PUST’ LUČŠIJ IZ KOMANDACH POBEDIT – GUIDA AL GIRONE D | GdDF

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Grafica realizzata da Alessio Giannone per “La Gazzetta di Don Flaco”

Girone D

Argentina – Croazia – Islanda – Nigeria

A cura di Daniele El Flaco Pagani e Matteo Albanese

ARGENTINA

di Daniele El Flaco Pagani

Il Mondiale della verità per l’albiceleste tra una sorniona enigmaticità, l’ultima spiaggia di Lionel Messi per superare il fantasma di Diego e l’ultima battaglia di un valoroso soldato

Argentina, l’ultima spiaggia del D10S – Conferenze stampa trasposte sul piano di una silenziosa e statica guerriglia, che se da una parte s’impernia nella carismatica arte della gestione dei nervi, Ipse Dixit e colonna portante di colui che in Argentina viene definito Hombre vertical, dall’altra sfoggia una sorniona enigmaticità, sfumatura comportamentale che viene trasposta sul piano dell’arroganza da una gogna mediatica in trepidante attesa, irrequieta e spasmodica nel voler puntare il dito. Jorge Sampaoli ha fatto intendere il proprio modus operandi senza fare troppo lo gnorri, pur cedendo alla passionale tentazione di giocare col fuoco in più d’un occasione, e parte per la campagna di Russia alla testa di una Selección attanagliata da diversi dubbi di formazione e una buona dose di tassativa sfortuna. Tra provocazioni e realtà sotto il profilo tattico, una colonna vertebrale piuttosto lacunosa e il triste tessere del destino, che ha colpito un meritevole Manuel Lanzini, reduce da una stagione più che positiva quantomeno per rendimento personale, ed il Chiquito Sergio Romero, che proprio con la sua albiceleste avrebbe certamente voluto vendicare le lacrime dell’ultima finale, quella della scorsa edizione decisa da Mario Götze a favore della Germania, andiamo a sdoganare i segreti del collettivo argentino a pochi giorni dell’esordio nel Mondiale.

Vani pregiudizi e legittimi dubbi – Il 4-4-2 utilizzato da Jorge Sampaoli nella partita amichevole contro Haiti, tanto classico quanto illuminista per svariate ragioni, si colloca agli antipodi rispetto al 2-3-3-2 nubìvagato, ma neanche troppo, nell’ultima conferenza stampa pre-Mondiale dal CT nativo di Casilda, provincia di Santa Fe. Un sistema di gioco a primo impatto eccentrico e poliedrico, forse folle, ma fondato su diktat ben precisi. In primis l’obiettivo è alleggerire Lionel Messi da compiti di regia, a cui la Pulga ha dovuto adempiere fin troppo spesso nelle ultime due edizioni del Mondiale, prima in Sudafrica e poi in Brasile, e che ne hanno in parte condizionato il rendimento complessivo in ambedue le occasioni. Ecco perché il 2-3-3-2 potrebbe rappresentare il giusto compromesso sotto il profilo tattico, poiché permetterebbe al Diez argentino di sbrigliarsi da necessità precedentemente implicate del collettivo al fine di partecipare alla manovra in maniera più spontanea, senza strafare, e anarchica, per sfruttare quel talento che di certo non ha bisogno di presentazioni. In quest’ottica è ben più semplice comprendere l’obiettivo di Jorge Sampaoli: riprendere il modello del Chile 2015, vincitore della Copa América, allo scopo di applicare una maggiore razionalizzazione dei compiti in campo, parlando di collettivo, e al contempo garantire al suo craque la possibilità di giocare con più agio. Sul modello Barcellona, tanto per intenderci. Il Mondiale di Russia sarà con tutta probabilità l’ultima spiaggia per Leo, autore di 50 gol e 28 assist complessivi nelle 58 presenze stagionali con il Barça (e 28 volte man of the match per i blaugrana), sulle cui spalle continua ad aleggiare il solito e mai banale fantasma di Diego Armando Maradona. Destino della Pulga a parte, appare ben chiaro come l’ambizione di Sampaoli sia quella di creare uno stile di gioco improntato sul dinamismo e un giro palla rapido, votato alla ricerca dello spazio e ad un’armoniosa transizione del collettivo, che si dovrà muovere in blocco attraverso il pressing alto sui portatori di palla e continue sovrapposizioni degli esterni bassi sulle catene laterali. La qualità e gli interpreti di certo non mancano.

