BITTERSWEET SYMPHONY

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Il riassunto della carriera di Arsene Wenger sulla panchina dell’Arsenal – Grafica realizzata da Giacomo Maurizi per la Gazzetta di don Flaco

It’s happening. Sta accadendo, questa volta per davvero. Dopo ventidue lunghi anni, a solcare l’erba dell’area tecnica davanti alla panchina dei Gunners non ci sarà più Arsène Wenger. Cala il sipario su un’era, su un ventennio intenso, ricco e colmo di quell’amalgama agrodolce di emozioni che ha colorato il regno del francese. Se ne va così, con una fredda e perentoria nota sul sito ufficiale dell’Arsenal: “I feel it is the right time for me to step down at the end of the season”.

Come istantanee rapide e taglienti, tutte quelle immagini dal sapore vagamente nostalgico tappezzano la bacheca dei ricordi di chiunque abbia assistito alla composizione di questa indelebile pagina di football. Il gol di Bergkamp al Newcastle, la semplice monumentalità di Henry, il ritorno con gol dello stesso Titi nel 2012, la certezza del confronto Vieira-Keane in ogni Arsenal – Manchester United, il 4-2 al Liverpool del 2004, il gol di Campbell in finale di Champions, l’Arsenal degli Invicibili, l’orchestra improvvisata sul gol di Wilshere al Norwich. Si potrebbe andare avanti per ore, raccontando cosa è stato l’Arsenal di Wenger nell’ultimo ventennio. Gioie e dolori, grandi vittorie e laceranti sconfitte, fabbrica di campioni e covo di talenti inesplosi. In questi ultimi ventidue anni, l’Arsenal è stato questo: un mix altalenante di momenti emozionalmente contrastanti. I’ts a bittersweet symphony this life, cantavano i Verve nel ‘97. Un verso che oggi, tirando le somme, farebbe da manifesto al lungo regno di Wenger sulla panchina dell’Arsenal, proprio per i suoi connotati profondamente “agrodolci”, appunto.

GLI ESORDI – L’entusiasmo che accompagnò l’arrivo di Wenger a Londra fu tutt’altro che incontenibile. Di lui si sapeva poco, pochissimo. È francese. Arriva dal Giappone, ha allenato il Monaco. Sui tabloids inglesi non si raccontava molto altro. Godeva di buona considerazione in patria, ma oltremanica era più un’incognita che una garanzia. In molti chiesero a Glenn Hoddle (che ai tempi del Monaco era stato allenato proprio da Wenger) di fornire qualche informazione aggiuntiva su quel tizio così alto con quel nome così ironicamente simile alla squadra della quale avrebbe preso le redini. Sul Daily Mail non molto tempo fa comparve una curiosa intervista a Martin Keown, ex difensore dei Gunners con 311 presenze tra il 1993 e il 2004. Tra le tante domande poste su quel periodo, ne spiccò una che riguardava le prime impressioni dei giocatori dell’Arsenal sul loro nuovo manager. La risposta di Keown rese bene l’idea della nube di perplessità che circondava l’allenatore francese al suo arrivo:

“None of us had really heard of him – all we knew about him was what we’d read in the papers […]. My first impression was that he seemed like a very nice guy, though he looked more like my old biology teacher than a football manager!”

(“Nessuno di noi ne aveva mai sentito parlare, tutto ciò che sapevamo su di lui era ciò leggevamo sui giornali […]. Mi sembrò subito un tipo a posto, anche se assomigliava più al mio vecchio professore di biologia che a un allenatore di calcio!”).

