ESSERE MOMO SALAH

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Immagine realizzata da Giacomo Maurizi di Chronos Realms per “La Gazzetta di Don Flaco”

Nel 2014 Momo si sente una star, ma non lo è. Eppure sapete: lo capisco.

Due anni prima era un giovane neanche tanto promettente dell’Al-Mokawloon, che salutava dopo aver segnato 12 gol in 3 stagioni. Che saranno pur qualcosa, ma se vuoi dimostrare di essere un predestinato non sono esattamente i numeri per farlo.

Poi la Svizzera, col Basilea. Un’occasione, il momento per mettersi in mostra. I riflettori dell’Europa League e quel gol nei quarti di finale al Tottenham hanno fatto il resto. Momo si mette in vetrina, deciso ad abbandonare un’esistenza condotta per inerzia, misera e scialba. Sognando la piena consapevolezza di sé.

E qualcuno in effetti lo nota. Viene da Setùbal, lo chiamano Vate. Mourinho lo vede, lo vuole, lo ottiene. Incapricciarsi a Londra. Era il 2014: Momo si sente una star, ma non lo è. E a Londra resterà di lui solo un timido e inutile squillo isolato contro l’Arsenal. Suo infatti fu il sesto centro del 6-0 con cui lo Special One umiliò Wenger alla sua millesima partita sulla panchina dei Gunners.

Momo si sentiva una star, ma Mourinho vedeva solo un ragazzino ancora fisicamente e mentalmente non pronto per la Premier, socialmente e culturalmente smarrito. E con il più classico degli infantili ripensamenti, lo lascia al suo destino. Dimenticandolo.

Allora Firenze. Che la scrittrice Francesca Paolillo racconta come un luogo magico dove amare, perdersi e ritrovarsi. Non necessariamente in quest’ordine, sia chiaro. E Momo ne è la dimostrazione. Ci va per ritrovarsi, ci riesce facendosi amare da tutti, ma poi finisce col perdersi.

E non c’entrano le prestazioni questa volta. È un isolamento cercato. Scegliere la solitudine, tradendo a cuor leggero chi ti aveva stimato e rispettato, solo per un’ambizione maggiore. Che lo renderà perenne rinnegato in quella che poteva essere ma che mai sarà la sua città.

Era il 2015 e – ancora una volta – Momo si sente una star, ma non lo è.

Allora Roma.

Nella Capitale, nella città eterna che ispirò i capolavori di Sordi e di Fellini. Mohamed è convinto di svoltare, di abbandonare finalmente quella banalità che lo tortura e lo schiavizza. Un’ombra che corre anche più veloce di lui.

E in effetti i numeri incominciano a sorridergli. In due stagioni all’ombra del Colosseo saranno 29 i gol in campionato e 3 i centri europei (2 in Europa League e 1 in Champions League) impreziositi dai 18 assist e dai 2,3 passaggi chiave a partita.

Ma nonostante questi dati Momo mancava di qualcosa. O meglio: nonostante questi dati – per qualcuno – Momo mancava di qualcosa. In molti a Roma cominciarono a storcere il naso per la mole eccessiva di errori sotto porta, manco fosse un Gervinho qualunque.

In questi casi, quando il cuore può essere sfumato dai fumi dell’ira che lo rendono più irrazionale di quello che è, mi affido – con piglio molto scientifico – alle statistiche. Credo che talvolta – in rarissimi casi sia chiaro – alcune risposte vadano ricercate solo nei dati. E il cuore debba essere messo a tacere in virtù della razionalità.

Mohamed nell’esperienza romana tirava in porta appena 2 volte per match, ciò significa che nelle 71 partite giocate, manteneva una media realizzativa superiore al 40%. Ad essere di manica larga, un gol ogni due partite. E c’era chi lo chiamava Sciupone l’Africano.

Vero. Col senno di poi, è facile proferir parola. Ma ora siate coerenti. Quella torrida estate di un anno fa, erano davvero in pochi quelli che a Roma si strappavano i capelli per la sua cessione al Liverpool.

Già, Anfield. Un po’ come quel piano tra il settimo e l’ottavo dell’ufficio a New York di Craig Schwartz, sventurato protagonista del capolavoro partorito dalle menti di Spike Jonze e Charlie Kaufman: “Essere John Malkovich”. Un tunnel, quello verso il prato verde della Merseyside red, simile a quello che portò Craig, un uomo di scarso successo ossessionato dal perfezionamento della sua identità, nella testa del celebre attore hollywoodiano John Malkovich. Un tunnel che prometteva di annullare fallimento e incompletezza. Dall’irraggiungibilità alla massima disposizione allo sforzo, fino alla piena realizzazione dei propri sogni.

Nel 2017 Momo si sentiva una star, ma non lo era.

Eppure stava per diventarlo.

Con il fardello del giocatore più pagato nella storia dei Reds.

12 Agosto. Debutto ad Anfield. Col Watford. Subito in gol.

Come il primo giorno di scuola.

Come il primo bacio.

La prima volta sulla bici.

Il primo Ti amo.

Il debutto non è un voto, è una dichiarazione.

Come fosse un prestigio.

Prima una banale promessa: “qualcosa nascerà”.

Poi inseguirla, svoltare tra gli ostacoli che ogni buon trucco ti presenta davanti.

E infine, quando i più sono nella maggioranza scettica e disillusa: The prestige.

Li hai incantati tutti Momo. A Nasr City, nella tua prima esperienza in Egitto. Quelli che non ci credevano ora ti venerano. A Basilea, dove non sono abituati ai campioni ma alla parvenza di essi. E tu hai ridisegnato questo concetto, irrorandoli di fiducia ed orgoglio. A Londra, dove i rimpianti vivono sotto il letto di ogni abitante del distretto di Chelsea. A Firenze, dove resta la furia e la sensazione di incompletezza per il tuo voltare così le spalle. A Roma, dove a queste sensazioni si aggiunge quel senso di colpa di chi non apprezza fino in fondo prima di un abbandono. Il tuo prestigio ha incantato tutti loro.

Per i 32 gol stagionali in 34 presenze in Premier League, per i 10 centri in 11 presenze in Champions League, per ogni unbreakable record frantumato. Perché sapevi di non essere più lo stesso. Di aver trovato finalmente la consapevolezza di te stesso. Perché oggi Momo, alla vigilia della sfida più importante della tua carriera, possiamo dirlo.

È il 25 Maggio del 2018. E Momo Salah è una star.

Un’ambizione raggiunta, senza guardarsi indietro.

Good luck Momo, mostra al mondo cosa vuol dire essere Mohamed Salah.

Articolo a cura di Alfredo De Grandis

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