IL “FU MARCELO BROZOVIC”

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Immagine di Giacomo Maurizi – Tutti i diritti sono riservati a “La Gazzetta di Don Flaco”

Sono passati 66 giorni. Era l’11 Febbraio, e l’Inter aveva totalizzato la miseria di 6 punti nelle precedenti 8 partite. Si giocava a San Siro con il Bologna, era l’occasione per dare una svolta alla preoccupante involuzione che attraversava la squadra.

Facciamo un ulteriore passo indietro, nel più classico dei flashback cinematografici: siamo al 31 Gennaio. Vediamo un ragazzo che con poca voglia trascina un trolley su e giù per l’Hotel Meliá di Milano, in attesa che l’uomo accanto a lui, tal Miroslav Bicanic – che poi si scoprirà essere il suo agente – riceva una chiamata. Nella tasca della giacca due biglietti di sola andata per Siviglia, un arrivederci senza grazie per una tifoseria che mai completamente lo aveva accolto, senza risparmiarlo da critiche severe.

Dicevamo: San Siro, 11 Febbraio, Inter-Bologna. Passa appena un minuto e il giovane Karamoh inventa la giocata liberando un compagno sulla linea di fondo appena fuori dall’area di rigore. Fortunatamente sul pallone non c’è Candreva, quindi si evita di perdere 3 tempi di gioco con un lento climax ascendente di finte e controfinte seguito dal solito imbarazzante missile terra aria destinato a perdersi nel cielo pallido di Milano. Riceve Brozovic, che senza pensarci impacchetta per Eder un cioccolatino solo da scartare. L’italo-brasiliano ringrazia e porta in vantaggio i suoi. Timidamente parte qualche applauso.

Perché Brozovic va trattato così. Con cautela.

Ancora un passo indietro. Il 24 Gennaio del 2015, dopo le visite mediche e per una cifra tra prestito e riscatto di 8 milioni di euro, l’Inter di Erick Thohir ufficializzava il talentuoso classe ’92 della Dinamo Zagabria Marcelo Brozovic.

Da quel momento – mi venga perdonato il gioco di parole – una costante: l’incostanza. Atroci fischi e interminabili applausi si sono alternati in un gioco di altalene nemico di autostima e serenità. Dagli epic moment alle mancate convocazioni con De Boer, dalle prestazioni convincenti alle serate in discoteca.

Illusioni e tradimenti.

Anche quel giorno, a S.Siro, per Inter-Bologna.

56 minuti, solo 56 minuti per trasformare quei timidi applausi in una pioggia incessante di fischi e di offese alla sua uscita dal campo.

Perché Brozovic va trattato così. Con incoscienza.

Con tutta l’emotività che sanno darti giocatori del genere.

Devo essere sincero: anch’io, quel pomeriggio, ho creduto che l’esperienza di Brozovic all’Inter fosse giunta all’ultima fermata. Del resto il croato aveva dato sentore della sua fragilità in più occasioni. E quello era troppo. Nel giro di pochi giorni praticamente venduto e subito dopo vittima sacrificale di S.Siro. Troppo per chiunque.

Abbandonato dalla sua società e dalla sua gente. Solo. Distaccato.

Poi la costante, quell’altalena.

Penso a Pirandello. E a quella frase pronunciata da Mattia Pascal:

“mi posi a far di me un altr’uomo”.

Mattia era solo, come Marcelo, e decise nel momento di massima sofferenza di costruire la sua nuova identità. Ricominciare.

E così. Esattamente un mese dopo. L’11 Marzo, contro il Napoli. In quel S.Siro che già mugugnava alla lettura delle distinte ufficiali. Perché lui era lì, e non era ancora stato perdonato.

Ma quello era il Fu Marcelo Brozovic.

Schierato per la prima volta da Spalletti nei due di centrocampo, in coppia con Gagliardini.

Per la maestria di Luciano Spalletti, che già ha abituato a modellare giocatori pensati per altri ruoli. Penso a Nainggolan e Perrotta, che a Roma fecero il percorso inverso sul campo di gioco, avanzando il loro raggio d’azione e diventando quei famosi trequartisti incursori dipinti ad arte dal tecnico di Certaldo.

O semplicemente per destino, per Fortuna. In una posizione che già gli apparteneva in nazionale ma che all’Inter arrivò solo quando gli interpreti di quel ruolo erano troppo scossi per giocare, a pochi giorni dalla tragedia che noi tutti ricordiamo con emozione e che toccò ancor più profondamente Borja Valero e Vecino.

Non so perché, ma lui quella sera era lì. A far ricredere quella gente. Con l’89% dei passaggi riusciti. Di cui 9 lanci lunghi per far respirare la manovra. Con i 4 contrasti ed i 3 intercetti andati a buon fine al fronte dell’unico fallo commesso. Con il cuore, con la grinta, con la qualità.

