GABRIEL HEINZE, IL NUOVO SEGUACE DEL BIELSISMO CHE VUOL SALVARE IL VELÉZ

Per capire chi sia Gabriel Heinze, il nuovo allenatore del Veléz Sarsfield, bisogna fare un passo indietro allo scorso 14 maggio. Perugia, quarta edizione di “Encuentro”, il festival della letteratura ispano-americana. Ospite speciale Marcelo Bielsa.  «Preferisco ottenere zero punti cercandone tre, che conquistarne uno senza possibilità di vincere» aveva detto. Quando ti sceglie il “Maestro” Jorge Griffa, uno dei più grandi osservatori del Newell’s, vinci un campionato con il Tata Martino come allenatore e trasudi in rossonero leproso, inevitabilmente subisci il fascino di Bielsa. E il loco con cui ha vinto un oro olimpico ad Atene 2004, è uno dei motivi per cui Heinze ha scelto di sedere in panchina.

Perfezionismo– «Ho visto 48 partite della squadra, so che posso aiutare». Si è presentato così il Gringo alla prima conferenza stampa, giusto per dare un assaggio di quanto sia meticoloso. Accetta l’idea che nel calcio ci sia una componente casuale, ma fa di tutto per limitarla. Non si separa mai dal portatile e dalla pendrive, sempre pronto a ripassare gli schemi degli avversari e le contromisure tattiche. Così come aveva fatto Bielsa, che aveva diviso a tavolino le province argentine alla ricerca di talenti per il suo Newell’s, Heinze appena arrivato ha chiesto solo giocatori funzionali al “sistema“.

Sistema– Una parola che i giornalisti di Liniers hanno imparato a conoscere molto bene. Una sorta di entità metafisica che domina il pensiero calcistico del Gringo, a cui tutto deve essere subordinato. Non è solo un modulo tattico, coincide più con  l’idea di occupazione dello spazio. Il campo viene diviso palladianamente in quadrati della stessa misura, e ogni giocatore deve occupare quello più libero in funzione della palla. Per Griffa un buon giocatore si componeva di «tecnica, velocità e intelligenza». Tre caratteristiche cercate anche da Heinze. Non importa in quanti attacchino lo spazio, basta farlo con rapidità di gambe e pensiero.

Situazione critica– «Heinze è il nuovo Bielsa. Lo dico perché conosco l’uomo e il professionista». Parole di Carlos Tévez, grande amico di entrambi. Ad Heinze servirà tutta la filosofia offensiva del suo maestro per salvare il Vélez. Il Gringo è stato chiamato a dicembre per rimediare a una situazione disperata che vede la squadra di Liniers quintultimo nella classifica dei promedios con soli 0.130 punti di vantaggio nei confronti dell’Olimpo, in questo momento in primera B Nacionál. «Sarà una finale dietro l’altra» aveva detto dopo l’esordio vincente contro il Defensa y Justicia. Il calendario certo non aiuta. Stasera El Fortín giocherà contro il River, poi ci saranno Racing e Rosario Central, prima dello scontro diretto a Sarandí con l’Arsenal.

promedios

Di nuovo a casa– «Le cose non andavano bene, così ho deciso di tornare». Semplice, chiaro e diretto, Mauro Zarate lo è sempre stato. E in modo altrettanto naturale è voluto ritornare laddove era diventato grande, al José Amalfitani. «Avevo un contratto in Europa (al Watford, ndr) ancora per due anni. Ho pensato che se il club avesse avuto bisogno, sarei corso subito ad aiutarlo» ha dichiarato. L’ex giocatore di Lazio e Inter tra le altre aveva fatto una promessa a se stesso: non posso permettere che «la mia famiglia» retroceda. Ci sta provando, insieme a tutti gli altri. «Parlo molto con i miei compagni, soprattutto con i più giovani» ha detto in un’intervista a Espn Fc, sottolineando che «questa pressione mi piace, mi fa stare sempre concentrato su come poter aiutare la squadra». Insieme a lui, a gennaio sono arrivati Guido Mainero, Augustín Bouzat, e Rodrigo Salinas per completare l’attacco, Jesus Mendéz per il centrocampo, e i centrali di difesa Torsiglieri e Laso. Al netto di Zarate però, Heinze considera titolari solo Laso, Maneiro e Bouzat. Si aspetta qualcosa di più dai nuovi, e lo ha fatto intendere chiaramente. «Non mi interessa se sbagliano il tocco o il passaggio, mi concentro sul far capire loro i principi del mio sistema» aveva detto una decina di giorni fa in conferenza stampa prima del Belgrano.

