PUST’ LUČŠIJ IZ KOMANDACH POBEDIT – GUIDA AL GIRONE D | GdDF

CROAZIA

di Daniele El Flaco Pagani

Potrebbero essere i migliori della classe. Potrebbero, appunto. Per la Croazia è giunta l’ora di dimostrare. Senza scuse. Il mito degli studenti bravi, ma che non si applicano, deve finire”

Nema Isprike – Poco importa che si trattasse di elementari, medie o superiori. Alzino la mano tutti coloro che si ricordano la Catchphrase di maestre e professoresse. Universale, puntuale e perentoria ad ogni colloquio genitori-insegnanti: suo figlio è bravo, ma non si applica. Et voilà la Croazia, che parte per la Russia con il favore di tutti noi. Senza neanche nasconderlo troppo. Immaginatevi una bellissima pagella piena di 6 e di 7 – magari anche qualche 8 – ma viziata da un bel paio 4, come da prassi. Uno in matematica, perché in fin dei conti fa schifo a tutti, e l’altro in geografia. Mancano un paio d’interrogazioni prima degli scrutini finali, con il fantasma dei debiti pronto a colpire. Et voilà. Ancora. Razionalità nella follia. Si accende la lampadina e Andrej – che di cognome fa Kramarić – si becca un 10 in 8 minuti netti. In geografia. Nell’interrogazione sull’Ucraina. All’ora successiva si presenta in classe il professore di matematica coi risultati dell’ultima verifica: 20-17 fa 3. Il debito è scampato, ma il lavoro extra per le vacanze ancora no. Manca un’ultimissima interrogazione, ancora in geografia, per passare dal dannato 5.9 al 6 pieno; che significherebbe anche partire per le vacanze programmate in Russia con gli amici di una vita. Non esattamente la meta estiva perfetta, ma i gusti sono gusti. Andrej ha studiato poco ad essere onesti, ma Luka, Ivan e Nikola non vogliono saperne proprio di partire senza di lui. E lo aiutano. Dunque un altro 10 e salvezza in extremis. Nel prossimo anno accademico non potrai comportati così, gli hanno detto più volte, ma la Croazia sembra ormai determinata ad affrontare il suo personalissimo esame di maturità, nonostante qualche difficoltà sul percorso. Nema Isprike come motto. Nessuna scusa.