La nube però si dissolse presto, perché i modi e le idee di Wenger si adattarono rapidamente alla realtà dei Gunners. Nei primi giorni sulla panchina dell’Arsenal, compilò una lista con tutti i nomi dei giocatori presenti in rosa, dal più vecchio al più giovane, per programmare una chiacchierata di un quarto d’ora con ognuno di loro. L’escalation di consensi nei suoi confronti crebbe in maniera graduale e regolare, convincendo gli addetti ai lavori che non si trattava di un allenatore qualunque. Se conquistarsi la fiducia della squadra fu poco complicato, ancor più semplice fu guadagnarsi quella dei tifosi. Era scaltro Wenger. Sapeva che con i supporters dei Gunners dalla sua parte il suo ambientamento sarebbe stato sensibilmente più agevole. Scelse il modo più efficace per raggiungere tale scopo: parlando direttamente al cuore dei tifosi, entrandoci in sintonia a gamba tesa. Come? Presentandosi così, durante la sua primissima conferenza stampa alla guida dell’Arsenal:

“I tried to watch the Tottenham match on television in my hotel yesterday, but I fell asleep.”

Cavalcare l’onda dell’odio (sportivo) verso gli Spurs gli consegnò le chiavi del sostegno di un’intera tifoseria. L’esordio fu perfetto, un pulito 0-2 in casa dal Blackburn con doppietta di Ian Wright. Nella prima a Highbury, nonostante l’estatica accoglienza ricevuta, l’undici di Wenger non andò oltre lo 0-0 contro il Coventry. Ma da lì in poi la strada fu sempre più in discesa. Abbandonata la difesa a 3, ultimo richiamo al suo predecessore Bruce Rioch, l’Arsenal cominciò a spiccare il volo, inanellando una serie di successi che consegnarono ai Gunners un dignitoso terzo posto a pari merito con il Newcastle, a -7 dallo United campione. E se non fosse stato per quel febbraio così inaspettatamente infruttuoso (2 soli punti in 4 partite), staremmo parlando di un epilogo differente. La vittoria arriva però l’anno successivo, con l’Arsenal nuovamente sulla vetta d’Inghilterra dopo sette lunghi ed estenuanti anni. È l’inizio di un’era, di un nuovo capitolo della storia dei Gunners.

DATE A CESARE QUEL CHE È DI CESARE – I meriti di Wenger non sono pochi, tutt’altro. Ha raccolto una squadra disorientata, senza un’identità e carente in termini di successi. Le ha ridato smalto, l’ha riportata alla luce, le ha regalato un posto fisso in prima fila tra le grandi del calcio inglese e per vent’anni consecutivi l’ha “portata in Champions, qualcosa di non semplice”, come lo stesso Wenger ha sottolineato nella conferenza stampa precedente alla semifinale di Europa League con l’Atletico. Nei primi sei anni alla guida del club, ha raccolto ben 7 trofei, di cui 2 Premier, 2 FA Cup, 3 Community Shield, consolidando la presenza fissa dei Gunners nell’olimpo del calcio d’oltremanica. Una serie di successi costruita sulle spalle di una squadra caratterizzata da un chirurgico mix di giocatori esperti e giovani talenti sapientemente selezionati e portati a maturazione da Wenger. Tra gli indiscutibili meriti del tecnico francese, va senza ombra di dubbio annoverato proprio il suo infallibile fiuto per le giovani promesse. Alla sua corte ha portato giocatori divenuti nel tempo pedine fondamentali, perfetti interpreti del suo meccanismo ingegnosamente messo a punto negli anni. Il giocatore più rappresentativo del suo favoloso intuito in termini di baby-talenti è con tutta probabilità Cesc Fabregas. Prelevato nel 2003 a soli 16 anni dal Barcellona, è finito col diventare un imprescindibile nell’undici di Wenger. Nella sua prima stagione da titolare in Premier (04/05) il suo impatto è decisamente rilevante. Per rendere bene l’idea basta un dato: nelle prime 10 giornate di campionato arrivarono 8 vittorie, un pareggio e una sconfitta. In quale delle dieci Fabregas non scese in campo neanche per un minuto? Col Bolton (2-2) e con lo United (0-2). Un caso? Forse. Ma non è certo una casualità il fatto che la sua presenza in campo risulterà determinante nel corso dell’intera carriera dello spagnolo con la maglia dei Gunners.

