PUST’ LUČŠIJ IZ KOMANDACH POBEDIT – GUIDA AL GIRONE D | GdDF

NIGERIA

di Daniele El Flaco Pagani

“Hanno la maglietta più cool, la divisa rappresentativa più cool ed un allenatore che, se non è il più cool, poco ci manca. E anche Axel Iwobi, giusto”

Primi, per lo stile – A ottobre, in quel di Lagos, al tedesco Gernot Rohr gli avrebbero eretto anche un monumento. Qualora fosse stato necessario. Per tutto il resto bastano i dati: Nigeria qualificata al primo posto del girone B con 14 punti – frutto di 4 vittorie e 2 pareggi – contro Camerun, Algeria e Zambia. Era l’inizio di ottobre, dicevamo, e la Nigeria strappava il pass per il Mondiale di Russia in scioltezza, con una giornata d’anticipo sul tabellino di marcia e nel segno di Alex Iwobi. Un fervore per la sesta partecipazione assoluta al campionato del mondo, smorzato quasi subito da un sorteggio che tutto si può definire fuorché favorevole tra Argentina, Croazia e la sempre scomoda Islanda del capitano Aron Gunnarsson e della stella Gylfi Sigurðsson. Una chiara testimonianza che qualcosa è cambiato, altro no. Come quattro anni fa c’è ancora l’albiceleste sulla strada delle Supereagles, al netto però di due concorrenti ben più pericolose e tecnicamente valide di Bosnia Erzegovina e Iran. Quella volta fu secondo posto con una pronosticabile eliminazione agli ottavi, il massimo risultato storico ottenuto dal collettivo africano tra le sei precedenti partecipazioni, per mano della Francia di Didier Deschamps, tra la rete di Paul Pogba e l’autogol del totem Josep Yobo al 92’. A cambiare rispetto all’edizione brasiliana è stata la mentalità di fondo, o meglio, la consapevolezza da parte del CT Rohr di non poter continuare a fare affidamento costante sui senatori dello spogliatoio, tra cui il revenant Joel Obi e l’ex laziale Ogenyi Onazi, apparsi decisamente fuori condizione al cospetto di un Alex Iwobi stratosferico e capace solo pochi mesi fa, in occasione della partita amichevole vinta 4-2 proprio contro l’Argentina di Jorge Sampaoli, di far stare Javier Mascherano più tempo con il culo per terra che in piedi. Entusiasmo che si riflette in maniera piuttosto limpida anche nella scelta dello stile per le divise gioco, sold out in appena tre ore con un incasso monstre della Nike (da oltre 300 milioni), e per i completi rappresentativi, se possibile ancor più suggestivi delle magliette, dove il tradizionalismo dei colori costituenti l’identità nazionale nigeriana si mescola, ad esser sinceri, ad un po’ di sano hipsterismo. Cappello docet. Un entusiasmo che ad ogni modo rischia di trasformarsi in una doppia lama, tra il sogno di superare il girone con una buona dose di fortuna, che alla fine sta sempre dalla parte degli audaci, e al contempo il rischio di generare una labile illusione che può pur sempre risultare fatale. Con la Nigeria sotto la lente d’ingrandimento insomma, non va sottovalutato nessun aspetto.

Nessun timore reverenziale – Se non fosse già abbastanza chiaro dallo stile degli indumenti, forse le parole del CT Gernot Rohr nell’ultima conferenza stampa pre-Mondiale vi aiuteranno a capire al meglio l’eccentricità che si cela dietro la Nigeria.Vogliamo vincere il Mondiale, ogni squadra vuole farlo, mi sembra naturale. La gara contro l’Argentina ci dirà il nostro vero valore, siamo giovani ma abbiamo tanta qualità. Ecco cos’ha detto il tecnico originario di Mannheim. Non tanto per illudere, chiaro, quanto per far capire a tutti che le Supereagles venderanno cara la propria pellaccia, forgiata dalla vittoria in Coppa d’Africa del 2013 e dal ricordo di leggendari predecessori del calibro di Jay Jay Okocha e Sunday Oliseh, totemici leader della squadra nel 1994, passando per Kanu, Ikpeba, Babayaro e Obafemi Martins. Tanto per tornare ad anni più recenti. Siamo giovani, ha predicato il saggio teutonico di Mannheim, l’illuminista a cui dovrebbero dedicare la statua. E in effetti proprio la Nigeria si presenta ai nastri di partenza del Mondiale come la squadra più giovane, per età media, di tutto il campionato del mondo. Senza inganni però. Perché gente come Kelechi Iheanacho, Alex Iwobi e Ndidi – che condividono i verdissimi prati e il ritmo forsennato della Premier League – non peccano di certo ad esperienza. In particolar modo l’esterno dell’Arsenal, che del totemico Okocha ne è il nipote, e che potrebbe seriamente diventare la costante di questa squadra dopo una stagione brillante in maglia Gunners, l’ultima di Wenger all’ombra dell’Emirates Stadium, con 7 assist, ben 1.7 key passes per match e 2.8 dribbling riusciti, in quest’ultimo caso riprendendo le statistica che il nostro Alfredo de Grandis ha riportato nella sua grafica riassuntiva, relativa all’Europa League. In un contesto ormai indirizzato verso la linea verde non può mancare una menzione per il “portierino” Francis Uzoho, che gioca nel Deportivo Fabril (squadra B del Deportivo La Coruna) e che non ha di certo sfigurato nell’amichevole contro l’Inghilterra di Gary Southgate. Escludendo il clamoroso colpo di scena sarà lui ad indossare i guantoni del portiere titolare. In attacco ci sarà anche Simeon Tochukwu Nwankwo, che ai meno attenti (già stroncati dal mio stile prolisso) non dirà nulla, ma ai più audaci sì. Il buon Simy, dall’Ezio Scida di Crotone, che dopo un ottimo finale di campionato e un certo numero di gol s’è meritato l’attenzione di Gernot Rohr, che ha deciso di portarlo con sé in Russia in alternativa all’inamovibile Odion Ighalo. Almeno sulla carta non dovrebbe giocare mai, è un dato di fatto, ma se Walter Zenga decidesse di presentarsi nel ritiro della Nigeria per seguirlo da mental coach, allora per qualcuno potrebbero esserci guai molto seri in vista. L’ultima menzione va ad un talento che per le Supereagles manco voleva giocarci, preferendogli l’Olanda, ma che lungo il cammino per Lisbona ha incontrato quel “santone” di William Troost-Ekong, un tipo che non bada più di tanto ai modi, quanto all’efficacia, e che sicuramente avrà predisposto tutta una serie di buone ragioni per convincerlo ad accettare la maglia della Nigeria. E proprio lo stile della maglia sarà stata una di queste. Il 23enne Tyronne Ebuehi è fresco di firma col Benfica, che lo ha prelevato a titolo gratuito dopo 3 stagioni all’ADO Den Haag, e potrebbe essere la vera, grande sorpresa tra le file di questa Nigeria. Un terzino dal vizietto offensivo, anche a causa dei suoi esordi come ala, e dotato di grande qualità tecnica. Crede nel proverbio: attaccare è il miglior modo per difendere. E con questi giovani talenti – chi con più esperienza, chi meno – la Nigeria di Gernot Rohr si avvicina alla sua sesta partecipazione assoluta ad un campionato del mondo. Nel ricordo dei Totem, ovvio, ma senza alcun timore reverenziale.

