MANUALE UNIVERSALE DI MAXI MEZA

 

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Maximiliano Meza non ha disputato un buon Mondiale, come tutta l’Argentina, del resto, divorata da problemi più strutturali che tecnici. Su di lui c’è il pressing di Inter, Genoa, Tottenham, Arsenal e West Ham: chi la spunterà? Intanto andiamo a conoscere chi è – Grafica di Giacomo Maurizi

Da oggetto misterioso a pedina imprescindibile nell’Independiente di Ariel Holan. Nonostante un Mondiale pessimo, sia per l’Argentina che a livello personale, Maximiliano Meza potrebbe sbarcare in Europa nel prossimo futuro, e per raccontarne crescita, evoluzione e adattamento sarebbe necessario un manuale universale.

Pur ammettendo l’impossibilità di fornire un parere oggettivo, il suo agente Sergio Carrizo lo ha definito uno dei migliori dieci centrocampisti al mondo. Dichiarazioni di hype, o forse no, che non sono passate inosservate agli occhi della mai disattenta critica, secondo il principio economico della bolla speculativa; che cresce, ma è destinata ad esplodere. Eppure, a favore di Maximiliano Meza sembra esserci un’armeria intera, congestionata da lance spezzate. Tra gli artefici c’è anche un certo Jorge Burruchaga, che in un’intervista rilasciata a “La Nación” lo scorso febbraio non ha esitato mezzo secondo nel definirlo l’attuale miglior giocatore del movimento argentino, ma anche il suo mentore Ariel Holan, che ha parlato dell’evoluzione di Meza come la sua più grande soddisfazione da quando allena l’Independiente, mostrando in maniera decisamente lapalissiana l’orgoglio di chi è fin troppo consapevole di aver donato un nuovo gioiello al proprio movimento calcistico. Ultimo, ma non ultimo, il CT dell’Argentina Jorge Sampaoli, che ha messo da parte le dichiarazioni di rito prima inserendolo nella lista dei 35 convocati per la preselezione dell’albiceleste, poi regalandogli il biglietto aereo per il Mondiale, preferendo la sua innata poliedricità a Diego Perotti e al revenant Ricardo Centurión, probabilmente rinato troppo tardi con il suo Racing per meritarsi di rientrare nei ventitré prescelti dell’Hombrecito. Una scala per il paradiso che, ironia della sorte, è passata da un’inevitabile affermazione nella dimora sudamericana del diavolo.

“DE CERO A HÉROE”

Quando Maxi Meza è arrivato al cospetto delle Gargantas del Diablo (gole del diavolo), i quattro settori del Libertadores de América generalmente occupati dalla parte più accesa dell’hincha roja, tanto mistici quanto simbolici, il suo nome fu accolto più con indifferenza che reale scetticismo. Era il gennaio del 2017, l’Independiente aveva ancora il suo craque, quell’Emiliano Rigoni che pochi mesi dopo è volato a San Pietroburgo per 10 milioni, diventando parte della colonia argentina dello Zenit di Roberto Mancini, ma i risultati di campo viaggiavano sicuramente su un binario parallelo rispetto alle grandi attese della pre-season. Bolle speculative, per tornare in tema. Gabi Milito, uno dei primi estimatori di Meza, non è mai riuscito ad essere Mariscal come dt, per quanto lo sia stato in quindici anni di onorata carriera: né all’Estudiantes, né all’Independiente. Oltre alla confusione generale dell’ambiente, la prima difficoltà per Maxi è stata la fase di adattamento ad un contesto del tutto nuovo, dove si è ritrovato a vestire i panni del valore aggiunto e non più del calciatore intorno al quale ruota la funzionalità del collettivo, com’era ai tempi del Gimnasia La Plata del resto. La prima parte della sua avventura con l’Independiente è stata oscurata dalla concorrenza di Rigoni e dall’incapacità di Gabi Milito di trovargli un’identità tattica definita, mentre ad oggi, complici gli insegnamenti del mentore Holan e l’addio di Ezequiel Barco, che ha optato per l’Atlanta United e la MLS come secondo step di una carriera che si preannuncia scoppiettante, Meza è diventato a tutti gli effetti la costante X di una squadra camaleontica e multiforme, dunque che non perde mai la sua essenza nonostante i continui cambi di allineamento del collettivo. Un aspetto che probabilmente ha giocato un ruolo fondamentale e risolutivo anche davanti alla necessità di Jorge Sampaoli di avere con sé al Mondiale un centrocampista integrativo, d’indole verticale e bravo nel disimpegno in entrambe le fasi del gioco, al netto di un attacco dal peso specifico spaventoso.