Bei tempi – Il ricordo del Mondiale del ’98 resta limpido e distinto nel cuore di un’intera nazione e di una squadra che vuole stupire, magari ripercorrendo le sacre orme di quella selezione che sotto la guida di Miroslav Blažević riuscì ormai vent’anni fa a stupire il mondo intero, alla sua prima volta, da matricola assoluta, nel segno di uno scatenato Davor Šuker, il capocannoniere di quella edizione con 6 reti (meglio di Gabriel Batistuta e Ronaldo, capiamoci) e dell’eleganza di Robert Prosinečki,  Zvonimir Boban e Robert Jarni. Quella volta furono i futuri campioni della Francia, che peraltro era il paese ospitante, ad arrestare la corsa di queste mine vaganti grazie alla doppietta realizzata da Lilian Thuram. Alla fine per il collettivo croato fu terzo posto e conseguente medaglia di bronzo in seguito alla “finalina” contro l’Olanda, ma poco importa se messo a confronto con la formazione di un’identità nazionale pura, consapevole e condivisa; peraltro raccontata in maniera avvincente dal mio grande amico Gezim Qadraku in questo pezzo di Rivista Contrasti; che ha successivamente condotto i ragazzi con la maglia a scacchi a prendere parte ad altri quattro campionati del mondo – ad esclusione del 2010 – tra cui l’ultimo, quello brasiliano, terminato anzitempo con la cocente eliminazione ai gironi, dove i ragazzi di Niko Kovač si piazzarono al terzo posto dietro a Brasile e Messico. Ora è necessario un salto di qualità. Con una squadra pragmatica ma irrazionale in virtù dei talenti che la costituiscono. Tra chi ha già espresso tutto il suo potenziale – da Luka Modrić a Ivan Rakitić e Ivan Perišić – e chi ancora no. Come Marcelo Brozović e Mateo Kovacić. Tra chi sul rettangolo verde antepone il suo carattere guerriero all’eleganza, Mario Mandzukić su tutti, e chi invece avrà l’arduo obbligo di dare forma ed equilibrio alla razionale follia di questa squadra, come Milan Badelj. Dallo scandalo riguardante Zdravko Mamić in poi, sul quale preferisco far esprimere voci più informate della mia, si è iniziato a parlare di clima irrequieto tra i ragazzi di Zltako Dalić, in particolar modo per Dejan Lovren e Luka Modrić, che è finito sotto la lente d’ingrandimento della procura federale croata e conseguentemente indagato per spergiuro dopo aver ritrattato le proprie testimonianze in tribunale circa le accuse di appropriazione indebita, evasione fiscale e corruzione di Zdravko e Zoran Mamić e dell’ex amministratore delegato della Dinamo Zagabria, Damir Vrbanović, che sono imputati di aver sottratto ingenti somme di denaro al proprio club nel corso degli ultimi anni, a maggior ragione se consideriamo che la Dinamo Zagabria non è una proprietà privata, bensì un collettivo civile. Ma i capi d’accusa non terminano di certo qui. Mamić e compagnia cantante l’hanno combinata proprio grossa questa volta, alla luce di accordi economici di dubbia legalità stretti in passato con calciatori appartenuti alla Dinamo; garantendo determinati contratti a determinate condizioni, quali un rientro economico negli anni a venire; e talvolta ponendosi addirittura da mediatore nelle trattative con altri club, proprio come nel caso del trasferimento di Modrić al Tottenham per 21 milioni, che prima di Marko Pjaca, passato alla Juventus per 23 milioni di euro, è passato alla storia come la cessione più remunerativa per introiti nell’intera storia del calcio croato. In fin dei conti per il buon Zdravko Mamić – che odia a morte i giornalisti – trovare una giustifica per un patrimonio personale di circa 30 milioni fiorito dal nulla è impresa ardua, ma non deve in alcun modo condizionare il cammino e la stabilità all’interno dello spogliatoio di un gruppo talentuoso e fin troppo consapevole di avere le carte in regola – e anche qualche jolly – per diventare la grande sorpresa di questo Mondiale.

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Talenti illegali e dubbi strutturali – Partiamo da un questione non banale: quanto può influire una guida tecnica come quella di Zltako Dalić, che negli ultimi anni ha girovagato tra Emirati Arabi ed Arabia Saudita, nel gioco e nella mentalità di una squadra tanto talentuosa quanto discontinua? Non poco, è questa la realtà dei fatti. Il coach di Livno, comune della federazione di Bosnia Erzegovina, è per natura un problem solver. Il professore di ripetizioni che ha salvato la Croazia dai debiti estivi con il suo 4-2-3-1 nei match di qualificazione contro Ucraina e Grecia. Tuttavia è proprio il sistema di gioco prediletto da Dalić, autentico marchio di fabbrica dell’ex Hajduk Spalato e Velež Mostar fin dai tempi in cui allenava il Rijeka, a presentare non pochi problemi strutturali; che vanno tenuti per forza di cose in considerazione. Partiamo dalla patata bollente, ancora lui: Luka Modrić. L’atto puro e preveggente della Croazia, nonché cervello della squadra per il suo talento nell’abbinare una qualità tecnica che tutti conosciamo fin troppo bene ad una rapidità di pensiero al fulmicotone. Ben quattro UEFA Champions League a testimoniare l’efficacia di questo mix letale. Nei meccanismi di Dalić un calciatore come Modrić non può che esserne il motore, rivestendo il ruolo di trequartista a supporto di uno tra Nikola Kalinić, Mario Mandzukić e Andrej Kramarić. Ancora non si sa bene chi sarà la prima punta titolare. Tuttavia potrebbe essere proprio l’avanzamento di qualche metro di Modrić in campo, rispetto a quello in cui è abituato ad agire nel Real Madrid (interno nel 4-3-3 al fianco di Toni Kroos e Casemiro), una delle prime incognite per la Croazia. Agli antipodi rispetto alla possibilità di giocare attraverso un modus operandi piuttosto anarchico in fase di ricezione e di possesso del pallone, oltre all’implicita autogestione di diverse porzioni di campo dettate dal gioco di Dalić, un calciatore con le caratteristiche di Modrić rischia di essere penalizzato nel face-to-face con la porta, limitando le sue doti balistiche e soprattutto la sua aracnica e innata qualità associativa. Un diktat che potrebbe favorire l’inserimento stabile nell’undici titolare di Milan Badelj, che oltre al buon tasso tecnico è anche l’unico a saper svolgere entrambe le fasi di transizione del gioco, e al contempo potrebbe sfavorire Marcelo Brozović, che dopo un finale di stagione da trascinatore con la maglia dell’Inter rischia di vivere un Mondiale da comprimario illustre, dietro ad Ivan Rakitić nelle gerarchie di Dalić. In tal senso casca male anche Mateo Kovacić. L’ideale sarebbe un 4-3-3 che possa conservare l’identità posizionale di Modrić e le doti d’inserimento di Rakitić, che dentro al 4-2-3-1 rischia di rimanere troppo imbrigliato in mediana. Tra i pali non dovrebbero esserci tanti dubbi: giocherà ancora Danijel Subašić, efficace ma nulla di eccezionale, che ha avuto la meglio su Lovre Kalinić del Gent, che solo qualche anno fa veniva seguito con grande interesse da Lazio ed Inter. Dietro il leader sarà Dejan Lovren del Liverpool, che agirà al fianco di Domagoj Vida del Beşiktaş, mentre ai lati ci saranno Šime Vrsaljko, fresco vincitore dell’Europa League con l’Atletì, ed il neomilanista Ivan Strinić. Là davanti, a supporto del numero nove, ovviamente non mancherà Ivan Perišić, mentre a destra potrebbe ritagliarsi tanto spazio Marko Pjaca, reduce da una stagione in prestito complessivamente ottima con lo Schalke 04, tornato in UEFA Champions League dopo tanti anni di assenza.

