HONDURAS – EL SALVADOR: LA GUERRA DEL CALCIO

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Molto spesso siamo stati abituati a paragonare il calcio a una “guerra” a una “battaglia”, forse esagerando o forse no, e tante volte ci è capitato di analizzare rivalità partendo dal contesto sociale e politico ma mai come nella storia che andremo a conoscere oggi tutto questo è stato accolto all’ennesima potenza scatenando una vera e propria guerra tra due paesi che si sfidarono prima sul rettangolo verde poi a colpi di fucile…

Honduras ed El Salvador diedero vita alla tragica “Guerra del calcio” una delle rivalità tuttora più sentite del Centro America, dove il calcio fu la scintilla che accese definitivamente il fuoco dell’odio tra le due nazioni. Il futbol in queste zone del mondo non è, e non è mai stato, ai livelli di quello europeo o sudamericano ma da sempre ha moltissimo seguito nonostante il livello dei campionati nazionali e delle rispettive selezioni sia medio basso.

Queste due nazioni del Centro America sino agli anni ’60 del novecento vissero in una situazione di tranquillità dove nessuna rivendicazione territoriale era in grado di scatenare una guerra. In quegli anni gli USA decisero e spinsero per il mercato comune centroamericano utilizzando questa zona soprattutto per la coltivazione. Si decise di utilizzare il dollaro come moneta comune e furono stanziati finanziamenti che per la maggior parte furono destinati ai paesi con uno sviluppo tecnologico maggiore come ad esempio El Salvador. Questo improvviso benessere portò a un boom demografico che provocò carenze non solo alimentari ma anche di “spazio”.Il governo decise quindi di rivolgersi al vicino Honduras caratterizzato da un territorio molto più grande, con terre da coltivare e una popolazione non numerosissima.

Nel 1967 i due governi firmarono la Convezione Bilaterale sull’Immigrazione che garantì la possibilità ai salvadoregni di emigrare in Honduras.

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Queste decisione scatenò la rabbia della popolazione honduregna, che fu appoggiata dal presidente Oswaldo Lopez Arellano il quale per migliorare le condizioni di vita dei propri cittadini ordinò la redistribuzione delle terre in mano ai salvadoregni obbligandoli inoltre ad abbandonare il paese attraverso un provvedimento del 1969. Dopo questa decisione il rapporto tra le due nazioni si trasformò in puro odio e i rapporti diplomatici tra le due nazioni si fecero sempre più tesi.

Proprio in quell’anno in Centro America, come in tutto il mondo, si giocavano le qualificazione per il Campionato del Mondo di Messico ’70 e il  caso volle che nel girone centroamericano si incontrarono proprio Honduras ed El Salvador.

L’andata della semifinale si giocò in Honduras a Tegucigalpa. I calciatori salvadoregni insieme alla federazione decisero di raggiungere il vicino stato solo la sera prima della gara per evitare qualsiasi tipo di ostilità ma così non fu. Gli honduregni sfogarono tutto il loro odio contro i salvadoregni prendendo di mira l’albergo in cui alloggiavano i giocatori, lanciando qualsiasi tipo di oggetto contro le finestre e suonando i clacson delle macchine. La gara fu vinta dai padroni di casa per 1 a 0 con un gol all’89esimo minuto.

Questo gol fu un gol pesante per tutti i salvadoregni ma in particolare per Amelia Bolanos che sconvolta per aver visto la nazionale del suo paese perdere contro gli odiati nemici si sparò al cuore con la pistola del padre diventando, nella tragedia di una famiglia, una sorta di eroina nazionale e fu presa come simbolo della vendetta da tutto il popolo. All’arrivo dei giocatori honduregni per la gara di ritorno il clima si fece tesissimo. L’albergo fu assediato. Un accompagnatore della nazionale che si affacciò alla finestra, morì praticamente lapidato dai lanci di pietra dei salvadoregni. La squadra fu addirittura scortati dai carri armati nel tragitto dall’albergo allo stadio anch’esso circondato dall’esercito. All’inno honduregno uno sciame di fischi quasi assordì i calciatori della selezione che videro inoltre le bandiere del proprio paese bruciare. La gara si concluse per 3 a 0 in favore dei padroni di casa, nel rientro in patria alcuni salvadoregni morirono alla frontiera, altri vennero feriti e più di 100 furono le macchine targate Honduras che vennero bruciate.

Per una assurda regola della CONCAF la qualificazione era prevista per chi delle due squadre avesse ottenuto più punti all’interno della mini-classifica tra di esse. Avendo quindi totalizzato entrambe 3 punti (a causa delle vittorie casalinghe di entrambi) si dovette giocare lo spareggio in campo neutro. Si giocò in Messico all’Estadio Azteca. La tensione era ovviamente alle stelle, le due nazionali arrivarono con l’appoggio di tutto il paese, a partire dai cittadini fino ad arrivare ai politici che effettuarono un’ampia propaganda. Il match fu spettacolare: 2 a 2 al 90esimo e supplementari. Al minuto 101 grazie a Mauricio Rodriguez El Salvador riuscì a sconfiggere i tanto odiati rivali e si qualificò per la finale. Il signor Rodriguez forse non si rendeva ancora conto di ciò che avrebbe scatenato il suo gol…

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Già al termine della gara iniziarono i primi contatti tra le due tifoserie che in poco divennero una vera e propria battaglia. Furono interrotte tutte le relazioni diplomatiche da parte del governo honduregno con El Salvador e vennero inasprite le sanzioni contro gli immigrati rimasti sul territorio.

Il 14 luglio del 1969 il governo di El Salvador, senza nessuna dichiarazione, decise di attaccare l’Honduras attraverso un’offensiva sia terrena che aerea lanciando anche una bomba su Tegucigalpa. Nonostante la disapprovazione di quasi tutto l’America il governo salvadoregno decise di non cessare il fuoco e di portare avanti il conflitto con l’obiettivo di mettere tutti i suoi cittadini al sicuro. Il 20 luglio, dopo minacce di sanzioni economiche per entrambi i paese, cessarono le ostilità durate cento ore che provocarono la morte di 6.000 persone oltre che migliaia di feriti e di persone rimaste senza casa. L’odio e la tensione tra queste due nazioni è tuttora vivo (basti pensare che il trattato di pace fu firmato undici anni più tardi) e ci lascia una riflessione che per quanto bello, appassionante ed emozionante possa essere il calcio mai e poi mai dobbiamo lasciare che sfoci in qualcosa che, come in questo caso, porti alla guerra o soltanto all’uso della violenza. Non dev’essere un pretesto per azioni che vanno al di là del concetto di umanità, dobbiamo farsi che esso rimanga uno sport di unione ed integrazione vivendo le rivalità in un modo sano cercando di allontanare il più possibile tutto ciò che nel passato ha portato a episodi di questo tipo nel mondo del calcio.

Articolo a cura di Federico Bottara

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