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Maxi Meza e Ariel Holan in conferenza stampa – Photo by http://www.pictame.com

La scintilla di ragione – Parlando di Maxi Meza, è quanto mai implicito e doveroso raccontare l’artefice della sua prima consacrazione calcistica: Ariel Holan, che prima di tutto è stato allenatore di hockey su prato, dal 2003 ha assorbito come una spugna gli insegnamenti di Jorge Burruchaga e Matías Almeyda, quando il Pelado fu scelto per risollevare il River Plate dalla Primera B, e poi ha sviluppato una metodologia scientifica tutta sua grazie all’utilizzo di un software al quale sono collegati un drone, per riprendere gli allenamenti dall’alto al fine di perfezionare i movimenti della transizione collettiva, e dei GPS, per avere costanti informazioni sulla condizione fisico-atletica dei suoi giocatori. Un approccio filoscientista quanto avanguardista, che il Profe cerca costantemente di migliorare grazie al suo inseparabile MacBook Pro, per il quale è arrivato a vendere la sua auto. Dal punto di vista teorico invece, nelle idee di Holan si può cogliere una leggerissima sfumatura tipica del Totaalvoetbal: ogni giocatore è intercambiabile. Non in maniera dinamica come per Cruijff&co, ma fin dal principio. Motivo per cui abbiamo visto Gastón Silva centrale difensivo, Sánchez Miño da esterno a mediano, o il classe ‘96 Fabricio Bustos da ala a terzino. Ed infine proprio Meza, che negli ultimi due anni ha ricoperto – e pure bene – ogni ruolo possibile tra centrocampo e attacco, ma anche l’out di destra in un paio di occasioni.

Adattarsi per sopravvivere<< L’intelligenza è la capacità di adattarsi al cambiamento >>, diceva Stephen Hawking. Quindi poco importa il sistema di gioco, che sia il 4-2-3-1 scientifico di Holan, la sua proiezione proattiva in 4-3-3 o l’alternativo 3-5-2, se paragonato in maniera gerarchica con la capacità degli interpreti di conformarsi alle necessità della squadra. L’idea parte dalla convinzione e quest’anno Maxi Meza ha messo a referto 3 gol e 4 assist in 24 presenze: numeri discreti e che possono certamente essere migliorati, pur non essendo un dato tanto interessante quanto la flessibilità tattico-posizionale del giocatore, che pur avendo messo in mostra le sue migliori qualità nei panni del trequartista, ruolo che ha avuto funzione di input per 2 assist e 2 reti, non ha certamente sfigurato come ala destra, ala sinistra e seconda punta. Una caratteristica che secondo la visione darwiniana del solito Jorge Burruchaga, che di recente peraltro ha confessato di vedere nell’ex Gimnasia il suo erede tecnico, colloca Meza come “l’anello mancante” del fútbol, ciò che più d’ogni altra cosa si avvicina all’idea del funambolo. L’aspetto che sorprende di più del 26enne centrocampista di Caá Catí è la sua capacità di mantenere intatte le proprie funzioni e tutta la sua straripante qualità a prescindere dalla posizione occupata in campo, abbinando il dinamismo atletico alla ricerca costante di verticalità. Fondamentale per lui è la presenza di Fernando Gaibor, che per caratteristiche lo completa perfettamente, permettendogli di sfruttare la gambeta ed il cambio di ritmo, in particolar modo nell’uno contro uno. << Per maggiori informazioni chiedete pure a Piqué e Jordi Alba, dopo Spagna-Argentina >>, ha evidenziato il suo agente Sergio Carrizo. La capacità di utilizzare il mancino, pur essendo il piede debole, ed un gioco aereo discreto completano il profilo di un giocatore pressoché totale, senza significativi punti deboli.

