c’è da scherzare, ed è per questo che Juric avrebbe voluto quantomeno togliersi di dosso un derby vincendo il suo primo sulla panchina rossoblù. Tuttavia, spulciando le distinte, non c’è Bertolacci. Bertolacci, quel medianaccio abile negli inserimenti e all’occorrenza pure convertito trequartista, amato dal Ferraris per le sue giocate estemporanee e la rapidità d’esecuzione con la quale aveva, ad esempio, realizzato due gol magnifici contro Atalanta e Milan nella Serie A 2014/15, è in panchina. C’è Rigoni, peraltro, ma Luca gioca insieme a Taarabt da trequartista, rincalzo dovuto alla mancanza di un esterno puro à l’Ocampos, vista la disastrosa operazione Centurion e la poca fiducia tributata al gladiatore crotonese Ricci. C’è, invece, Cofie che è però triste in panchina: forse avrebbe creduto di partire titolare, eppure s’era visto scalzato da uno cinque anni più giovane. “Richi”, secondo nome di Omeonga, era la mossa tattica creata per togliere fosforo alla collaudata mediana doriana. Torreira era una fucina da blindare, Linetty un corridore da fermare. E Veloso, che come detto non è un forsennato maratoneta, da solo non sarebbe bastato.

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E’ con queste premesse che Omeonga, numero 40 sulle spalle come nel 2008/09 il camerunese Louise Parfait (che nella cucina francese è curiosamente un semifreddo), ha giocato una delle sue migliori partite. Ha letteralmente dato tutto, catapultato quasi a sorpresa nella sfida più delicata, da prendere con le pinze, da non sbagliare. What if avesse sbagliato la partita? Sarebbe probabilmente finito in fondo alle gerarchie come un Gentiletti qualsiasi, finito nel dimenticatoio e riportato in auge soltanto quando il sito ufficiale lo ritraeva per sbaglio in qualche foto. Omeonga no, ha accettato la sfida ringraziando Juric della fiducia. Poi s’è messo in campo e, solita prerogativa, ha dato filo da torcere a tutti. Il Genoa perderà malamente la sfida, ma Stephane no: 41 passaggi, tutti nella zona nevralgica del campo, 85% corretti (notare come Rigoni, l’unico che supera il belga per precisione, avesse fatto l’89% ma in soli 19 tocchi!) e una heatmap da paura. Si noti come Omeonga abbia svolto il lavoro che per motivi fisici non si può chiedere al solo Adel Taarabt, visto che storicamente gli esterni del 3-4-2-1 juriciano (e dunque Lazovic a destra, Diego Laxalt sulla corsia mancina) sono chiamati al continuo proporsi e allo stesso tempo sono richiesti in fase di contenimento. Tant’è, il cervello rossoblù l’ha preso questo ragazzo che vuole solo giocare a calcio. Contro l’Inter un suo eccesso di foga gli valse la prima espulsione col Grifone cucito al petto, ma i 177 centimetri non lo hanno comunque ostacolato nel raddoppio su Perisic e nel recar fastidio continuo allo stordito Dalbert. Contro la Sampdoria idem con patate: copertura continua, costante supporto a Izzo, i complimenti del tecnico a fine gara: Non ha sbagliato nulla.

Col treno croato deragliato miseramente, Omeonga ha avuto il coraggio di presentarsi in sala stampa accanto al tecnico. Non solo se ne stava ad ascoltare minuziosamente le critiche pungenti come lance che erano state mosse a un uomo che per forza di cose quella sera avrebbe lasciato il suo Genoa, ma se l’era pure sentita di controbattere prendendo la parola: “Non so cosa sia andato storto, abbiamo fatto una gran partita facendo quello che il mister ci ha chiesto. Chiunque ci vede in campo dice che giochiamo alla grande, non è Juric il problema”. Genova, dopo un derby, è capace di istigare chiunque all’autodistruzione. Quando Vincenzo Montella perse 0-3 l’8 maggio 2016, a Gasperini nessuno poteva rimarcare le contestazioni effettuate in passato e con toni decisi. Tutti si godevano il momento, racchiusi da un imbarazzo tale da pentirsene qualche mese dopo clamando a gran voce il ritorno del tecnico di Grugliasco, mentre Montella si lanciava in una polemica col ds Osti fine a se stessa e utile solo a dar pane ai giornalisti del giorno dopo. Juric allo stesso modo non poteva essere difeso, pur se tutto sommato non aveva tutte le colpe (e ne parlai in questo pezzo, qualche mese fa: LINK https://lagazzettadidonflaco.com/2017/11/07/si-sono-dimenticati-le-lacrime-di-juric/) .

