HS… ZWEITE

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L’ultima giornata di campionato, con annessa retrocessione,  ha portato anche a questi disastri di ordine pubblico in casa Amburgo – Photo by http://www.goal.com

1963. Martin Luther King tiene il celebre discorso al Lincoln Memorial, Kennedy viene assassinato a Dallas, Stan Lee e Steve Ditko danno vita al primo numero di The Amazing Spider-Man e i Beatles incidono il primo loro album dal titolo Please Please Me. È un anno ricco, intenso, colmo di avvenimenti che in qualche modo hanno segnato un’epoca e hanno occupato una posizione di prestigio nei libri di storia. In un angolo appartato, quasi avesse paura di comparire in questa lista, c’è il motivo per cui il ’63, nel nostro caso, risulta essere determinante.

Nella mite estate che faceva da contraltare a uno dei più gelidi inverni del XX secolo, venne fissata la data di nascita dell’odierna Bundesliga, che sostituì di fatto la desueta formula dei gironi regionali, già da tempo abbandonata nei maggiori campionati europei. Fu il primo anno della Bundes e il primo dei 55 anni che hanno visto l’Amburgo parteciparvi senza saltare una singola edizione. Un record storico gelosamente custodito e orgogliosamente posto in bella mostra tra le mura amiche del Wolksparkstadion, tramite un orologio che ne segna l’esatta durata. Un orologio che oggi, dopo oltre 54 anni ha smesso di scandire con precisione la lunga e ininterrotta permanenza in Bundesliga del club anseatico. Da quel 24 agosto 1963 l’Hamburger Sport-Verein non è mai mancato all’appello, ma ad agosto, per la prima volta nella storia, il suo nome non figurerà tra le 18 squadre che daranno il via alla prossima stagione. Un verdetto triste, sconvolgente, ma non del tutto inaspettato. Che fosse una tragedia annunciata ce lo rivela la storia recente dell’Amburgo, troppo spesso sul filo del rasoio, troppo spesso in bilico a pochi passi dalla scogliera a picco sulla Zweite Liga. Non è di certo solo Pech, sfortuna, ma è piuttosto un ben assortito mix di componenti che hanno minato le certezze di un club che fino a qualche decennio fa regnava sovrano sul suolo tedesco. Oggi di quell’Amburgo rimane solo uno sbiadito ricordo, un’effimera immagine sfocata di quel gruppo di giocatori che tra gli anni ’70 e ’80 impose la sua dilagante supremazia territoriale. Da agosto, l’HSV dovrà partire da zero, risalire la china e riemergere da un campionato cadetto che mai nella storia ha visto il suo nome iscritto all’albo dei partecipanti. Ma prima di tutto, sarà necessario trovare la chiave di questo inarrestabile tramonto che ha portato l’Amburgo a un tracollo che per sempre rappresenterà una macchia indelebile nella gloriosa storia del club.

<<DER BUNDESLIGA-DINO>>La prima formazione societaria del club risale al lontano 1887 quando il calcio in Germania non godeva ancora di un seguito considerevole. Infatti, fino ai primi anni del ‘900 il club era semplicemente una polisportiva e l’Hamburger Sport-Verein che oggi conosciamo nacque solo in seguito all’unione di più società nel 1919. Nella Germania che portò in grembo due Guerre Mondiali, lo spazio dedicato all’aggiornamento e allo sviluppo del campionato tedesco era limitato. Non è un caso che fino al 1963 – come detto – il torneo a girone unico non era ancora stato istituito. Ma nella manciata di decenni giocati seguendo la struttura di una competizione a base regionale, a recitare un ruolo da protagonista è proprio l’Amburgo che fa incetta di trofei nelle massime divisioni regionali su cui si fondava la complicata stratificazione del campionato tedesco, più volte modificata e profondamente influenzata dall’irrequieto clima politico che ha caratterizzato la Germania nella prima metà del secolo. Dal 1947, infatti, la Gauliga che aveva caratterizzato la dittatura nazista in tutta la sua durata divenne Oberliga, fino al fatidico 1963.

