SFQR: SONO FORTI QUESTI ROMANI

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La gioia di Manolas dopo il 3-0

Prima della partita io ho giocato la mia partita tante volte, nella mia testa. Pensavo che era importante arrivare al primo tempo con un gol, senza prenderne nessuno. E così è stato, è successo, era la strada giusta. Poi ho pensato che se facciamo un secondo gol con tempo, il terzo gol arriva da solo. La dinamica ieri era questa, i tifosi erano con noi, la squadra stava facendo sempre più forte, il Barcellona era in difficoltà. Era fare il secondo gol quello più difficile, il terzo veniva da solo. Quando Daniele ha fatto il gol, ho pensato che potesse succedere

Ramón Rodríguez Verdejo, detto Monchi

Il 49enne Ramón Rodríguez Verdejo, spagnolo di San Fernando, non ha ancora preso dimestichezza con l’Italiano. Eppure parla la nostra lingua con sufficiente comprensione, fattore che ne mette in luce l’ascesa più di ogni altra cosa. Monchi è l’artefice della Roma che vince, che ha vinto, un creatore di materia nella concezione sevillista del termine. Tuttavia, è anche la stessa persona che fino a qualche mesetto fa non possedeva neppure la pagina Wikipedia in italiano, il che è chiaro indice di bassa popolarità. Merito suo, in una serata che ha visto Di Francesco divenuto Emery e pure meglio, se si pensa alla scoppola firmata da Sergi Roberto l’8 marzo 2017. Sul campo, però, ci sono andati i giocatori: ecco dunque l’analisi dei tre mvp della sfida secondo i numeri.

La partita di Kostas Manolas è stata la chiave della derrota blaugrana. Se la Roma aveva vinto uno solo dei sei precedenti, nel 2002, pareggiandone due e perdendone tre pure subendo imbarcate (il 6-1 del 2015 si candida al premio per l’imbarazzante ritratto alla gestione Garcia), voleva chiaramente dire che andava aggiustata la difesa. Eusebio ha stretto i bulloni a una retroguardia a tre, col greco a destra e Juan Jesus sul lato mancino rispetto al Comandante Fazio. Prova sontuosa per l’ex Siviglia, una di quelle cui ci ha abituato, ma non per questo si deve minimizzare l’impatto del greco. Un oplita, marmoreo, che da Nasso è stato inviato ad Atene non all’Acropoli da Fidia bensì all’Olympiakos dall’architettura iberica: Leonardo Jardim il primo anno, José Miguel González Martín del Campo. Un ex Real Madrid, perno della Quinta del Buitre, che certamente avrà goduto nel vedere ieri sera Kostas annullare tale Luis Suárez da Salto. Manolas ha toccato meno palloni dei tre dietro (46, contro i 51 di Fazio e i 56 di JJ) ma a essi ha abbinato una strabiliante precisione: 90%, dato che supera di quasi un terzo quello dei colleghi. Gol a parte, quasi a farsi perdonare l’autogol al Camp Nou, Kostas è stato sontuoso: senza mai commetter fallo, ha mostrato ancora una volta come all’Olimpico dia il meglio di sé. Se fuori Lazio è più spavaldo (tenta in media 1 dribbling a gara, gli riescono 1,3 dribbling per sfida), tra le mura capitoline riesce ad abbinare maggior quantità al risparmio di energia. Utilissimo se, come nel caso di ieri, non solo devi segnare ma pure pensare a non prenderne.

La partita di Daniele De Rossi era viziata, come nel caso di Manolas, dall’esigenza di dover riprendersi dall’autogol catalano. Il capitano della Roma ha voluto a tutti i costi calciare quel rigore malgrado la fortissima componente psicologica (e infatti ter Stegen aveva indovinato l’angolo) e nel complesso ha dominato la scena. In un mondo parallelo tale per cui s’è visto Patrick Schick da Praga rubar palla a Don Andrès Iniesta, DDR non ha per niente deluso. Per far comprendere meglio il peso specifico suo, basta evidenziare la heatmap di Nainggolan. Col belga avanzato a mo’ di 3-4-1-2, Di Francesco lasciava a Daniele la possibilità di agire da regista non preoccupandosi invece delle scorribande di Busquets, tallonato dall’ex Cagliari così da non poter nuocere. De Rossi è abitudinario, fuori casa non riesce a dispensare più di mezzo passaggio chiave ogni 90’ mentre ieri sera se n’è concessi due, tra cui quello che al 56’ ha permesso a Dzeko di controllar palla e attendere puntuale l’intervento falloso di Piquè da terra. De Rossi perfetto: 17 lanci lunghi, 11 arrivati a destinazione. Meno impeccabile nello stretto (78%, meno solo di Manolas), ma poco importa. Se la Roma doveva partire all’assalto cieco alle postazioni blaugrana, Di Francesco ha piazzato Capitan Futuro come diga in mezzo. Il risultato? Grinta, spessore e tantissimi tocchi: è stato il primatista della Roma ieri, 59 passaggi e un rating di 8,23, inferiore solo a Dzeko.

La partita di Edin Dzeko è cominciata all’andata, con quel gol che nel finale ha mantenuto accese le speranze poi parzialmente distrutte dallo scellerato regalo di Gonalons. Così, come se i sei giorni nel mezzo non fossero trascorsi, il bosniaco ha fatto il suo lavoro già dopo 6’. Non vi sarà difficile collegare quanto appena scritto con le dichiarazioni di Monchi che trovate all’incipit del pezzo: Edin lotta, ricorda al mondo perché mai faccia della sua fisicità il pezzo forte e, dulcis in fundo, rende onore all’affettuoso soprannome di “Lampione” che gli fu affibbiato in gioventù. Riuscire ad avere la meglio su Piqué nel gioco aereo non capita tutti i giorni, riuscirvi e allo stesso tempo mettere a nudo le pecche di Umtiti è ancora un qualcosa di extra. Edin ha gestito 22 palloni, la maggior parte dei quali addomesticata e portata a rimorchio per gli accorrenti Nainggolan/Schick. Interessante come il dato aumenti col passare dei minuti, prima di subire un climax che lo conduce dritto a quando Di Francesco ha buttato in campo Cengiz Ünder e Stephan El Shaarawy. Col passaggio al 3-4-3 più radicale, e soprattutto due frecce appena tirate a lucido, i dati raccontano di quasi il 70% dei palloni recapitati al posto giusto e al momento giusto. Dzeko perfetto, strapotenza e rimpianto per un Chelsea che si presentò a Roma ma tornò in Inghilterra col solo Emerson Palmieri a gennaio. Monchi se lo gode, le statistiche lo incensano. Aristotele avrebbe impostato il tutto su un sillogismo. Assunto numero uno: nella metà campo blaugrana, i giallorossi hanno recuperato 29 palloni. Assunto numero due: l’unico che potesse toccare quei palloni, per costituzione fisica e schieramento tattico, è stato Edin Dzeko. Assunto numero tre, conseguenza, sintesi hegeliana del tutto: Edin Dzeko, ladies and gentleman, non ha mai perso un duello aereo. Solo 4 sono i duelli che Umtiti e Piqué hanno vinto, ma mai nessuno è accaduto con l’ex Wolfsburg a fare da contendente. Al termine della partita, o della derrota, se si vuole vedere con gli occhiali della prensa catalana, Valverde ammetterà: “Non siamo riusciti a imporre il nostro gioco”. Come le tre Moire nella mitologia greca: Manolas strappa, De Rossi cuce e Dzeko finalizza. Claro, no?

Articolo a cura di Matteo Albanese

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