ALLARME ROSSO

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Arsène Charles Ernest Wenger – photo by http://www.arsenal.com

Come in ogni squadra con alle spalle una lunga tradizione costellata di successi, i momenti bui vengono vissuti con profonda intensità e particolare frustrazione, per di più se tali periodi durano da troppo tempo e ciclicamente si ripetono. Il loop in cui sembra essere finito l’Arsenal sta decretando un malcontento generalizzato che aspetta solamente un detonatore per poter scoppiare definitivamente. I pochi (seppur discreti) successi ottenuti dai Gunners negli ultimi anni rappresentano la classica pillola addolcita che protrae e deroga una rivoluzione che è costantemente sul punto di partenza e che, per la prima volta nell’era Wenger, sembra essere a un passo dal suo materializzarsi.

Partiamo proprio da qua: dalla più che ventennale esperienza radicata sulla panchina dell’Arsenal da parte del tecnico francese. Dopo una manciata di trofei tra Monaco e Nagoya Grampus (4 in tutto, divisi equamente tra Francia e Giappone), nell’ormai lontano 1996 arriva la chiamata dell’Arsenal. Pressoché sconosciuto oltremanica, Wenger godeva di una discreta considerazione in patria, tanto che fu Gérard Houllier in persona, all’epoca direttore tecnico della Federazione calcistica francese, a suggerire Wenger ai piani alti della dirigenza dei Gunners. Pronti via e quell’anno arrivarono a Londra Rémi Garde e Patrick Vieira, inaugurando la fortunata serie di giocatori francesi che hanno solcato l’erba di Highbury. Due aggiunte a una rosa che già poteva godere di gente come Tony Adams, David Platt, Dennis Bergkamp e Ian Wright. Non proprio gli ultimi arrivati. Nella coltre di dubbi e perplessità raccolta intorno al nuovo manager, Wenger seppe dimostrare in poco tempo che su quella panchina non sedeva per caso. Il primo anno si concluse con un dignitoso terzo posto e una qualificazione alla Champions sfumata per la differenza reti. La stagione 97/98 si aprì invece con l’acquisto di due pedine destinate a recitare un ruolo da protagonista: Emmanuel Petit e, soprattutto, Marc Overmars, e si chiuse con il secondo double della storia dei Gunners. Premier vinta a +1 sul Manchester United e FA Cup conquistata avendo battuto in finale il Newcastle. Agli occhi degli addetti ai lavori sembrò subito una vera e propria rinascita, un nuovo corso che avrebbe portato nel nord di Londra gloria e successi contribuendo ad arricchire il palmarès dopo anni di magre consolazioni e ragnatele nella sala trofei. La previsione non fu affatto errata, perché nei primi 10 anni di Wenger l’Arsenal raggiunge livelli altissimi, confermandosi una della più grandi potenze del calcio inglese. Tre Premier, quattro FA Cup e quattro Community Shield, con la ciliegina sulla torta della finale di Champions 2005/2006.

Quello fu probabilmente il picco sotto la gestione del manager francese. Il punto più alto lo raggiunse lì, in quella maledetta finale allo Stade de France contro il Barcellona. Un sogno che stava per diventare realtà. Il gol di Campbell fu solo una flebile speranza infranta dal gol di Samuel Eto’o a 14’ dalla fine. E dopo il raddoppio di Belletti, in inferiorità numerica, l’Arsenal cedette definitivamente ai Blaugrana, arrivando a un passo dalla prima storica Champions League della storia del club. Da quel picco, inevitabilmente e in maniera beffarda, si aprì la lenta e progressiva crepa che ha portato il club alla rovinosa situazione attuale. Ma come detto, non fu rapida e non fu immediata. In questi ultimi 12 anni il tecnico transalpino ha portato a Londra una buona manciata di trofei, benché tutti raccolti sul suolo nazionale. Tre FA Cup e tre Community Shield oscurano il vuoto lasciato dall’ultima Premier vinta, ormai quattordici anni fa. Non proprio pochi insomma. E se l’obiettivo primario era la vittoria del campionato annessa a un risultato importante di stampo europeo, col passare del tempo l’asticella si è abbassata sempre di più. Le ambizioni della società si sono progressivamente ridimensionate, trasformando la ricerca del primo posto nell’assicurarsi un piazzamento in Champions. E via via i propositi del club si sono fatti meno stringenti, arrivando a fine stagione con la sola consolazione di poter festeggiare il St. Totteringham’s Day, ovvero il giorno in cui i tifosi dell’Arsenal celebrano il fatto di essere arrivati davanti al Tottenham in classifica. Una magra consolazione che negli ultimi due anni non si è neanche potuta verificare, dal momento che gli Spurs si sono sempre piazzati meglio dei Gunners.