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Un’orologio che si ferma, una storia da riscrivere – Photo by http://www.passioneinter.com

La prima Bundesliga nasce non senza polemiche, sulla base di una suddivisione dei partecipanti che dissemina malumore intorno alla creazione del nuovo campionato. Ogni specifica zona geografica o grande città dovette avere una sola rappresentativa nelle 16 che presero parte alla stagione 1963-1964 e fu così che molti club illustri vennero sacrificati in base a un tanto arbitrario quanto controverso metodo di selezione in base ai successi costruiti in quegli anni. Il caso più clamoroso fu quello di escludere il Bayern Monaco in favore di un Monaco 1860 che nelle stagioni precedenti vantava uno score di poco migliore dei cugini bavaresi. Una volta assorbita la nuova struttura del campionato tedesco, si susseguirono vincitori del tutto eterogenei nei primi anni dall’inaugurazione, con l’Amburgo che galleggia tra le zone comode della classifica, senza mai rischiare di retrocedere, ma senza nemmeno avvicinarsi troppo alla vetta. Dal 1968 al 1977 la Bundesliga diventa poi ostaggio dell’inossidabile duopolio targato Borussia Mönchengladbach – Bayern Monaco con 9 titoli vinti in 9 anni (5 il Borussia e 4 il Bayern). A spezzare l’incantesimo fu il Colonia (1978) che dovette presto cedere il posto a un Amburgo che poco prima della chiusura del sipario sugli anni ’70 cominciò a imporsi con fermezza in un campionato che fino ad allora l’aveva visto recitare quasi sempre un ruolo da comparsa.

Il vuoto lasciato da Kuno Klötzer alla guida del club – con lui una Coppa di Germania, una Coppa di Lega e una Coppa delle Coppe – venne colmato un anno più tardi (1978) da Branko Zebec che portò l’Amburgo alla sua prima vittoria in campionato dalla costituzione dell’odierna Bundesliga. Zebec si prese cura del progetto di Klötzer, lo rese duraturo e concreto, preparando il terreno all’arrivo di Ernst Happel, che nei sei anni sulla panchina dei Rothosen portò il club alla vetta più alta mai raggiunta dall’Amburgo nel corso della sua storia. Due Bundes, una Coppa di Germania, ma, soprattutto, la Coppa dei Campioni conquistata nella folle notte di Atene contro una delle Juventus più forti di sempre. Ma come spesso succede quanto raggiungi la cima troppo in fretta e senza un solido passato che ti qualifica come vincitore abituale, il rischio di sentire l’ossigeno venir meno è reale. Per l’Amburgo fu esattamente così. Dopo l’addio di Happel, ci vollero infatti sedici anni per potersi fregiare di un nuovo trofeo in bacheca (la ormai soppressa Coppa di Lega). Per il resto, il palmarès degli anseatici risulta – dati alla mano – estremamente limitato in rapporto alla lunga e gloriosa storia del club. I due Intertoto conquistati tra il 2005 e il 2007 ad oggi risultano di fatto gli ultimi due trofei conquistati dall’HSV. Con uno sguardo d’insieme, la parabola discendente dell’Amburgo è geometricamente perfetta: una volta raggiunta la vetta con fatica e perseveranza negli anni, la discesa è stata altrettanto lenta e graduale, fino a far scivolare l’Amburgo nell’incognito baratro della seconda divisione.

UN DESTINO SCRITTO? – Se mai qualcuno volesse pubblicare un libro sugli ultimi 6 o 7 anni dell’Amburgo, avrebbe gioco facile nel trovarci un titolo. Tra i tanti detti popolari che la cultura teutonica ha lasciato in eredità alle nuove generazioni, esiste un celebre proverbio che sembra esser stato appositamente creato per descrivere questo breve e determinante ciclo di vita del club anseatico. Wer nicht hören will, muss fühlen. Ovvero, “chi non vuole ascoltare, deve sentire”, nel senso di sperimentare, provare e testare – dolorosamente – di persona. Se il nesso logico dovesse sfuggire, è semplice riconnetterlo rileggendo a distanza di due anni le parole di Dietmar Beiersdorfe. In una conferenza parzialmente riportata sulle pagine dello Spiegel, l’ex amministratore delegato dell’Amburgo lascia trasparire una sconfinata – e a tratti ingiustificata – fiducia nei mezzi a disposizione del club. “Non c’è nessun caos”, “capiamo l’insoddisfazione, ma nonostante i risultati abbiamo un piano” o ancora, in riferimento al fatto che dopo l’addio di Peter Knäbel avrebbe dovuto occuparsi anche del mercato, “siamo pienamente operativi, non c’è alcun vuoto di leadership”. Un ottimismo che ha fomentato anche l’imperturbabile fetta di tifosi che sosteneva da anni la tesi secondo la quale l’Amburgo era e sarebbe per sempre rimasto “irretrocedibile”.