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La ricerca dell’equilibrio – Questa è la parola d’ordine della Nigeria di Rohr a distanza di appena due giorni dal debutto ufficiale contro la Croazia di Zlatko Dalić, di scena all’Arena Baltika, nuovo gioiello da 35mila posti appositamente costruito per ospitare diverse partite di questo Mondiale, tra cui spicca Inghilterra-Belgio del 28 giugno, ma senza dimenticare Serbia-Svizzera (del 22 giugno) e Spagna-Marocco (il 25/06). L’equilibrio come necessità, al fronte di un reparto offensivo dal grande potenziale, ma che andrà comunque supportato dai muscoli della mediana. La Nigeria – come detto ampiamente in precedenza – è una squadra giovane, ma non per questo priva di leadership. Il primo nome da menzionare è sicuramente Victor Moses, autentico trascinatore delle Supereagles durante il girone qualificatorio con 3 gol in 4 partite, numeri che gli sono valsi il titolo di capocannoniere di questa nazionale la fiducia del CT Rohr, che ne ha fatto una pedina pressoché imprescindibile e un punto di riferimento per i compagni. Con un pizzico d’italianità, ovvio. Diamoci qualche merito. La cura di Moses è stata indubbiamente l’arrivo di Antonio Conte al Chelsea. E più che semplice cura si potrebbe esageratamente parlare di un vero e proprio lazarus effect, con l’ormai ex allenatore dei Blues che ha permesso al talento nativo di Kaduna di ritrovare fiducia e serenità a Stamford Bridge, dopo due esperienze piuttosto scialbe, e rigorosamente in prestito, con Stoke City e West Ham. Al centro dell’attacco ci sarà al 99% Odion Ighalo, che dopo aver girovagato per anni nell’emisferico giardino della famiglia Pozzo – tra l’anonimato all’Udinese, un primo, vero exploit col Granada e l’amore incondizionato di Vicarage Road – si è stabilito in Chinese Super League, dove attualmente gioca per il Chángchūn Yàtài, con cui ha segnato 7 gol in 11 match in questo 2018. In totale 22 in 39 presenze, considerando anche lo scorsa stagione. In mediana, al fianco della vivacità atletica del centrocampista del Leicester City, Wilfred Ndidi, ci sarà John Obi Mikel, ex del Chelsea ad oggi in forza al Tiānjīn Tàidá, dove ha raccolto 13 presenze ed 1 gol, mentre con la nazionale, di cui tra l’altro è capitano, si appresta a superare le 80 partite. Nel pacchetto difensivo invece, a guidare tutto il reparto, ci sarà il tedesco naturalizzato nigeriano Leon Balogun, ex tra le varie di Hannover 96, Werder Brema, Darmstadt e Mainz, prima di passare dalla prossima stagione al Brighton. Con lui il santone William Troost-Ekong, che dovrà guardarsi dalla concorrenza del 21enne Chidozie Awaziem, reduce da una buona stagione con il Nantes, che ha fatto impennare la sua valutazione di mercato sui 10 milioni di euro. L’ingranaggio che rischia di malfunzionare nel gioco della Nigeria è quello riguardante la verticalità della manovra, con due mediani abituati per lo più ad operare come frangiflutti davanti alla difesa e che, pur avendo buone doti d’inserimento, rischiano di rallentare la transizione offensiva delle Supereagles. L’unica cosa certa è che il collettivo di Gernot Rohr non si darà per vinto. Senza timore reverenziale, ma di certo con lo stile più cool.

PUST’ LUČŠIJ IZ KOMANDACH POBEDIT!

Dalla traslitterazione russa, che vinca il migliore!

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