HO IMPARATO A SOGNARE

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Federico Andrada esulta dopo il super gol contro il Perugia, il secondo del Bari, nel 3-1 contro la squadra guidata da Roberto Breda

Nel post partita di BariPerugia, dinnanzi al curioso, incessante domandare di Gianluca di Marzio e Diletta Leotta, Federico Óscar Andrada ha lasciato trasparire tutto ciò che esiste di più spontaneo a questo mondo. Le emozioni. Lapalissiane. Bramate. Tanto attese. Fabio Grosso, che di sentimenti trasposti sul piano calcistico ne sa qualcosa, ha voluto puntare fortemente su di lui nella sfida di ieri pomeriggio contro il Perugia di Roberto Breda ed Alessandro Diamanti, che con cinque punti di vantaggio sul Foggia appare più che mai vicino al sogno play-off, e a giudicare dalla sentenza del campo, ne ha avuto tutte le ragioni. E anche tutti i meriti.

L’ha segnata lui la rete del momentaneo 2-0, dopo il vantaggio di Norbert Gyömbér, strappando gli applausi di tutto il San Nicola. Ha ricevuto palla da Stefano Sabelli, ha saltato con un rapido gioco di gambe, da stropicciarsi gli occhi, Massimo Volta e Giovanni Terrani, un rapidissimo uno-due con Antonino Floro Flores e palla all’incrocio dei pali, dove neanche Dio sarebbe potuto arrivare. Figuratevi Nicola Leali. Roba che se ci fosse stato in tribuna stampa l’uruguaiano Víctor Hugo Morales, el más grande tra i telecronisti sportivi, soprattutto per il suo saper aggettivare, iperbolare; suscitare; si sarebbe rimesso a vergare senza se e senza ma il barrilete cosmico, l’aquilone cosmico, lo stesso che utilizzò il 22 giugno di trentadue anni fa per descrivere un ragazzo ricciolino di nome Diego, quando al 51esimo minuto decise di mettere a sedere tutta la nazionale inglese. Altre storie. Altro contesto. E altri livelli, ovvio. Ma parliamo pur sempre di sensaciones, di sensazioni.

Buona la prima, si potrebbe dire. Da titolare però, perché l’esordio ufficiale di Andrada col Bari è già arrivato una settimana fa, nel pareggio esterno contro il Palermo terzo in classifica, ma con una partita in più rispetto al Parma. Fabio Grosso ha provato la sua squadra tipo durante la settimana, l’ha osservato, ha ponderato. E giustamente gli ha comunicato che sarebbe partito da titolare a circa cinque minuti dal fischio d’inizio, da seconda punta, a fianco di Floro Flores. Dopo il gol el Tanque è stato sommerso dall’abbraccio dei compagni di squadra, con tanto di dedica al suo nuovo popolo, con la mano che batte adrenalinica sul cuore, e sul Galletto, ma soprattutto ai suoi genitori, arrivati in città da tre giorni ed ovviamente presenti allo stadio per vederlo giocare. Nel post partita, con un sorriso contagioso e piacevolmente confuso, Andrada ha parlato di un sogno: di raggiungere quella Serie A che manca da ormai troppo tempo al Bari, con una piccola postilla sulle sue origini italiane (la nonna è di Salerno), ma dimostrando appieno di incarnare l’ambizioso spirito di una piazza che non smette mai di sognare, passionale e travolgente.

Mancano appena due giornate alla conclusione di questo campionato di Serie B, con “Ho imparato a sognare” dei Negrita che senza dubbi sarebbe la colonna sonora perfetta per descrivere le emozioni di una città intera, del San Nicola e dell’uomo del giorno, Federico Andrada, nonostante siano in molti a chiedersi come sia arrivato il Tanque nel Belpaese.

Gli inizi (promettenti, a dire il vero)

 “Ho imparato a sognare,

Che non ero bambino,

Che non ero neanche un’età”

Il Tanque è nato nel partido di Vicente López, uno dei ventiquattro che compongono l’agglomerato urbano della “Grande” Buenos Aires. La sua carriera calcistica è iniziata ad appena cinque anni, nel Deportivo Drysdale, squadra che fu il trampolino di lancio di un certo Javier Saviola, poco prima di sbarcare alla demiurgica ombra del Monumental, all’età di 7 anni, nel 2001. Nelle Inferiores dei Millionarios Andrada mantiene ancora un record, impresso a fuoco nella cultura popolare del River: Federico ha segnato 139 gol nelle giovanili, più di chiunque altro nella storia del club, mentre tale Radamel Falcao, suo idolo dichiarato, poneva le basi per il suo sbarco nel Vecchio Continente con 45 gol in 105 partite in quattro stagioni. A 16 anni firma il primo contratto da professionista con una clausola rescissoria da 15 milioni, l’anno dopo viene convocato per il Torneo Sudamericano sub-17 e segna 4 gol in 8 partite giocate. Meglio di lui solo l’uruguaiano Juan Mascia (6) e il paraguayano Mauro Andrés Caballero (5), che oggi gioca nel San Luis de Quillota, in Primera B Chilena, e di certo non ha mantenuto le aspettative sul suo conto.