Ma oltre favole e cabala, la necessità di guardare i fatti e di saperli interpretare in chiave futura avrebbe potuto fungere da tribuna d’onore a picco sulla realtà. Una realtà che negli ultimi anni è spesso stata confusa, scambiata e soffocata in favore di una velata e incontrollata sicurezza che ha annebbiato l’eventualità della retrocessione. Da quella che doveva essere un’impossibilità – diventata improbabilità solo per volere di un destino che sa di potersi vantare del suo essere imprevedibile in aperto contrasto alla sua stessa definizione – si è passati a una possibilità vaga prima e concreta poi. Sviluppata in parallelo ai deludenti risultati degli ultimi anni per chiunque, con cronologico ritardo e conseguente stupore per tifosi e società che in un modo e nell’altro riuscivano a vederci sempre più del bianco che del nero. Le parole di Beiersdorfe, benché in un contesto particolare, ne sono l’esempio più puro e concreto, la dimostrazione più chiara e calzante. Detto questo, non va comunque pensato che il club non sia mai stato in grado di guardare in faccia la realtà, ma che piuttosto l’abbia solo osservata e ritenuta sinonimo di calma piatta anche quando le crepe cominciavano a preannunciare l’aprirsi della voragine.

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Un tifoso disperato, e in lacrime, in tribuna all’ultima di giornata di campionato – Photo by http://www.thewisemagazine.it

Nel 2010 nessuno poteva anche solo immaginare un declino simile. Nella primavera di quell’anno l’Amburgo si stava giocando l’accesso alla finale di Europa League contro il Fulham e in campionato chiudeva con un dignitoso settimo posto. La stagione successiva si sviluppò sulla falsa riga della precedente: ottavo posto e nessun presagio preoccupante. Il primo sintomatico campanello d’allarme del gelido e graduale tramonto sul porto anseatico arrivò nei primi mesi della stagione 2011/2012. 4 punti nelle prime 8 partite è il bottino di un Amburgo che fatica a ingranare e a fare punti. Il dato interessante è che quell’avvio così sorprendentemente negativo inaugurò una costante nelle stagioni a venire: tre sconfitte su tre nel 2012, 4 punti nelle prime sei (2013/2014), 2 punti nelle prime sei (2014/2015), due sconfitte nelle prime quattro (2015/2016) e otto sconfitte nelle prime dieci (2016/2017). Un’abitudine interrotta – ironicamente – solo durante lo scorso agosto, nel quale arrivarono 6 punti nelle prime due giornate.

