ORDEM E PROGRESSO A NAGOYA

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João Alves de Assis Silva può considerarsi il man of the match nell’esordio stagionale in J-League contro il Gamba Osaka. Un gol ed un assist per l’ex attaccante del Corinthians, il colpo più costoso nella storia del calcio giapponese – Photo by http://www.japantimes.com

La frangia verdeoro alla conquista di Nagoya: così potremmo descrivere la prima giornata di J-League dalle parti del Suita City Football Stadium, casa del Gamba Osaka, squadra della Panasonic allenata dal brasiliano Levir Culpi. A distanza di cinque anni, già di per sé, fa un certo effetto vedere l’ex dt di Santos e Fluminense sulla panchina dell’altra squadra della città, visti gli importanti trascorsi da allenatore del coabitante Cerezo (un cognome tanto caro ai brasiliani), ma questa volta a rubare la scena sono stati gli ospiti: le Orche di Nagoya, che dopo 2 giornate si ritrovano a punteggio pieno al netto dell’1-0 casalingo rifilato al Júbilo Iwata nella seconda giornata di campionato grazie ad un gol del solito Gabriel Xavier.

Buona la prima, e anche la seconda. Ha vinto il Nagoya Grampus, quella stessa squadra che sotto la guida di un certo Arsène Wenger vinse una Supercoppa di Giappone e una Coppa dell’Imperatore nella seconda metà degli anni ‘90, e che annovera nel suo palmarès anche una J-League (2010). Cinque trofei complessivi e partecipazione a tutti i campionati di First Division nipponica per la società nata sotto l’egida del marchio Toyota. Eccetto uno. Nel 2016, quando la squadra è retrocessa in seconda divisione. Quest’anno le orche sono tornate, con ambizioni enormi ed un pirotecnico 2-3 in casa del Gamba Osaka, e specialmente dopo il primo match di campionato il verdeoro sembra quasi fare da seconda pelle sotto la maglia orange and red. Tre gol, tutti brasiliani. Uno per recuperare, uno per andare in vantaggio ed uno per sognare. Le firme sul tabellino sono state apposte da Gabriel Xavier, estroso e brevilineo enganche scuola Corinthians e São Paulo dal furtivo passato nel Brasileirão tra Portuguesa, Cruzeiro, Sport Recife e Vitória, del neoacquisto William Pereira da Rocha, arrivato all’ombra del Mizuho Stadium (oppure del Toyota Stadium, il Nagoya Grampus ha 2 stadi diversi) dopo un’esperienza non esattamente positiva con la camiseta del Guarani, ed infine dell’uomo più atteso: João Alves de Assis Silva. Detto . Pagato dal Nagoya 11 milioni – cifra record per la J-League – dopo una stagione da assoluto trascinatore con il Timão di Fábio Carille nella corsa all’ultimo Brasileirão, e peraltro autore di un assist meraviglioso proprio per il connazionale Rocha, oltre alla rete decisiva in zona Cesarini.

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Gabriel Xavier – estroso enganche brasiliano – in questa stagione attualmente in corso è a quota due reti in due partite, dopo aver deciso il match contro il Júbilo Iwata nella seconda giornata di J-League – Photo by http://www.lance.com.br

Sicuramente chi gioisce è l’allenatore Yahiro Kazama, che verso la metà degli anni ’80 è sbarcato in Europa con la squadra riserve del Bayer 04 Leverkusen, per poi proseguire la sua carriera in Bassa Sassonia con l’Eintracht Braunschweig: una breve tappa – quella nel Vecchio Continente – senza infamia, né lode ed antecedente al suo ritorno in patria con le Sanfrecce Hiroshima, all’epoca ancora note con il nome di Mazda. L’allenatore nativo di Shizuoka per questo campionato potrà contare anche sull’apporto tecnico di Felipe Garcia Gonçalves, polivalente attaccante calcisticamente cresciuto in Danimarca – con il Næstved – prima di arrivare al Goiás, e del roccioso Cezar Whashington Alves Portela, centrocampista già presente fin dall’anno dannato della J2 League dopo aver girovagato per le serie minori brasiliane tra Canoas, São José-PA e Grêmio Esportivo Brasil. Quest’anno sul cielo di Nagoya sembra aleggiare, silenzioso e trasparente, un velo di consapevolezza. Di chi mira a tornare agli sfarzi del passato. E con cinque brasiliani in squadra – di cui tre già decisivi alla prima partita – chissà che il Grampus non possa davvero spiccare il volo. Sulle ali di ordem e progresso.