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Thierry Henry viene presentato ad Highbury con la sua 14, insieme ad Arsenel Wenger – Photo by http://www.metro.co.uk

Qualsiasi tifoso dell’Arsenal, dal più giovane al più vecchio, sa che nessuno ci vuole, e quest’antipatia la respiriamo quotidianamente intorno a noi

Nick Hornby

Così scriveva Nick Hornby nel capolavoro di narrativa Febbre a 90°, racchiudendo in una sola frase quella che di fatto è l’atmosfera che ha circondato l’Arsenal nel corso della sua storia e, attualizzata, nel corso della sua più recente parabola discendente. Un’antipatia che è inevitabilmente sfociata nello sfottò più irreverente. Così, ad esempio, visto il ricorrente piazzamento finale dei Gunners negli ultimi anni (dal 2005, per ben 6 volte si è piazzato al 4° posto), l’Arsenal è diventato 4rsenal per una buona fetta di tifosi del Regno Unito. Tra finali mai viste, eliminazioni evitabili e sconfitte ricorrenti, come quelle contro il Bayern nelle edizioni della Champions degli ultimi anni, l’Arsenal ci ha messo poco a divenire oggetto di scherno da parte di tutta Euorpa, a cominciare ovviamente dai tifosi inglesi.

Dopo gli scarsi risultati in patria, è fisiologico che il simile rendimento in Europa abbia finito per spazientire la maggior parte dei supporters dei Gunners, una cui frangia ha ormai da tempo individuato il colpevole in una figura ben definita. Da una netta spaccatura nel tifo nord-londinese dell’Emirates, in cui con lievi differenze si parteggiava per Wenger o per il #WengerOut, oggi si è arrivati alla (quasi) unanimità sulla questione. Il tempo del tecnico francese sulla panchina dell’Arsenal sembra essere ormai arrivato al capolinea.

Nonostante fosse partita sui binari giusti, con la conquista del Community Shield contro il Chelsea, la stagione dell’Arsenal ha cominciato a dare forti segni di cedimento, a partire soprattutto da dicembre, mese costellato da una serie di pareggi che hanno inevitabilmente fatto perdere punti per strada. Ma la situazione non è cambiata nemmeno con il nuovo anno: pronti via e arriva l’eliminazione in FA Cup, per mano di un Nottingham Forest capace di farne addirittura 4 a Ospina. Da lì, è un’escalation di sconfitte inaspettate (1-3 contro lo Swansea), graffianti (0-1 contro il Tottenham) e addirittura imbarazzanti, come l’1-2 in casa contro l’Östersund, prima delle quattro sconfitte consecutive dell’Arsenal. Per la cronaca, non del tutto insignificanti: 0-3 contro il Manchester City nella finale di Coppa di Lega, 0-3 in campionato sempre contro la squadra di Guardiola e 1-2 contro il Brighton.

Lo snodo della stagione risiede soprattutto nell’eventuale passaggio del turno in Europa League, dove vincere e passare il turno potrebbe dare speranza a un’annata, questa, che è a un passo dal fallimento più totale, visto che anche il Tottenham sembra verosimilmente irraggiungibile in campionato. Ma al di là di un più che roseo proseguo del cammino in EL, il futuro di Wenger sembra ormai definitivamente segnato. Incapace di trarre benefici dal mercato e incapace di dare una svolta tattica significativa alla squadra (ci aveva provato a inizio anno con la difesa a 3), la sua panchina ha cominciato a vacillare e a imbarcare acqua da tutte le parti, nonostante i continui rattoppi rappresentati dalle poche vittorie negli ultimi anni.