Se le numerose false partenze non possono essere intese come reali emergenze o pericoli a lungo termine, lo sono senz’altro i piazzamenti finali. Dal 2012 ad oggi, una sola volta ha terminato il campionato nella prima metà della classifica, concludendo con un settimo posto nella stagione 2012/2013 (dopo un deludente 15° posto in quella prima). Un’annata particolare che vide l’esplosione del 19enne Heung-min Son, in grado di caricarsi sulle spalle l’arsenale offensivo dell’Amburgo mettendo a segno 12 gol in 34 presenze, al pari del suo compagno di reparto Rudnevs. La stagione in questione venne intesa come un segno di rinascita, un sintomo di forte ripresa del club, non come l’ennesimo picco isolato dal quale l’HSV sarebbe caduto vertiginosamente. Nell’estate che ne seguì la dirigenza anseatica pensò bene di fare cassa, a discapito di un progetto che avrebbe potuto decollare proprio sulla scia degli ottimi risultati conseguiti nella stagione precedente. In un colpo solo, da Amburgo partirono Son, Berg, Rudnevs e Aogo, costringendo la società a ripiegare su alternative non all’altezza e soluzioni economiche. Il risultato? Allarmante: 16° posto in entrambe le stagioni successive, con l’Amburgo costretto a giocarsi la permanenza in Bundesliga attraverso gli spareggi. Nel 2014 contro il Greuther Fürth – vinto solo grazie ai gol in trasferta dopo aver pareggiato sia all’andata che al ritorno – e nel 2015 contro il Karlsruher, battuto ai supplementari nella gara di ritorno. La stagione dopo arriva un 10° posto che risolleva gli umori, ma che di fatto ricostringe l’Amburgo a interfacciarsi nuovamente con l’incubo retrocessione. Incubo che diventa di nuovo reale nell’aprile 2017 nel quale gli uomini di Markus Gisdol collezionano 4 sconfitte in cinque partite, sprofondando al 16° posto. Poi due pareggi e una vittoria all’ultima giornata regalano all’Amburgo l’ennesima salvezza. Per l’HSV di questi ultimi anni è stato un po’ come quando da ragazzini si giocava alla “tedesca” o a “undici”: ti capitava spesso di colpire pali e traverse a volontà salvandoti sempre dall’andare in porta. Accumulavi “bonus” e ti garantivi la permanenza fuori dai pali. Poi cominciavi a calciare fuori per troppe volte di fila finché i bonus non si esaurivano e all’ennesimo errore quel maledetto turno in porta ti aspettava beffardo. Con le dovute proporzioni, all’Amburgo è capitata parallelamente la stessa cosa: dopo i tanti salvataggi all’ultimo secondo e i frequenti rischi calcolati (male), il momento di pagare pegno alla dea bendata sarebbe dovuto arrivare. E così, inesorabilmente, è stato.

Tra i tanti primati negativi amaramente collezionati in questi ultimi anni, ne prendiamo in considerazione uno che possiede degli estremi decisamente calzanti per il periodo in considerazione. Il bilancio contro il Bayern Monaco a partire dalla stagione 2010/2011 consente di capire quanto il declino dell’Amburgo abbia raggiunto confini mai visti e risultati davvero insoliti. Si tratta pur sempre del Bayern, direte voi. Vero, ma negli anni, la sfida con i bavaresi ha assunto connotati straordinariamente preoccupanti, quasi… tennistici. Negli ultimi 16 confronti sono arrivati tre pareggi e tredici sconfitte. Ma il dato ancor più critico riguarda i gol subiti: 62, contro i 6 messi a segno. In queste 16 gare saltano all’occhio risultati rocamboleschi, come il 2-9 nel marzo 2013 o come lo 0-8 registrato per ben due volte tra il 2015 e il 2017. Come se non bastasse, a completare il quadro l’Amburgo ha inanellato due 0-5 e altrettanti 0-6, che rendono i contorni di questa statistica ancor più anomali. Ma al di là di questi dati, utili solo a definire i dettagli di questo tragico tramonto, rimane il fatto che, raccolti i cocci, l’Amburgo dovrà trovare la forza per ripartire quanto prima. La delusione è tanta e opprimente, ma storia e tradizione potrebbero essere il carburante in grado di convertire questo sconforto in fame e determinazione per tornare in una Bundesliga ormai orfana del suo figlio più longevo. La rosa attuale ha qualità ed esperienza tali per poter conquistare una Zweite Liga decisamente alla portata. Tutto, o quasi, dipenderà dal mercato che l’Amburgo deciderà di portare avanti, con il primario obiettivo di tenere i pezzi pregiati (Kostic, Holtby, Hunt, Hahn, ad esempio) e ripartire dalle giovani promesse, come il classe 2000 Jann-Fiete Arp che ha già fatto intravedere di poter sedere al tavolo dei grandi.

Sarà insolito non vedere l’Amburgo prendere parte alla prossima Bundesliga. Ma sarebbe decisamente più singolare non vederlo figurare tra le 18 squadre della stagione 2019/2020. Al campo la sentenza, ma le carte per tornare nell’Olimpo ci sono tutte, e saperle sfruttarle dovrà essere un obbligo.

Articolo a cura di Gioele Anelli

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