Il grande fiuto di Wenger, dicevamo. Fabregas ne è solo l’esempio più puro e concreto, è la classica punta dell’iceberg. Il numero di talenti che Le Boss ha portato alla luce e reso grandi è inoppugnabilmente significativo. Il primo (dal punto di vista cronologico, ma non solo) è indubbiamente Patrick Vieira, prelevato appena ventenne dal Milan. Per lui fascia di capitano, 384 presenze, 34 gol e 28 assist, prima di passare alla Juventus nell’estate 2005. E pensare che coi rossoneri il campo l’aveva appena assaggiato (giusto 5 presenze in una stagione passata pressoché interamente sui comodi seggiolini della tribuna rossa di San Siro). Wenger seppe plasmarlo e portarlo subito sotto la sua ala protettrice. Ad aiutare fu sicuramente la lingua in comune, ma più di tutto furono l’intelligenza e la pazienza del manager francese, in grado di cogliere in lui un potenziale che in molti avevano solo intravisto. Dopo Vieira, fu la volta di Anelka (altro transalpino… sarà un caso?) e dopo ancora di Ashley Cole (dal vivaio), Kolo Touré e Ljungberg, tutti acquistati poco prima o poco dopo aver oltrepassato il confine della maggiore età. Ma il suo istinto non si fermò certo qua e per certi anni proseguì a funzionare brillantemente, inanellando una serie di scommesse vinte in termini di giovani talenti. Basti pensare ai vari Reyes, Clichy, Senderos, Eboué, Song, solo per citarne alcuni. Ma tra tutti questi nomi, mancano all’appello due autentici capolavori di lungimiranza di Wenger, come Thierry Henry e Robin van Persie, divenuti simboli indiscussi del club. Se a Van Persie viene riservato un po’ di astio dopo il suo passaggio allo United, intorno all’aurea figura di “Titi” non c’è spazio per i detrattori. Entrambi presi giovani e ancora inesplosi, all’Arsenal hanno raggiunto il picco delle loro carriere, contribuendo a mantenere inalterata la reputazione del club nel Regno Unito e nell’Europa tutta. E il merito di tutto questo non può che essere stato in grandissima parte di Wenger, capace più di tutti di individuare come, quando e chi sarebbe diventato un giocatore finalmente maturo e completo. Il suo celebre fiuto fu tale da vederlo prendere parte anche in uno spot della Nike, in cui, da bordocampo, osservava e selezionava un giocatore di una squadra minore che si stava mettendo in mostra proprio sotto i suoi occhi.

Tornando invece ai successi “materiali” di Wenger, tra il 2002 e il 2006 il tecnico francese portò in bacheca altre due FA Cup e altrettanti Community Shield, con la ciliegina sulla torta della Premier degli Invincibili vinta nella stagione 2003/2004. 26 vittorie, 12 pareggi, 0 sconfitte. Zero. Per capire la straordinarietà del traguardo raggiunto dagli uomini di Wenger occorre tornare indietro di quasi 130 anni, quando il Preston North End vinse il campionato da imbattuta. Dalla stagione 1888-1889 nessuno riuscì più nell’impresa. Un successo sensazionale, quasi impossibile. E se questo non dovesse essere sufficiente, si pensi che dal 1992 (anno di inaugurazione dell’odierna Premier League), solo due squadre sono riuscite a concludere il campionato con meno di tre sconfitte: Liverpool (due, nell’edizione 2008/2009) e Chelsea (una, nella stagione 2004/2005).

TRAMONTO PRECOCE O FISIOLOGICO? – La finale di Champions raggiunta nel 2006 fu probabilmente, come già sottolineato in un nostro precedente articolo, il picco della gestione Wenger. Quella che sembrò essere solamente una bruciante sconfitta da cui ripartire, finì invece per segnare un punto di non ritorno. Da quella maledetta sera di maggio, quei livelli, l’Arsenal non li raggiunse più. Dopo l’ennesima delusione Europea (la semifinale persa con l’Atletico Madrid in Europa League), Wenger deve fare i conti con dodici anni (gli ultimi) estremamente infruttuosi sui campi internazionali. Nel 2009 ci fu il Manchester (poi vincitore) a sbarrare la strada ai Gunners in Champions. Un complessivo 1-4 che consegnò allo United la finale e che segnò di fatto la meta più alta raggiunta dall’Arsenal dal 2007 ad oggi nelle coppe europee. Poi due sconfitte ai quarti e qualcosa come otto (!) percorsi in Champions conclusi anzitempo agli ottavi.