https://twitter.com/PasionFutbolFC/status/950161047243120640

I principi– Quando hanno messo sotto contratto Heinze, i dirigenti della gli hanno chiesto solo una cosa: replicare quello che aveva costruito con l’Argentinos Juniors. El Gringo non ha solo portato una promozione in Primera, ma ha rivoluzionato il mondo del Semillero imprimendo uno stile che ha meravigliato tutta la nazione. Nel maggio scorso si parlava dell’Argentinos come della squadra che esprimeva il miglior calcio d’Argentina. Una rivincita personale per Heinze, dopo la prima esperienza poco fortunata sulla panchina del Godoy Cruz. I principi sono pochi e semplici: etica del lavoro, unione del gruppo, e sistema di gioco che si adatta alle caratteristiche degli avversari. La sua lavagna si compone di moduli differenti che seguono lo stesso filo e lasciano intravedere quanto sia importante la cura dei dettagli.

heinze argentinos juniors
Gabriel Heinze alla guida dell’Argentinos Juniors-photo by Diario Uno Santa Fe

I moduli– Lo schema di riferimento è il 433, con il quale ha cominciato anche questa nuova avventura. Un portiere che sa giocare anche con i piedi e fa partire rapidamente l’azione (Rigamonti in questo caso è perfetto) e due terzini che spingono e creano la superiorità numerica sulle fasce. Un volanteSantiago Caséres, di sostanza e buona tecnica, due interni di centrocampo che a turno si possono inserire centralmente, e due ali rapide come Bouzat e Mainero. Il sistema dimostra una squadra ampia, che alza la linea difensiva, con i centrali che molto spesso passano la metà campo e gli esterni bassi che arrivano in area avversaria. Per ampliare il gioco però servono tre condizioni: il possesso palla fatto di tocchi corti e veloci, lo scambio di posizione dei centrocampisti che creano linee di passaggio alternative, e il lavoro delle punte, che portano fuori la difesa e non danno punti di riferimento. Il frequenti cambi di gioco poi permettono agli esterni ricevere liberi, e di andare all’uno contro uno.

La difesa a tre è una variante che Heinze ha cominciato ad usare nelle ultime due gare di Superliga. Un’impostazione che richiede la presenza di un libero, Lazo, e due centrali forti fisicamente come Abram e Torsiglieri. Un centrocampo più folto alleggerisce il compito dei laterali, liberi di interpretare le due fasi solo sulle fasce, senza dover coprire centralmente. Caséres e Dominguéz poi assicurano una costruzione più lenta ma più ragionata, riducendo il numero di palle perse. Uno dei motivi per cui è stata scelta questa formazione è la stabilità difensiva che ne deriva. El Gringo pensa di giocare a tre quando ha di fronte due attaccanti centrali sulla stessa linea, per non obbligare i due centrali all’uno contro uno. Il lavoro degli esterni poi, già significativo nel 4-3-3, si accentua ancor di più: si sommano alle punte e ai tre dietro andando a formare ogni volta una linea a cinque, a seconda che si attacchi o si difenda. I due interni inoltre sono più responsabilizzati, divenendo una parte fondamentale della costruzione delle azioni offensive. Ricevono dai tre e si incaricano di distribuirla, giocando un maggior numero di palloni e dovendo coprire una sezione di campo più ampia.

L’eredità– «Così non si gioca» aveva gridato tre volte Marcelo Bielsa a Pierluigi Casiraghi, ct dell’Italia, alla fine di un Italia-Cile 1-0 al Torneo di Tolone nel 2008. Il ct azzurro, reo secondo il loco di aver fatto catenaccio tutta la partita, aveva risposto, da buon brianzolo pragmatico, di alzare i tacchi e andarsene. Quell’idea bielsista di prendere in mano la gara piuttosto che «dividerla», qualunque cosa accada, è rimasta nell’idea di Heinze, che ha aggiunto la saggezza di chi ha conosciuto il calcio europeo e l’importanza che ha la tattica nell’economia di una gara. Hemingway diceva che quello che si scrive in un romanzo deve essere solo la punta dell’iceberg delle conoscenze di un romanziere. Per il Gringo vale lo stesso discorso. Il tablet, i droni e le innovazioni tecnologiche in allenamento sono la superficie da grattare di un background culturale costruito negli anni. Non sappiamo se basterà per salvare il Veléz, ma basta sicuramente per attrarre l’attenzione di molti osservatori, al di qua e al di là dell’oceano atlantico.

Articolo a cura di Fabio Simonelli 

 

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