Nelle ultime stagioni alla corte di Wenger sono arrivati molti prospetti interessanti, ma mai giocatori capaci di spostare sensibilmente gli equilibri, almeno negli ultimi tre anni. L’Arsenal conobbe una vera e propria rivoluzione in termini di rosa nel “terribile” biennio 2011-2013. Nel giro di due anni da Londra partirono in massa giocatori su cui Wenger aveva cominciato a tessere la tela all’insegna di un nuovo ciclo vincente. Così il tecnico francese, nell’estate 2011 fu costretto a salutare, in colpo solo Fabregas, Nasri, Eboué, Clichy e Arshavin, tutti destinati a una svolta nella loro carriera lontana dall’Emirates Stadium. La stagione successiva fu la volta di Alex Song, Carlos Vela, ma soprattutto, Robin van Persie, ultimo baluardo di una squadra che nella testa di Wenger avrebbe presto preso il posto di quell’Arsenal così ormai orfano della cessione di Henry. Non mancarono arrivi importanti, va precisato. Ma quella magia, quella splendida alchimia su cui l’Arsenal aveva costruito i suoi più grandi successi a cavallo del nuovo millennio sembrava essere ormai sul viale del tramonto. Nell’estate dell’addio a van Persie, per sopperire al diminuito potenziale offensivo, furono ingaggiati Cazorla, Podolski e Giroud, che si aggiunsero ai vari Gervinho, Oxlade-Chamberlain e Arteta acquistati l’anno prima. In più, va menzionata la straordinaria crescita di Wilshere (promosso in prima squadra nel 2008) e Ramsey (acquistato nello stesso anno appena 19enne dal Cardiff), capaci di dare un contributo enorme in termini di gol e presenze a un Arsenal che aveva tutte (o quasi) le carte per riaprire un ciclo vincente. A maggior ragione dopo che, nell’estate 2013, dopo una telenovela infinita che vide diversi club europei coinvolti, arrivò a vestire la maglia dei Gunners Mesut Özil, strappato al Real per oltre 40 milioni di Sterline, cifra monstre per il tempo. L’anno dopo, altro grande nome a calcare il campo dell’Emirates: dal Barcellona arrivò Alexis Sanchez, acquistato con l’obiettivo di trascinare una squadra ormai matura a qualche vittoria significativa sul suolo nazionale condita da qualche ottimo piazzamento in Europa. Ma l’arrivo del cileno servì quasi solo ad adombrare le carenze di una rosa orfana, più che di grandi nomi, di solidità, compattezza e qualità in ogni reparto. Gioca bene, l’Arsenal, benissimo. Memorabile fu un gol segnato al Norwich nell’ottobre 2013, un vero e proprio manifesto del bel gioco, rappresentato da un’azione corale meravigliosamente orchestrata da Jack Wilshere nella doppia veste di regista e finalizzatore. Ma la mancanza di un’identità e di una mentalità vincente, aggiunte ai troppi buchi e amnesie difensive, hanno reso l’Arsenal una squadra incapace di reggere fisicamente e mentalmente i ritmi di una stagione così colma di impegni come quella di una grande del calcio inglese. A tutto questo si è aggiunta una gestione forse sbagliata dei momenti più delicati durante l’anno, sintomo di una preparazione magari non sempre perfetta e non sviluppata per essere efficace per far fronte alle tante competizioni durante l’anno. Negli ultimi tempi l’Arsenal ha spesso conosciuto il suo picco stagionale tra dicembre e gennaio, per poi calare inesorabilmente ai primi sintomi della primavera e lasciare i tifosi con l’amaro in bocca, rei di averci creduto troppo nella prima parte di stagione. Indicativo, in questo caso, è un dato curioso riguardante il piazzamento dei Gunners al giro di boa: nelle ultime quattro stagioni, a metà campionato, l’Arsenal è stato per ben due volte al primo posto (terzo l’anno scorso a -3 dal Liverpool). Poi, inevitabile, il calo e il doloroso addio anticipato a vari trofei in cui era pienamente in corsa.

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Mesut Özil – Photo by http://www.corrieredellosport.it

Non solo errori di Wenger, sia chiaro. Le ultime stagioni dell’Arsenal sono sicuramente state baciate dalla sfortuna, perché la corsa alla Premier è sempre stata costellata e quindi conseguentemente frenata da un quantitativo enorme di infortuni. Dai perennemente ai box Thomas Rosicky e Diaby, fino ad arrivare alle frequenti presenze in infermeria di Jack Wilshere, colpito da una serie di infortuni che hanno rischiato di minarne definitivamente la carriera. Tra gli altri, vanno annoverati anche Vermaelen, prima del passaggio al Barcellona, Koscielny, Özil, Ramsey, Giroud e Santi Cazorla. Non una scusa, ma sicuramente un contributo in negativo da non sottovalutare. Perché oltre agli infortuni sono tante anche le scelte opinabili, così come sono molti giocatori troppo acerbi o semplicemente inadatti a grandi palcoscenici (come l’eterno altalenante Giroud, la meteora Oxlade-Chamberlain o l’inesploso Danny Welbeck, talento per anni sul punto di spiccare il volo, ma di fatto mai ancora decollato). Quest’anno la rosa è buona, ma né per ambiare alla Premier, né, per ambire a una Champions che quest’anno all’Emirates non si è giocata. Dopo le eliminazioni nelle coppe nazionali, rimane solo un’impegnativa corsa a un’Europa League che si conferma essere più che banalmente insidiosa. E se Wenger non sarà in grado di dare una scossa alla stagione che sta volgendo al termine, il rischio di vedere inalterata la bacheca dei trofei rimane altissimo.

Come al solito, al campo la sentenza. Quel che è certo è che la rivoluzione è alle porte e che l’ormai vecchio hashtag #WengerOut sia sul punto di essere preso in considerazione, dopo esser stato a lungo un grido sin troppo inascoltato.

Articolo a cura di Gioele Anelli

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