No, non poteva essere lui. Sarà la solita illusione.

Perché Brozovic va trattato così: con cautela.

Poi la Sampdoria, dove i contrasti salgono a 6 e i passaggi riusciti al 90,5%, con le sventagliate completate – specie verso il connazionale Perisic – che arrivano a toccare addirittura le 10 unità in 90 minuti. Il nuovo Marcelo sembra trovarsi a suo agio in quella posizione, ma due indizi non sempre fanno una prova.

Allora Verona: dove alle buone prestazioni in fase difensiva e di impostazione si aggiungono interessanti numeri offensivi: 1 gol, 1 assist, 2 conclusioni verso lo specchio e 2 passaggi chiave per i compagni. Alla fine del match sarà eletto uomo partita, nonostante l’exploit di Ivan Perisic e la doppietta del solito Mauro Icardi. In tre partite Marcelo era diventato indispensabile per l’Inter.

Con il Milan, nel recupero infrasettimanale del derby, la conferma. Ancora una volta migliore in campo: 4 tiri, 1 passaggio chiave, 8 contrasti, 17 (diciassette!) lanci lunghi per i compagni. Stupisce la sicurezza nella gestione del pallone, il modo in cui lo cerca e lo gestisce anche se pressato, da vero leader. Alla fine dei conti penso che una sola parola possa racchiudere la sua evoluzione: carisma. Caratteristica che mai in questi anni mi sarei immaginato potesse avere.

Dopo il passaggio a vuoto nella Torino granata, dove pesca l’ammonizione in diffida che lo costringerà a saltare la trasferta di Bergamo. Nonostante la sconfitta nerazzurra, riesce comunque a non sfigurare e anzi, segnerebbe anche un gol, poi non convalidato – giustamente – dall’arbitro Tagliavento.

La sua assenza con l’Atalanta mi ha permesso di capire come ormai per Spalletti il croato sia diventato necessario. Dal momento del suo abbassamento in fase di regia, la manovra passa praticamente sempre dai suoi piedi, e ciò ha permesso al tecnico di Certaldo di insistere con più serenità sull’avanzamento di Cancelo e sul conseguente accentramento dell’esterno alto di destra sulla linea della trequarti. In precedenza infatti il terzino portoghese era chiamato anche in fase di impostazione a dare verticalità al gioco, dal momento che questa è qualità che manca a Borja Valero, più bravo nel tocco corto che rallentava gioco forza la manovra. Credo vadano ricercate qui le ragioni del cambio di modulo di Spalletti contro la Dea.

Perché senza Brozovic, non si sente più al sicuro.

Sono passati 65 giorni. A S.Siro arriva il Cagliari. Stavolta nessun mugugno alla lettura delle distinte. In mezzo al campo c’è Marcelo Brozovic e anche il suo pubblico, adesso, si sente al sicuro.

Le sua prestazione sarà impressionante: 94% di passaggi riusciti, 3 tiri, 4 passaggi chiave, e ancora una volta un gol e un assist. A questo momento della stagione i suoi sono numeri importanti: con 4 gol e 6 assist in sole 10 partite giocate dal 1’minuto, possiamo dire senza dubbio che sta vivendo la sua miglior stagione da quando è all’Inter. Una stagione strana, che lo sta consacrando solo nelle ultime partite, dove ha preso in mano la squadra da quando Spalletti gli ha consegnato le chiavi della regia. A livello di impostazione troviamo infatti i suoi numeri più importanti: i passaggi chiave per match sono quasi 2, i lanci lunghi 4 a partita, la percentuale generale di riuscita dei passaggi si attesta su un ottimo 87%. Ma la grande novità sta soprattutto nei suoi numeri difensivi. Riesce vittorioso in 2 contrasti per match e a livello di disciplina sa trattenersi limitando i falli a uno per partita. E in una zona nevralgica del campo non è cosa da sottovalutare.

Penso a Marcelo Brozovic all’Inter e penso alla nebbia. Che nasconde.

“Nascondi le cose lontane”.

Diceva Pascoli, della nebbia.

Brozovic per me è così.

Ha passato anni a nasconderci le sue potenzialità, oggi ci nasconde quello che era prima.

E andrà bene anche se un giorno si romperà l’incantesimo. E accetterò anche l’ennesimo tradimento. E tornerò da te. Perché sto bene qui, cullato dal mistero e dalla suggestione che ti avvolge.

Perché a volte anche la terribile inesattezza dell’incostanza sa essere irresistibile.

Articolo a cura di Alfredo De Grandis

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