Due spicci su due talenti – Come si può facilmente dedurre la stabilità del reparto difensivo è una brutta faccenda. Non tanto per generosità quantitativa, quanto per debolezza in termini qualitativi e di leadership. Dejan Lovren è sì reduce da una finale di Champions League con il Liverpool, ma al contempo dovrà indossare i panni del Caudillo, per dirlo all’argentina, che non è mai stato in grado di essere fino in fondo. Vida non ha mai convinto nessuno se non per la grande cattiveria agonistica e Vedran Ćorluka come alternativa sa di vecchio. Uomo spogliatoio sì, ma nulla di più. E dunque perché non azzardare Duje Ćaleta-Car? Roccioso – 192 centimetri per 90 chilogrammi – e difficile da arginare nel gioco aereo (anche sui corner a favore), intelligente a livello posizionale e bravo nel leggere il gioco in anticipo. Discrete doti tecniche e una marcatura a uomo pressoché impeccabile a completare il profilo di un giovane calciatore, attualmente in forza al Red Bull Salisburgo, che nel giro di pochi anni potrebbe assumere il ruolo di leader nella difesa croata. L’ex Roma Tin Jedvaj e Filip Benković sono pronti – o sicuramente lo saranno – a fargli compagnia. Capitolo attaccanti: se tra Kalinić, Kramarić e Mandzukić, alla fine la spuntasse Ante Rebić? Sì, esageriamo. Perché sul conto di un calciatore dotato di una tecnica innata, come l’ex Fiorentina, si può dire tutto. E si può essere polemici ai limiti del normale, fuorché sulla sua predisposizione all’adattamento. Farà l’ala, dicono in tanti. Farà la seconda punta, dicono altri. Dubito possa prendere il posto di Ivan Perisić o Luka Modrić nello scacchiere titolare. A partita in corso sarebbe un altro paio di maniche, magari. E allora why not? Rebić nei panni della prima punta potrebbe davvero essere l’ago della bilancia a favore della Croazia, fin dalla fase a gironi. Rapidità di gamba, doti tecniche eccelse, nessun timore di sbagliare e azzardare. What else? Bé, un qualcosa c’è. La capacità associativa del talento scuola RNK Spalato, che potrebbe sposarsi alla perfezione con le qualità di Luka Modrić nel dettare sia la profondità che l’ultimo passaggio. Chissà che l’idea non abbia già sfiorato i pensieri di Dalić, che dopo ore di ripetizioni vuole finalmente vedere i risultati del suo lavoro. Applicatevi, ragazzi.

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