Omeonga, ultimo baluardo del Genoa Juriciano, sembrava destinato alla panchina con l’avvento di Ballardini. Tuttavia, pur non rientrando nelle strette preferenze del tecnico ravennate (che non a caso ha chiesto il rientro dal Panathinaikos del fedelissimo Hiljemark e l’acquisto di Bessa in prestito, per 18 mesi dal Verona), Stephane ha trovato un discreto minutaggio. E’ partito titolare in Coppa Italia contro il Crotone, sfoderando una performance grintosa e un’esibizione di umiltà da lodare (si torni all’inizio del pezzo per chiarimenti), poi ecco la chiamata in campionato: due sconfitte, all’Allianz Stadium e al Ferraris contro l’Udinese, ma non per questo un rendimento meno eccentrico da parte di questo treccinato ragazzo, hipster dentro (forse?) ma acqua e sapone fuori. Giova ricordare come in entrambe le occasioni, da interno di centrocampo, abbia fatto meglio del suo dirimpettaio qualunque esso fosse. Contro la banda Allegri, centrocampo a cinque con Bertolacci centrale e Rigoni sulla destra: Omeonga triplica per palloni giocati e passaggi effettuati l’esperto collega, primeggiando dietro a Taarabt e Spolli per efficacia. Nella sfida ai friulani, Miguel Veloso in mezzo e Andrea Bertolacci allineato a sinistra: Omeonga è penalizzato da una situazione tattica insostenibile (dal suo lato Biraschi, assai meno propositivo di Migliore, ma soprattutto Pandev che per ragioni di compatibilità tecnica con Lapadula era costretto ad accentrarsi spalancando il fianco alle folate di Jankto e De Paul), eppure regge l’inferiorità tecnica con una personalità importante e con soli due falli commessi .

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In conclusione, per rispondere un po’ alla domanda che fa da filo conduttore all’intero pezzo, dove può realmente arrivare Stephane Omeonga? La personalità è di quelle cristalline, forti e sviluppate a discapito della giovanissima età. Il ragazzo non ha paura, si espone a situazioni che potrebbero essere evitate ma del resto affinerà la sua malizia col tempo. Resta la questione titolarità, perché per il momento la bilancia ritraente il centrocampo genoano è instabile. Miguel Veloso è il suocero di Preziosi, ma lungi dal pensare a favoritismi la sua presenza è importante per garantire qualità alla manovra. Restano due posti ai suoi lati, dove Bertolacci sembra in involuzione e Luca Rigoni è un costante punto interrogativo. A gennaio Ballardini aveva chiesto a Perinetti un profilo fisico (Afriyie Acquah? O l’ex Inter Joel Obi?) o un’alternativa a meno (El Conde Guido Pizarro? Oppure Manuel Locatelli?), ma non è stato accontentato e come se non bastasse dovrà risolvere le grane Cofie, che fino all’ultimo doveva partire in direzione Cagliari, e Brlek. Lo spazio per Omeonga sembra ridotto dalle ottime impressioni fornite da Oscar Hiljemark e dalla curiosità gravitante intorno all’italo-brasiliano Daniel Bessa, ma non ditelo al giovane belga perché probabilmente gliene importerà ben poco. E così, tra magliette sudate al Signorini di Pegli e gps impazziti per i km percorsi, ci sarà magari l’occasione di vedere Omeonga più spesso in campo.

PS: In un anno e mezzo il suo valore stimato da Transfermartk è quintuplicato (da 100mila a 500mila euro). Non ci sembrano esser ostacoli che rallentino l’ascesa.

Ergo, plusvalenza is coming. Sooner than you expect…

Articolo a cura di Matteo Albanese

 

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