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Andrada è grande amico del Cholito, Giovanni Simeone, con il quale ha condiviso la sua esperienza al River Plate per tanti anni di giovanili

In quel torneo l’Albiceleste arrivò in finale, poi persa 2-3 contro il Brasile. Sconfitta amara, ma anche il sentenzioso movente che convinse il dt del River Plate, Matías Almeyda a convocarlo per la pre-season con la prima squadra. Quello che pare “solo l’inizio” però, tramuta in carta, che brucia silenziosa e fuggente con appena 19 gettoni in due anni, complice anche la forte concorrenza di Fernando Cavenaghi e di Gustavo Bou, una sola rete contro il Rosario Central nel Torneo di Apertura del 2013 e due assist.

Fulgida cenere

Quando inizi a capire

Che tutto è più grande

C’era chi era incapace a sognare

E chi sognava già

Il River Plate vince il Torneo di Clausura del 2014, ma Andrada non è affatto protagonista. Passa al Metz, in Ligue 1, per 200.000 euro e un riscatto fissato a 3 milioni, ma il rendimento è totalmente fallimentare, al punto che dopo 12 presenze verrà retrocesso alla squadra B, dove segnerà appena 1 gol. La base per un “non gradito” ritorno in patria, con l’Atlético Rafaela, dove vivrà sei mesi da oggetto misterioso con appena cinque presenze, dopo un fugace colloquio con il Muñeco Marcelo Gallardo, diventato nel frattempo il nuovo dt del River, che senza troppi giri di parole gli spiegherà di non voler puntare su di lui. Poi il Quilmes, ironicamente puntuale quanto una birra nel momento del bisogno, che lo chiede in prestito a Daniel Passarella: Andrada approda al José Luiz Meiszner, che fu dimora di un altro Tanque, quel Germán Denis che tra Napoli, Udinese e Atalanta è stato in grado di conquistare un po’ chiunque per la sua tenacia, per la sua forza, trovando nei Cerveceros un porto franco per riprendere in mano una carriera fino a quel momento priva di acuti, o momenti da ricordare. In due anni Federico raccoglie 41 presenze e 9 gol, di cui 7 nella seconda stagione, per la gioia del dt Cristian Díaz, anche lui vecchia conoscenza della Serie A, dove giocò per l’Udinese (stagione 2000/2001). Sembra tutto perfetto, ma il lungo peregrinare pare proprio non giungere mai a vedere l’orizzonte, tant’è che a fine stagione il presidente Marcelo Calello comunicherà, con una neanche troppo velata amarezza, di non poter riscattare il giocatore. Torna così al River Plate, ma Marcelo Gallardo non fa altro che ribadirgli il concetto di un anno prima: non lo vede proprio nel suo progetto tecnico.

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Andrada con la maglia del Vélez Sarsfield – Photo by http://www.tycsports.com

“Mi amada Argentina, adiós”

Che se cado una volta

Una volta cadrò

E da terra, da lì m’alzerò

Al Vélez Sarsfield le cose sono andate così e così: 2 gol in 13 partite, ma il filo-Bielsista Gabriel Heinze lo vede solo come un buon comprimario, complice anche la concorrenza di Maxi Romero, da poco passato al PSV per una cifra poco superiore ai 10 milioni, e poi di Mauro Zárate, il figliol prodigo tornato al Fortín dopo l’esilio dorato all’Al-Nasr. Ad inizio gennaio è arrivata la rescissione con il club di Liniers. Infine la chiamata del Bari, la voglia di riscatto ed un contratto fino al 2020. Per quattro mesi Andrada non ha mai visto il campo, ieri pomeriggio è salito in cattedra, portando in cielo una piazza intera. Ha imparato a sognare Federico, e come il suo Bari, ha iniziato a sperare. Verso i play-off e, magari, verso la Serie A.

Articolo a cura di Daniele Pagani

 

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