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Il pragmatismo è la prima regola – Tornando all’amichevole contro Haiti, l’ultima disputata dalla Selección prima di partire alla volta della Russia (in seguito all’annullamento del friendly match che si sarebbe dovuto giocare ad Israele, non disputato più che altro per ragioni geopolitiche), Sampaoli ha testato un 4-4-2 con Eduardo Salvio e Nicolás Tagliafico sugli out bassi, Javier Mascherano a fare da Jefecito, come suo solito del resto, e Giovani Lo Celso come costruttore di gioco. Poi ecco i soliti nomi: Lionel Messi al fianco di Gonzalo Higuaín e il solito Angel Di Maria in fascia, pronto a sfruttare la sua eccezionale (e già nota) rapidità di gamba. L’infortunio di Manuel Lanzini rischia di pregiudicare non poco l’idea tattica studiata da Sampaoli, che si ritrova costretto a fare una scelta ben precisa: garantire fluidità alla manovra schierando Lo Celso come volante de cinco, a discapito di uno tra Mascherano e Lucas Biglia, la cui coesistenza risulta particolarmente complicata. Come sostituto del Diez del West Ham è stato convocato Enzo Peréz del River Plate, che al pari di Éver Banega potrà essere un’arma in più a partita in corso, soprattutto nella fase di transizione difensiva e nel caso specifico di un ipotetico cambio di allineamento, magari un 4-3-3 più protezionistico. La partita contro Haiti ha evidenziato la vittoria del pragmatismo sulla sperimentazione. No all’idea dei due trequartisti in campo. Quindi no a Messi e Paulo Dybala insieme. Sì a giocatori camaleontici e bravi ad autoinnescarsi in fase d’inserimento come Maximiliano Meza e Cristian Pavón, già forti tecnicamente e atleticamente, ma non da meno sotto il profilo della mentalità. Questi due – e datemi retta – sono già pronti per l’Europa. Quest’idea di Sampaoli, tanto per intenderci, è la stessa che ha fatto saltare la testa del capocannoniere della scorsa Serie A, Mauro Icardi. Si dice per onestà. La stessa che ha giovato, per contro, a giocatori come Edu Salvio e Cristian Ansaldi, vero e proprio giocatore multitasking del reparto difensivo albiceleste, in grado di agire indistintamente a destra, a sinistra e al centro della retroguardia, mentre nel caso del Toto del Benfica si parla limpidamente di sperimentazione, dato che sulla fascia opposta a Nicolás Tagliafico dovrebbe agire il semper fidelis di Sampaoli, Gabriel Mercado. Davanti, come detto in precedenza, tocca ancora al Pipita Gonzalo Higuaín, che di gol ne ha segnati molti in meno rispetto a Mauro Icardi, ma al contempo si fregia di una pura e cruda realtà. Maurito è un’animale d’area, ma non ha i movimenti dell’attaccante della Juventus, né la sua capacità di aprire gli spazi per i compagni, pur essendo maturato molto in questi anni vissuti all’Inter. In alternativa il più acciaccato, ma sempreverde – e chi lo ferma questo qui? – Sergio Agüero, che dubbi o meno avrebbe preso ugualmente parte al Mondiale. Il Kun ha giocato una grande stagione, che gliel’avrebbe fatta spuntare su qualunque concorrente: da Joaquin Correa a Lucas Alario, senza dimenticare lo sfortunato Darío Benedetto.

Tra certezze e problemi strutturali – Con Javier Mascherano più avanzato, nella retroguardia ci sarà Nicolás Otamendi, fresco vincitore della scorsa Premier League con il Manchester City di Pep Guardiola, a fare da leader. Ovviamente con i soliti compiti di marcatura. Al suo fianco, da regista basso, un degno soldato come Federico Fazio, che questo Mondiale l’ha meritato largamente. Nelle gerarchie attenzione a Marcos Rojo, che al pari di Cristian Ansaldi può agire in più posizioni nel pacchetto arretrato a disposizione di Sampaoli, mentre una possibile sorpresa potrebbe essere anche Marcos Acuña dello Sporting Lisbona, un altro che il biglietto per la Russia se l’è guadagnato ma che più probabilmente verrà utilizzato come centrocampista. In porta, dopo l’infortunio occorso allo sfortunatissimo Sergio Romero, il favorito sembra essere Willy Caballero, nonostante un Franco Armani che scalpita dopo una grande annata con la maglia del River Plate. Sul portiere classe ’86, Maximiliano Meza ed il suddetto Marcos Acuña scommetterei più di un paio di spicci. Insomma, gli stessi che avrei dato per vedere nella lista dei convocati anche Emanuel Mammana, snobbato dopo l’anonima stagione vissuta dallo Zenit targato Roberto Mancini, e Lautaro Martínez. E non dimentichiamoci di Fabricio Bustos, esterno classe 1996 dell’Independiente, e Fernando Gago, che se il destino non fosse stronzo avrebbe meritato un’ultima galoppata con l’Argentina. Ciò che spaventa di più è proprio l’impiego di Giovani Lo Celso come costruttore del gioco. Sicuramente non in relazione al suo immenso talento, quanto per la contribuzione in termini quantitativi alla fase difensiva. Desideri e sogni a parte, in un collettivo dove praticamente ¾ dei convocati si ritrova al suo primo Mondiale in assoluto, mi sono bastate le parole di Javier Mascherano a confortarmi, ricordandomi tutti i motivi per cui l’albiceleste potrebbe avere qualche chance di alzare la coppa.

<< Soy un soldado que va directo a morir, porque esta es la última batalla >>

E Mascherano non sarà solo in quest’ultima battaglia. Per provare a chiudere i conti con un destino, che ora più che mai rischia di diventare una maledizione eterna.

Cliccare sulla pagina 2 per leggere l’Islanda

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