PUST’ LUČŠIJ IZ KOMANDACH POBEDIT: GUIDA A CROAZIA-INGHILTERRA | GdDF

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Nella classifica ufficiale delle affermazioni più spesso accostate alla Nazionale inglese prima dell’inizio del Mondiale, se la giocano alla pari il trito e ritrito <<Sì, ma l’esperienza è poca>>, il classico <<Se arrivano ai rigori escono>> e il sempre valido <<Tanto i quarti non li superano>>, ciclicamente asserito con un immancabile tono a cavallo tra supponenza e scherno.

IT’S COMING HOME

Prima ancora di aver raggiunto questa semifinale, il vero grande traguardo degli uomini di Southgate è stato spazzare questo cumulo di sommarie valutazioni basate sulla storia recente inglese. Un groviglio che stava cominciando a farsi sempre più opprimente e sempre più tendente a cementificare gli stucchevoli stereotipi legati a doppio filo a questa Nazionale. Il dubbio sulla mancanza di esperienza è stato debellato a suon di prestazioni mature caratterizzate da una dose di personalità che prima dell’inizio del Mondiale non si era percepita in tal misura. Per quanto riguarda la penalty curse, la maledizione dei calci di rigore, l’Inghilterra tutta ha potuto finalmente tirare un attesissimo sospiro di sollievo. La vittoria sulla Colombia, arrivata dopo che ai supplementari la parità ha continuato a regnare, ha spezzato un incantesimo che per gli inglesi si era ormai trasformato negli anni in un vero e proprio supplizio. Ma non finisce qua, perché il 2-0 sulla Svezia ha infranto anche un altro – pesantissimo – record negativo, quello legato all’insormontabile scoglio dei quarti di finali, mai più superati da Italia ’90.

I ventitré di Southgate si presentano a questa sfida forti della consapevolezza di aver abbattuto in rapida successione tutte queste piccole maledizioni che gravavano sulle spalle degli inglesi da troppo tempo. L’esaltazione collettiva che ne è derivata – a suon di It’s coming home – sta rendendo questa Nazionale sempre più conscia dei propri mezzi e sempre più determinata a compiere qualcosa di straordinario. L’immagine di Bobby Moore che riceve la Coppa Rimet dalle mani della Regina Elisabetta II comincia ingiallirsi e la voglia di rinnovare l’iconografia sportiva inglese è tangibile, ora più che mai.

Con la Croazia non sarà semplice, perché al di là del valore della rosa di Dalic, le lacune inglesi sono ancora tante e a tratti abbastanza evidenti. Tolto lo straripante Kane, tolti il sorprendente Pickford e gli ottimi Trippier, Henderson e Lingard, questa squadra ha debolezze e limiti tutt’altro che ridotti. La preoccupazione principale destata sin qui risiede in una difesa che non è stata del tutto sinonimo di solidità e compattezza. A partire da Maguire, dove nel suo Leicester è centrale nella difesa a 4, mentre con Southgate si trova a fare il terzo nella disposizione a 3, riuscendo comunque a non sfigurare man mano che l’Inghilterra è avanzata nel tabellone. Il più appannato dei tre è sembrato essere John Stones, apparso spesso distratto e imperfetto nella gestione dei tempi e degli spazi. Oltre alla retroguardia, tra i grattacapi del c.t. inglese sorge anche la disomogenea ripartizione delle reti segnate: 8 gol su 11 sono arrivati sugli sviluppi di un calcio piazzato. Un dato incoraggiante da un lato, preoccupante dall’altro. Incoraggiante perché significa che gli schemi su palle inattive studiati e impressi da Southgate stanno funzionando. Preoccupante perché le reti su azione risultano essere – dati alla mano – davvero poche e sporadiche.

Al di là di queste legittime preoccupazioni, l’Inghilterra che affronterà la Croazia sa di essere con tutta probabilità la Nazionale col tasso tecnico più basso delle quattro semifinaliste. Ma con una Francia che sente la pressione di essere additata come favorita, con un Belgio fortissimo, ma non abituato a orbitare a questi livelli, con una Croazia che sente le gambe tremare ad altezze così vertiginose, la rosa allenata da Southgate è quella con la migliore condizione mentale. L’entusiasmo, l’esaltazione e l’appoggio di un interno Paese con le pinte alzate al cielo, possono dare all’Inghilterra quella spinta in grado di appianare il gap tecnico con le altre. Dopo 52 anni, potrebbe essere arrivato il momento giusto.