In Premier le cose non sono andate certo meglio. Dalla stagione 2005/2006, solo una volta l’Arsenal si è posizionato al di sopra del terzo posto: era il 2016 e tutto sembrava girare per il verso giusto, ma nessuno, Wenger compreso, aveva fatto i conti con la favola Leicester, capace di stupire tutti con un primo posto che di fatto ha tolto ai Gunners la possibilità, concreta, di tornare alla vittoria in patria. Dopo questa parentesi, dati alla mano sono arrivati piazzamenti decisamente poco incoraggianti. Per sei volte l’Arsenal è arrivato 4° e per quattro volte 3°. L’anno scorso è poi arrivato un graffiante quinto posto e quest’anno, salvo sorprese, potrebbe arrivare un ancor più deludente sesto posto.

Non sono stati anni totalmente trophyless. La bacheca dei Gunners ha dovuto fare spazio ad altre tre FA Cup e, di nuovo, altrettanti Community Shield. Sei trofei in oltre dodici anni sono pochi se sulla maglia porti l’emblema dell’Arsenal. Sono ancora meno se di questi riconoscimenti, nessuno è stato vinto in campo internazionale e nessuno è arrivato dopo la conquista di un campionato.

Cos’è successo a quell’Arsenal che metteva paura all’intera Premier? Che cosa è cambiato in quella squadra così compatta, temibile e coinvolgente che vinceva giocando un calcio sopraffino? Che l’Arsenal non sia più stato quello visto fino ai primi anni 2000 non è un mistero. Ma dire cosa sia andato storto non è cosa semplice. A grandi linee potrebbe essere corretto dire che Wenger non è stato capace di inaugurare un nuovo ciclo vincente dopo averne idealmente chiuso uno dopo la finale del 2006. Nel giro di tre estati vendette uno ad uno i pezzi forti si cui aveva costruito i suoi più recenti successi. Vieira fu il primo, poi venne la volta di Campbell e Ashley Cole, fino ad arrivare alla terribile estate 2007 in cui, in un colpo solo, si vide costretto a salutare Reyes, Ljungberg e Henry. Per compensare, arrivarono molti talenti sui quali Le Boss era fortemente intenzionato a edificare un nuovo ciclo. Ma le componenti che giocarono a suo sfavore furono molteplici. Dalla sfortuna (infortuni nei momenti chiave), ai semplici fuochi di paglia (da ricercarsi alla voce “Andrey Arshavin”), passando per giocatori che nonostante le attese non sono mai riusciti a caricarsi la squadra sulle spalle (Nasri, giusto per citarne uno). Ma al di là di tutto questo, Wenger non fu in grado di ritrovare quell’alchimia che aveva contraddistinto i suoi primi anni di Arsenal, in cui la squadra replicava sul campo l’esatta trasposizione delle sue indicazioni e delle sue ben delineate prescrizioni tattiche. L’Arsenal delle ultime stagioni ha dato segni di forte sbilanciamento, di una distribuzione delle forze non omogenea. Se della metà campo in su le cose sono sempre (o quasi) andate sui binari giusti, è spesso rimasta vacante la solidità difensiva che era stato un punto di forza a cavallo del nuovo millennio, decretando pesanti passivi alla voce “gol subiti” che non hanno fatto altro che limitare quanto di buono costruito dall’elegante gioco da sempre professato da Wenger.

Quello che è mancato, negli anni a venire, è stato anche e soprattutto, l’affievolirsi dell’efficace fiuto del manager francese. Del suo proverbiale touch, per dirla alla Ed Aarons. Fu proprio il celebre giornalista inglese a scrivere un articolo sul Guardian in cui sosteneva la possibilità che Wenger avesse definitivamente perso il suo intuito nello scovare giovani talenti:

“The Arsenal manager once made a habit of signing players no one had heard of and turning them into world stars, now they tend to leave the Emirates as unfulfilled talents”.

