EPIFANIA DI VITOR HUGO

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Il difensore brasiliano Vitor Hugo esulta contro il Benevento, salutando il suo capitano Davide Astori – Photo by http://www.violanews.it

“Lassù qualcuno mi ama, e sento che mi chiama, mi dice avanti non lasciarti andare mai”. Piero Pelù è nato a Firenze, e dell’animo energico dei Litfiba aveva già tratto qualcosa dalle sue precedenti apparizioni da solista. Era il 2000 quando pubblicò “Io ci sarò”, che non è “Buongiorno mattina” come i più attenti di voi avranno già capito: una rielaborazione di “Pugni chiusi” de I Ribelli, lavori coadiuvati da una mescolanza di politica e un atteggiamento di quasi ribellione. Caratteristiche che pervadono testi, irrorano canzoni ma soprattutto compongono come tessere di un puzzle un gigantesco quadro viola.

Piero, Pelù, prima di essere un cantante è un tifoso della Fiorentina. E non è uno di quei volti famosi che usano il legame con una squadra di calcio a pure finalità di marketing, per accaparrarsi tra il tifo qualche vendita extra dei suoi dischi: Piero è convinto, talmente passionale da lanciare una folle idea, l’estate scorsa, quando la proprietà Della Valle annaspava tra contestazioni e calciomercato. “Perché non una cordata che rilevi la Viola basando la propria forza sull’azionariato popolare?”. Una soluzione in stile Barcellona, che si affiancava a commenti squisitamente tecnici (“Questa squadra non ha un gioco”) e a un forte impegno nel lanciare messaggi d’amore diretti ai cuori della Curva Fiesole.

Chissà se Piero sia stato allo stadio, ieri, quando l’atmosfera più surreale di tutte s’è impossessata di un’intera città prendendo in mano le sue certezze e divertendosi a sgretolarle come la più straziante delle personalità carnefici. Uno strazio, giocare in queste condizioni. Il commento lo lascio al direttore, Daniele Pagani, che con uno stile ben più adatto del mio ha concentrato le sensazioni in poche righe di post Facebook. Tuttavia, in un Fiorentina-Benevento che si candida prepotentemente a partita più assurda degli ultimi anni, se non altro per aver permesso che si giocasse, i brividi lungo la schiena verranno difficilmente schermati dai poderosi pilastri del Franchi.  Mezzogiorno meno dieci sull’orologio, quasi un peccato che si debba giocare e che, soprattutto, ci sia più di mezzora in cui trattenere a stento le lacrime. Le distinte passano sotto agli occhi di giornalisti la cui attenzione è focalizzata sulla marea viola, in cui spicca un 13 bianco, grande. Enorme. Grande come l’abbraccio che l’intera città ha dedicato al suo Capitano. Grande come il coraggio di Badelj nel pronunciare davanti a una piazza gremita di gente il luttuoso canto di una squadra persa, sconquassata, lacerata nell’animo e incapace di guardare avanti. “Pronti a retrocedere anche domattina piuttosto che vincere in un momento così tragico” aveva tuonato De Zerbi, l’avversario, indispettito ma non senza ragione.

Manco mezzogiorno, come detto. Il Franchi è stracolmo, la Fiorentina entra con maglie numero 13 e il nome di Astori. Il pubblico reagisce, toccato nel profondo del cuore, con un applauso liberatorio che lascia arrivare le sue trame al cielo. Non è una giornata come le altre, ovvio, e lo si nota dal religioso silenzio intaccato neppur dai minimi rumori. Il gelo si prende Firenze, la Toscana, l’Italia che in quel momento è tutta davanti agli schermi vista la non contemporaneità con le altre gare delle 15. La commozione vede il suo apice nel maxi-schermo dello stadio, che di punto in pianto proietta un filmato in ricordo di Astori. Un nuovo applauso, più forte del precedente, di 70mila mani all’unisono, fa capolino tra le nubi. Il cielo è carico di pioggia. “Le lacrime di un’intera città, il legame da qui all’eternità. Buon viaggio capitano” si legge su uno striscione. Commozione. Unità. “Un capitano, c’è solo un capitano”, cantano tutti. Non si doveva giocare. “Questa giornata per me intera sarà strana, tutti giocheranno pensando a lui, ma soprattutto ovviamente la partita di adesso, la sto vedendo e la Fiorentina gioca ma sembrano dei robot, vanno avanti perché devono andare avanti ma si vede dalle facce che pensano ad altro, che non ci sono con la testa, idem il Benevento”. Trovo che questo commento, sotto forma di messaggio Whatsapp inviato da un amico, Luca Briano, possa dipingere un quadro più che mai veritiero della situazione. In un epoca tale per cui assistiamo alla realizzazione del virtuale e alla virtualizzazione del reale, mutatis mutandis, non sorprendono i meccanismi plasmati dalla robotica nell’ambito delle sue finalità. Ma che queste potessero pervadere il calcio più di quanto fatto con l’Hawk Eye, il (o la) Video Assistant Referee….