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Arsène Wenger e Dragan Stojković durante un’amichevole tra Nagoya Crampus e Arsenal. Entrambi possono essere considerati due figure simbolo nell’immaginario collettivo aranciorosso – Photo by http://www.dailymail.co.uk

Del resto sono passati otto anni – ormai quasi un decennio – dalla vittoria dell’ultimo titolo nazionale. Sulla panchina del club sedeva il serbo Dragan Stojković: uno di quelli che da calciatore è stato prima jugoslavo, poi serbo-montenegrino ed infine – dal 2006 – solo serbo. Piksi ha scelto Nagoya come ultima tappa di una carriera “tecnicamente artificiosa” e “meravigliosamente incompiuta” nel 1994, lo stesso anno in cui un campione come Sir Gary Lineker, che di gol in carriera ne ha segnati giusto più di un paio e che è stato il pioniere della neanche troppo confutabile teoria per la quale “[…] Dopo 90 minuti, in fin dei conti, vincono sempre i tedeschi”, decideva di appendere gli scarpini al chiodo dopo un paio di stagioni sfortunate e condizionate da svariati problemi fisici. Ma se da un lato il Toffees par excellence è stato – ed è considerato tutt’oggi – il giocatore più importante nella storia del Nagoya Grampus dal punto di vista mediatico, si può dire che Stojković sia stato l’uomo in più nella storia del club giapponese.

Infatti è stato l’ex Stella Rossa, Marsiglia ed Hellas Verona a vincere la J-League nel 2010 guidando al successo (il primo ed unico fino ad oggi per il club) alcune leggende del calibro di Keiji Tamada, il brasiliano naturalizzato giapponese Marcus Tulio Tanaka ed infine Naoshi Nakamura, che nel Grampus ci ha giocato per 13 lunghi anni – dal 2001 al 2014 – raccogliendo 342 presenze totali dopo qualche annetto da studente-atleta alla Nihon University. Ma non solo: nell’immaginario collettivo del Nagoya, il Dragan 2.0, che a distanza di sette anni ha sostituito la divisa numero dieci con completo e cravatta e ad oggi allena il Guangzhou R&F in Chinese Super League, è anche colui che ha spezzato la quindicennale “Maledizione del Kashima Soccer Stadium” nel 23 agosto del 2008, dopo 22 incontri consecutivi senza vittorie – dal primo in assoluto, nel maggio 1993 – tra J-League, Coppa dell’Imperatore e Coppa di Lega contro gli Antlers.

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Robin Simović è stato il trascinatore del Nagoya Grampus nella stagione di J2 League con 18 gol (21 stagionali) in 40 partite. L’attaccante svedese classe ’91 ha lasciato quest’estate le Orche per trasferirsi all’Omiya Ardija, squadra di J2 League – Photo by http://www.fotbollskanalen.se

Nel 2016 il baratro. La squadra retrocede miseramente dopo un campionato giocato su livelli nettamente al di sotto delle aspettative iniziali. Nonostante il ritorno a casa del figliol prodigo Tulio Tanaka. Nonostante le 11 reti di Robin Simović. All’ultima giornata di campionato arriva l’1-3 al Toyota Stadium del già retrocesso Shonan Bellmare, che condanna i ragazzi di Boško Gjurovski ad un anno di esilio in J2 League. Sarà proprio Simović, Murbräcka från Malmö (L’ariete di Malmö, soprannome derivante dai quasi 2 metri d’altezza), a trascinare la squadra fino al terzo posto con 18 gol (21 stagionali) in 40 partite. E allora play-offs: semifinale con il Jef United che sa tanto di pura formalità e finalissima contro l’Avispa Fukuoka, che invece si rivela essere un osso ben più duro di quanto ci si potesse immaginare. Dato comunque insufficiente ad arrestare la corsa dei ragazzi guidati da mister Yahiro Kazama.

Il Nagoya Grampus è tornato in First Division. Del resto non potrebbe essere altrimenti, quando i tuoi colori sociali ed il tuo stemma hanno come principale obiettivo quello di reiterare in maniera simbolica un passato glorioso. Il rosso “grampus” simboleggia la forza della squadra sul campo di gioco, il rosso “barbaro” vuole esaltare la combattività e la tenacia di chi lo indossa. Infine il rosso “nobile” per sottolineare la passione e l’attaccamento dei tifosi alla maglia e l’arancio “stella”, nell’augurio che il club possa continuare a brillare – proprio come un astro – anche dopo una stagione complicata come nel 2017.

Il Nagoya Grampus è tornato. E la voce dei suoi tifosi s’innalza fiera dal settore “Nord” dello stadio, immerso nella suggestiva aura di quei colori tanto vivaci, quanto simbolici. Il Nagoya Grampus è tornato per essere grande, dopo essere risorto dalle proprie ceneri come l’araba fenice. E in tutto questo non può mancare un pizzico d’italianità, tra le sciarpe che recitano Forza Nagoya e Tifiamo sempre per la nostra Nagoya.

Ed ora anche noi sappiamo per quale squadra fare il tifo, ogni qualvolta che rivolgeremo il nostro sguardo al Sol Levante.

Articolo a cura di Daniele Pagani

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