JUAN MATA VUOLE CAMBIARE IL CALCIO

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Juan Mata al Global Forum

Conta già 8,5k likes su Facebook, sintomo di come l’onda d’urto si sia propagata rapidamente. Ha già fatto capolino sulle prime pagine dei più quotati quotidianI sportivi europei, sbarcando oltre l’oceano per profondità del messaggio e pervasività di contenuti storicamente mediatici come pochi altri. I calciatori guadagnano troppo? I loro stipendi faraonici non rendono giustizia al triste divario che li catapulta troppo lontano rispetto ai salari dei fortunati lavoratori? Bene, d’or in poi c’è la soluzione: si tratta di una grande iniziativa partita dalla spinta di Juan Mata, sviluppata in collaborazione con Jürgen Griesbeck e subito divenuta virale.

Per il principio psicologico del centesimo, si tende a ignorare piccole quantità, a prima vista insulse, se parte di grandi numeri. Non si dà dunque peso all’1% dello stipendio, multimilionario, di un calciatore di professione. Fonte di reddito esagerata, sostengono molti, additando le responsabilità del caso (giustamente) a tutta l’orbita che gravita intorno al contratto: ci sono sponsor, regali, agevolazioni e, più in generale, punte di una fama assurdamente pompata. Probabilmente una macchina da soldi come il prototipo dell’atleta è subissato da una piramide di avveniristiche convenzioni marketing per fargli indossare i capi di una marca piuttosto che un’altra, o comunque vederlo utilizzare un tipo di shampoo particolarmente diverso dagli altri in commercio, tutti fatti che alimentano un sensibile senso di insoddisfacimento da parte della working class, che mai come oggi fa fatica a rispecchiare un calcio sempre più created by the poor, stolen by the rich.

Leggenda vuole che la sera del 19 maggio 2012 Juan Mata non si sia goduto appieno il trionfo del suo Chelsea, in Champions League, in casa di un’Allianz Arena fortemente parteggiante per i padroni di casa del Bayern. Forse perché Mata sbagliò il primo tiro dal dischetto per i londinesi, che alla fine avrebbero alzato al cielo bavarese il trofeo grazie agli errori di Olic e Schweinsteiger. Più probabilmente, però, lo spagnolo ebbe una geniale intuizione. Gli va reso onore per aver dato sfogo ai suoi pensieri in una notte che probabilmente sarebbe stata tributata interamente alla celebrazione di un gran successo, quello griffato Di Matteo: Juan Mata, quella sera, pensò di lanciare uno schiaffo al mondo intero, cambiandolo. “Vedevo compagni da Repubblica Ceca, Brasile, Nigeria, Costa d’Avorio che hanno vissuto la guerra o la povertà – rivelerà – io sono cresciuto in una famiglia agiata e mi sento fortunato per questo”. Da qui, l’idea: rivoluzionare il dorato mondo del pallone per togliere una parte di wellness ai ricchi con l’esplicito fine di donarla ai poveri, ai Drogba che magari non erano riusciti a emergere per via di situazioni critiche. I problemi in fondo sono altri, non certo un trofeo in più o in meno sul palmarès. Ci sono fame, carestie, povertà, malattie da debellare. E Juan Mata questo lo sa: “Un piccolo gesto, se condiviso, può cambiare il mondo. Chiedo ai miei colleghi di seguirmi, per formare un undici titolare, così da creare un movimento di condivisione che può diventare parte integrante dell’intera industria calcistica”.

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Da lì è nato Common Goal, progetto che prevede la devoluzione di almeno l’1% dello stipendio di chi vorrrà in beneficienza: iniziativa che ha subito raccolto firme importanti, così da soddisfare il sogno di Mata. In porta c’è Kasper Schmeichel, in difesa il turco Ali Kaldirim fa coppia con Hummels insieme all’italiano Giorgio Chiellini e ad Alfie Mawson, a centrocampo trovano posto Esswein, Kagawa e Didavi, mentre in attacco Gnabry e Mata supportati dall’americano Wondolowski o dallo spagnolo Borja Lasso. Poco attacco, difesa ben fornita (Dennis Aogo, Bruno Saltor e David Accam vanno in panchina, dove il tedesco Julian Nagelsmann impartisce i suoi dettami): normale, del resto è fondamentale difendere i diritti di chi sta peggio perché non tutti sono fortunati come Mata. C’è anche da dire che nessuno aveva pensato a Common Goal prima del trequartista del Manchester United, insignito del premio come calciatore dell’anno 2017 scelto dall’onorevole Guardian: “Sono lieto di accettare questo premio a nome di tutti noi che condividono la convinzione che il calcio può rendere il mondo un posto migliore, è un’idea semplicissima ma alcune delle migliori idee sono semplici e, quando si parla di calcio, la potenza del gioco è incredibile”. Lo scrivono anche sul sito web www.common-goal.org: with more than three billion fans, football is the largest social phenomenon on the planet. No other sport boasts such wealth. Or such reach. Or such cultural significance. The beautiful game is in a league of its own. Parole loro.

Se Mata è il testimonial nonché fondatore della lodevole iniziativa, inizialmente non era ben chiara la distribuzione di risorse e soprattutto l’allocazione di queste. Ed è in questa parte del gioco che entra in ballo Jürgen Griesbeck, che di mestiere fa il CEO e sul suo profilo LinkedIn si definisce un enthusiastic about system change and football. Lavora per Streetfootballworld, una ONG particolarmente impegnata nella creazione di un gigantesco network (oltre 100 organizzazioni, diramate in 60 paesi) volto a sfruttare le potenzialità sociali del calcio. Sia esso una finale mondiale o una partitella giocata nello sterrato, permane una matrice che consente l’investimento in beneficenza destinato al miglioramento delle condizioni sociali nei paesi meno agiati. Tutto sommato è lo stessa mission condivisa da Mata, dunque ecco la decisione di unir le forze.

Il 4 agosto 2017 è stata lanciata Common Goal (altro non è che, a livello pratico, un fondo comune convogliato in Streetfootballworld) e il 29 novembre avrebbe ricevuto il sostegno da parte del presidente UEFA, Aleksander Ceferin, oltre a un appello al fine di sensibilizzare sempre più calciatori. Mata, insieme a Griesbeck, ha presenziato poi al World Economic Forum 2018 tenutosi in Svizzera, a Davos. Qui ha ripetuto i valori alla base dell’iniziativa: “Ho pensato a tutto quello che il calcio mi ha dato, ho pensato a quale poteva essere il mio lascito. Sapevo di essere stato fortunato, non tutti possono contare su una famiglia come la mia, e anche se ho già avuto modo di collaborare con organizzazioni benefiche avevo voglia di fare qualcosa di più. Resta da compiere il passo grosso, includendo altri pezzi grossi del calcio: si stima che al mondo si spendano 30 miliardi di dollari in stipendi ai giocatori. Per Mata, 80mila euro saranno pochi. Per Hummels, 72mila. Per Chiellini, 35mila. In tutto, 439mila dollari da agosto a dicembre (la speranza è di toccare quota 2,2 milioni per il 2018).Cifre contenute, per loro. Ma per fare la differenza, basta e avanza: “Per me, una cosa del genere può cambiare il mondo”.

Articolo a cura di Matteo Albanese

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