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Il tributo della Curva Fiesole al suo capitano, Davide Astori, prima del match di campionato contro il Benevento di De Zerbi

Saponara gioca titolare, per la prima volta in stagione, dopo il toccante messaggio che ha commosso il popolo di Instagram. Una paradosso che esordisca proprio oggi, in una domenica senza senso. C’è Badelj che sventaglia approssimativamente, Simeone assente. C’è Chiesa che passeggia, alza il ritmo, viene tradito dal suo fragile stato psicologico tanto che finisce per servire l’ex Empoli in fuorigioco. Al 13’, quando la palla esce dal campo, la muraglia viola si squarcia facendo posto alla grandezza di un “Davide 13”. Momenti incredibili danno forza alla Fiorentina, che prima con Chiesa e poi col Cholito Simeone avrebbe l’opportunità di graffiare. Niente. Se segnasse uno dei due figli d’arte, sarebbe mainstream. Nel giorno più particolare della storia recente viola, serviva un evento che scavalcasse le Colonne d’Ercole dell’ordinario. Il minuto è il 25’ quando Saponara va al cross, Vitor Hugo sospinto in cielo salta più alto di Lombardi e Venuti colpendo a rete di testa. Capovolgendo il numero 13 si ottiene il 31. La titolarità di Astori è finita sulle spalle sue, 26enne brasiliano catapultato nell’undici iniziale dalla più tragica delle conseguenze. Vitor Hugo, all’anagrafe Vitor Hugo Franchescoli de Souza, è solo omonimo del celebre poeta e drammaturgo romantico francese. Tuttavia, in nessun altro modo possibile avrebbe saputo render più iconico il suo gol: Vitor Hugo veste la 13, che come detto è l’opposto di 31, che a sua volta era pure l’età di Astori. Sono le ore 13:00, esatte. La sua è la tredicesima presenza stagionale. Il suo gol porta a tredici l’elenco dei marcatori stagionali. Era mancino come il Capitano, Hugo Vitor. Sarà anche suo il fardello di dover raccontare alla piccola Vittoria Astori, versione femminile del suo nome, chi è stato suo padre. Troppe coincidenze. “Astori non c’è più, è difficile. Oggi abbiamo giocato per e il gol è un segno del destino, gli ha dato lui una mano a Vitor Hugo per buttarla dentro”, ha detto Benassi.

L’esultanza di Vitor è altro materiale toccante, saluto militare alla maglia del capitano prematuramente scomparso. Sull’attenti, estremo omaggio al suo punto di riferimento. Brividi. Da quel momento le lacrime non restano più trattenute nelle palpebre, una strana forza le obbliga a fuoriuscire. Pure la pioggia sceglie quel momento per cominciare a crollare a peso morto con la stessa frenesia di quando al Calderón si giocò l’ultima partita di Champions nella storia dell’impianto madrileno, per capirci.  Il destino è troppo iconico per esser sbrigativamente identificato con la semplice sorte. Il Benevento ha colpito un palo, con Coda, la Fiorentina un incrocio con Badelj. Era scritto che nessuno avrebbe dovuto attentare a quel gol, che più di ogni altri ha ricordato al popolo viola la perenne presenza di Astori. Davide vive.

Articolo a cura di Matteo Albanese

 

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