(“L’allenatore dell’Arsenal aveva la consuetudine di acquistare giocatori dei quali nessuno aveva mai sentito parlare e trasformarli in stelle del calcio mondiale, ora tendono a lasciare l’Emirates come talenti incompleti”)

Una verità sacrosanta decretata dai fatti. Pensate ai vari Oxlade-Chamberlain, Sanogo, Jenkinson, Gibbs o dei più recenti Bielik, Chambers e Holding. Senza dimenticare un’altra grande promessa come Theo Walcott, giocatore mai esploso definitivamente e sempre rimasto in quell’oceanico limbo dove rimangono moltissimi talenti perennemente a cavallo tra il titolo di meteora e la “targa” di giocatore affermato. 108 gol in 397 presenze non sono affatto pochi e rappresentano un solido biglietto da visita, per questo si può definire Walcott “meteora” solo se strettamente rapportato alle enormi (inespresse) aspettative che gravavano su di lui. Il “caso Walcott” dimostra quanto la macchina-sforna talenti del francese abbia cominciato a incepparsi troppo presto e con risultati negativi che si sono riversati sulle prestazioni dei Gunners negli ultimi anni. Sempre Aarons sottolinea come con il diminuire dei risultati, Wenger sia diventato “sempre più ostinato, decretando la crescente sensazione che i suoi metodi siano ormai superati”. Un declino che dopo questa analisi sembra essere più fisiologico che precoce, visto la perseveranza del francese nel continuare a testa bassa nel tenere fede alle sue personali convinzioni. Solo negli ultimi anni, influenzato anche lui dalle calde estati dei top players, ha portato sotto il cielo di Londra giocatori già ampiamente affermati (vedi i vari Sanchez e Özil), che, però, in una rosa dal valore a tratti mediocre hanno avuto possibilità limitate di trascinare il club a successi rilevanti.

C’è poi un’ultima considerazione da fare, che riguarda indirettamente Wenger e che concerne nello specifico lo staff medico e lo staff dei preparatori atletici del francese. In una recente inchiesta del Telegraph risalta un dato allarmante che riguarda il numero di infortuni patiti dai giocatori dell’Arsenal nei dieci anni successivi alla stagione 2004/2005. Sono 312, l’equivalente di 13.161 giorni persi per infortunio. Per capirne l’entità, basta confrontare questo dato con lo stesso conteggio fatto però per i cugini del Chelsea dove i giorni di infermeria sono poco più della metà, circa 7.000. Una differenza considerevole, quasi anomala. Chiaro che non può essere un’attenuante per i risultati poco soddisfacenti degli ultimi anni, ma sicuramente è una condizione che ha frenato e limitato il potenziale dell’Arsenal sotto la gestione Wenger.

Tre partite separano Arsène dalla fine di un’era. Per l’ultimo match casalingo della stagione, si stanno già preparando le magliette celebrative, che buona parte dei tifosi indosseranno con orgoglio e nostalgia o con un vago senso di liberazione. Perché presumibilmente questo è ciò rimane dopo 22 anni di Wenger, un covo di sensazioni e considerazioni in contrasto tra loro, di immagini nostalgiche e di brucianti delusioni. Un regno diviso in maniera quasi omogenea tra i primi splendidi anni coperti da gloria e successi e tra i secondi dieci-dodici anni di opprimenti sofferenze (sportive, s’intende).

Ad oggi non è chiaro cosa riservi il futuro di Wenger. Stop definitivo o anno sabbatico? Commentatore televisivo o nuova avventura? Nell’attesa di sapere cosa deciderà di fare a partire dalla prossima estate, chi ha vissuto interamente questa strana, maledetta e gloriosa storia, spera, in cuor suo, che Wenger possa prendere di nuovo in mano una squadra in cerca di riscatto, scrivendo con lei una nuova, meravigliosa, appassionante pagina di football.

Au revoir, Arsène.

Articolo a cura di Gioele Anelli

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