It’s coming home

It’s coming home

It’s coming

Football’s coming home

Se tutto dovesse andare per il verso giusto, preparatevi: potrebbe essere questo il canto dell’estate.

NEL SEGNO DELLA GOLD GENERATION

Dopo vent’anni esatti, i Vatreni tornano ad essere tra le prime quattro al mondo e lo fanno in maniera non del tutto casuale. Vittoria tonda del girone e mix di tenacia e nervi saldi nei 240’ tra ottavi e quarti. Non neghiamolo, i parallelismi con la “generazione d’oro” del Mondiale francese del ’98 sono tanti e li abbiamo pensati un po’ tutti. Anche e soprattutto perché la rosa di oggi ricorda per tanti versi quella che stupì da debuttante un paio di decenni fa. I vari Bilić, Vlaović, Boban, Jarni e Šuker (perdonate se nell’elenco mancherà qualcuno a voi caro), sono oggi ben rimpiazzati da una rosa con un tasso tecnico decisamente elevato e per molti aspetti simile a quello del ’98.

Non è stata una strada semplice, tutt’altro. Perché dopo i gironi sono arrivate Danimarca e Russia che hanno messo in seria difficoltà i ragazzi di Dalic. In entrambi i casi si è faticato tanto, con la lotteria dei rigori che ha fatto da giudice, giuria e carnefice (per i danesi prima, per i russi poi). Rimane la ferma consapevolezza che bisogna fare di più se si vuole arrivare fino in fondo. Questa Croazia sa reagire e sa incassare, come ha dimostrato agli ottavi e ai quarti, dove per ben due volte è andata in svantaggio sapendo poi rialzare la testa in tempi brevi. Ma la sensazione è che manchi ancora quella maturità e quella personalità che le avrebbero consentito di chiudere le partite con maggiore cinismo e minore apprensione.

Lo stesso discorso fatto per la difesa dell’Inghilterra si può riportare per quella croata, con il duo Lovren-Vida (o Corluka) che non è esattamente sinonimo di sicurezza. Dal centrocampo in su, l’escalation di talento è tangibile e vertiginosa, con Modric e Rakitic che guidano un reparto che in termini di tasso tecnico ha avuto pochi rivali finora. Oltre a loro due, ha stupito la continuità di Brozovic – vista col binocolo dai tifosi nerazzurri – e l’exploit di Ante Rebić, beneficiario del regalo di Caballero nella partita contro l’Argentina. C’è poi un certo Mario Mandzukic che rimane come al solito l’ultimo a mollare e il primo a stringere i denti, anche se sembra ormai essersi del tutto svestito dalla fama di goleador che gli apparteneva fino a qualche anno fa. L’impronta di Allegri sembra averlo totalmente trasformato in un giocatore utilissimo alla squadra, ma disorientato quando si tratta di imporsi nell’area piccola. E in una Nazionale orfana di un finalizzatore alla Davor Šuker, alla lunga potrebbe rappresentare un problema.

La panchina lunga e ricca di talento sarà un’arma fondamentale a partita in corso, con i vari Kramaric, Kovacic e Pjaca pronti a subentrare nel caso le cose si mettano male. Come ha detto Mandzukic in conferenza stampa, questa semifinale <<sarà da 50 e 50>>, perché le debolezze dell’una si compensano complementarmente con i limiti dell’altra. Ma le carte per fare bene e arrivare a sfilare di fianco alla Coppa ci sono tutte. Dopo il terzo posto di Francia ’98, la Croazia sembra essere nuovamente pronta per affrontare un match simile senza che le vertigini per essere arrivati così in alto si facciano sentire. Necessario sarà entrare in campo con la giusta mentalità, anche se moltissimo dipenderà dalla tenuta fisica di una squadra che arriva a questa semifinale dopo due partite andate oltre i 120 minuti.

Al campo la sentenza, ma quella con l’Inghilterra sarà una partita il cui risultato sarà difficilmente pronosticabile. Mosca chiama, ora tocca solo rispondere.

Articolo a cura di Gioele Anelli

 

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