SENZA MEZZE MISURE, COME QUIQUE SETIÉN HA RIPORTATO IN EUROPA IL BETIS SIVIGLIA

Un cittadino del mondo, ecco chi è Quique Setién. Un uomo senza mezze misure, che è andato ad allenare in Guinea Equatoriale, anche per una sola partita. «Sto ancora aspettando una loro chiamata» ha scherzato con Espn. Uno che non ha paura di attaccare, anche sui giornali, Dmitry Piterman e Mr Alì, i due proprietari che hanno affossato il Racing Santander, sua squadra del cuore. E proprio nella città della banca spagnola più famosa ha cominciato. Stagione 2001/02 Racing appena retrocesso in Segunda Division e con l’obiettivo della rapida risalita in Liga. Alla fine della stagione secondo posto dietro l’Atletico Madrid e otto giocatori tra i primi marcatori del campionato: Bodipo, Guerrero, Mazzoni, Morán, Txixi, Mateo, Delgado e Sierra. Un primo accenno di quel sistema che diciassette anni dopo avrebbe costruito al lato opposto della penisola, a Siviglia, con un’altra squadra biancoverde.

La rivoluzione– Alla fine dello scorso campionato, dopo una salvezza raggiunta soltanto alle ultime giornate, il presidente Ángel Haro ha deciso di cambiare tutto. Esonerato Víctor Sánchez, ha chiamato Quique, che arrivava da una stagione di molte luci (fino a gennaio) e altrettante ombre (da febbraio in poi) con il Las Palmas. Sette mesi dopo, con il 2-1 al Malaga, il Betis è ufficialmente in Europa League.

Andare in Europa con 56 gol fatti e 58 subiti. Si può, se ti chiami Quique Setién, e l’unica cosa che ti importa dopo aver vinto al Bernabeu sono i complimenti di Modric. «Avremmo anche potuto perdere, i suoi complimenti erano già la nostra vittoria» ha detto l’allenatore spagnolo. Quique a Siviglia ha costruito una squadra da tutto o niente, da soli cinque pareggi nella Liga. O vince, tanto (diciotto partite) o perde.

Non è un dato casuale, riflette esattamente la filosofia calcistica dei Seitén. Un «attaccare sempre» berlusconiano ma assolutamente organizzato. L’impostazione del gioco parte addirittura dal portiere. Adán è bravissimo a giocare on i piedi e viene chiamato in causa spesso dai compagni. Mandi e Feddal si allargano alla ricerca dello spazio lasciato libero dal pressing degli attaccanti avversari. Durmisi e Barragán si alzano, nella più classica salida lavolpiana. I due centrali sono tra i più tecnici dell’intera Liga: Mandi ha un passato da centrocampista allo Stade Reims in Ligue 2, Feddal a Parma ha fatto il mediano. Il loro primo appoggio in fase di costruzione è Javi García, che può scegliere o di allargare il gioco sulle fasce o andare a cercare la punte. In realtà la salita dei terzini serve solo per costringere la difesa avversaria ad allargarsi e a difendere a tutto campo. Al resto ci pensa Javi, che la può mettere dove vuole, come dimostra il suo spaventoso 91,9% di precisione passaggi. Le ali, Joaquín e Tello, stringono verso il centro e León si abbassa per dialogare con i centrocampisti. Al Las Palmas dello scorso anno mancava un uomo che riuscisse a creare la superiorità numerica sulla trequarti. Quique quest’anno ha pensato anche a questo, scegliendo addirittura due Fabian Ruíz e Guardado. Il primo ha il più alto numero di dribbling della squadra, 2.1 a partita, il secondo ha portato alla causa già otto assist e 1.2 passaggi chiave a gara.

Non è un paese per vecchi- Non lo è per nessuno, neanche per Joaquín, anche se la carta d’identità dice trentasei anni. Eppure l’ex Fiorentina tornando a casa ha trovato una seconda giovinezza. Quattro gol, sei assist, quasi due passaggi chiavi a partita e quattro volte migliore in campo. Ha modificato il suo gioco per poter reggere fisicamente per tutta la stagione, e ha avuto ragione lui, perché ha timbrato il cartellino trentacinque volte quest’anno. Non si allarga più solo sulla fascia, con quel classico movimento di finta y gambete che lo aveva reso famoso nella prima parte di carriera. Ora viene più dentro al campo, si appoggia a León o al mediano, ma soprattutto punta la porta. Non solo Joaquí però, perché con Seitén sono maturati giovani di grande prospettiva, ma che fino a questa stagione faticavano a trovare continuità. Il primo nome è Durmisi, diventato finalmente titolare e devastante sulla fascia, soprattutto per tempi di inserimento, come dimostra anche il gol de pareggio con il Malaga che ha aperto le porte dell’Europa League. Il secondo nome invece è un vecchio pallino di Walter Sabatini, che lo aveva acquistato ai tempi della Roma. Antonio Sanabria è stato il crack della Liga, almeno nella prima di stagione. Otto gol in sedici partite e un rendimento sempre in ascesa, fermatosi solo per un infortunio al ginocchio che lo ha lasciato fuori diciotto partite da dicembre ad aprile.

Punti deboli– Uno, e non è neanche difficile da individuare. 56 gol subiti sono comunque troppi, anche semplicemente per il rammarico di non aver compreso quanto potesse essere importante stringere un paio di chiavi difensive. Attaccando con sette o più giocatori, è normale che persa palla sia più difficile riallinearsi alla perfezione per non concedere spazi. Tra i giocatori con più cartellini ci sono solo difensori, Mandi, Feddal, Barangán e Amat, che sono anche i più fallosi. Le palle inattive poi sono il vero problema del Betis. Nove i gol presi su punizioni a sfavore in campionato, che diventano dodici se ci aggiungiamo anche i rigori, il 21% delle reti prese complessivamente. Non è questione di difesa a zona, come in questo caso, o a uomo, è un problema di posizionamento dei due centrali, che spesso lasciano l’avversario libero sul secondo palo o non leggono bene il taglio sul primo degli attaccanti. Barragán e Durmisi poi, in situazione di transizione difensiva arrivano tardi sugli esterni e, quando non vengono saltati, sono costretti al fallo. La squadra a volte sembra spaccata in due tronconi, con Tello, Joaquín e Sergio León che restano alti in caso di recupero, e Fabián Ruiz e Guardado che rientrano lentamente. I quattro dietro sono costretti spesso all’uno contro uno, fondamentale in cui non sono eccellono particolarmente. Per coprirsi di più Quique Setién ha deciso anche di passare al 3-4-3 con Bartra, arrivato a gennaio dal Borussia Dortmund, ma con pchi risultati. Un peccato, perché con un sistema diverso il Betis avrebbe anche potuto lottare per il quarto posto. Ma forse non avremmo la bellezza del gioco offensivo di Quique. Perché con lui è così, prendere o lasciare.

Articolo a cura di Fabio Simonelli

 

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