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Photo by http://www.diarioepoca.com

Anarchismo senza Anarchia – Se l’anarchia è democrazia presa sul serio, come sentenziò Edward Paul Abbey, allora Maxi Meza è un perfetto compromesso in ottica rigorosamente calcistica tra due concetti storicamente agli antipodi: l’indole libertaria e fuggente del diez che si mette al servizio della democrazia del collettivo. << Quando Meza gioca bene, anche l’Independiente gioca bene. Quando l’ex Gimnasia si perde in campo, il gioco del Rojo diventa grigio >>, ha detto di lui il giornalista de “La Nación” Jonathan Wiktor: dichiarazioni che testimoniano la sua funzionalità da catalizzatore di palloni e motore della squadra, unite al suo talento “diabolico” nell’uscire e rientrare a sua totale discrezione negli ingranaggi tattici di Holan. Mediamente Meza effettua 34.9 passaggi a partita, dei quali il 76.5% completati correttamente: numeri che andranno sicuramente migliorati in ottica di un approdo nel calcio europeo, ma comunque giustificabili se messi in relazione al grande apporto che il ragazzo fornisce in entrambe le fasi, tra 8.5 contrasti vinti e 2.5 dribbling riusciti a partita. Tutto un insieme di sfumature che lo rendono un giocatore associativo in maniera totale, sia per l’apporto qualitativo fornito alla manovra corale, sia per quello quantitativo nella transizione difensiva. Meza è stato definito a tutti gli effetti una << fábrica de fútbol >> capace di leggere in maniera proattiva e razionale lo spazio ed i movimenti dei compagni, quindi in perfetta armonia con l’idealtipo di gioco richiesto da Holan (fatto di rapidità e due tocchi al massimo), e con 1.5 passaggi chiave per partita le azioni offensive dell’Independiente passano tutte dai suoi piedi. Tant’è che secondo Wiktor << ad un certo punto Meza toccherà il pallone, e inventerà. Scegliendo sempre l’opzione migliore >>.

LE LACRIME DIETRO AL SUCCESSO

Dalle parti di Caá Catí, cittadina del Corrientes di appena settemila abitanti dove la cultura guaranì viene dolcemente promanata dalle acque del Paraná, di momenti indelebili se ne ricordano pochi ad essere onesti. Al contrario, quando qualcosa effettivamente succede, viene fuori l’animo passionale e gentile di una comunità che si riversa nella Calle Itatí per festeggiare. Ed è proprio da quelle parti che un certo Eduardo, quarantaseienne trequartista del Camba Porá, e tale Señor Ercolini, staranno brindando al successo di Meza. Già nel 2012, dopo l’esordio di Maximiliano con il Gimnasia, tutta la comunità voleva organizzare una parata cittadina in suo onore, ma la leggenda narra che furono proprio Eduardo ed Ercolini a bloccare tutto, consapevoli del carattere esageratamente introverso di colui che rispettivamente è primo di sei figli e giocatore prediletto della leva ’92 del Camba Porá. In quella squadra ci giocava anche un certo Daniel Keko Villalva, oggi attaccante del Veracruz in Messico e all’epoca spalla perfetta per Meza in un gruppo di ragazzi che è rimasto imbattuto per 6 anni. Qualche anno dopo entrambi furono chiamati dal River Plate per un provino: Keko fu preso, Maxi venne scartato, tornando a casa in lacrime. Un pianto di sfogo per certi versi molto simile a quello dopo la finale persa contro i pari età del Guaranì Antonio Franco a 12 anni, nel suo primo torneo internazionale. Una sofferenza mai dimenticata da Maximiliano, che nel dicembre scorso si è preso la sua personale rivincita nella finale d’andata di Copa Sudamericana, con una rete in volée degna del miglior dipinto di Julio Ducuron, contro il Flamengo. Anche in quell’occasione i suoi compaesani avrebbero voluto organizzargli una celebrazione pubblica, ma niente da fare. Ad oggi però, nonostante un Mondiale piuttosto anonimo, chissà che le cianfrusaglie da parata degli abitanti di Caá Catí non possano tornare utili. Si parla di Inter e Genoa, in sinergia, chiaro, di Borussia Dortmund, di Tottenham, Arsenal e West Ham. Le offerte sul tavolo non mancano e il futuro di Maximiliano Meza è ancora tutto da definire.

Articolo a cura di Daniele Pagani

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