RISORGERE A MILANO

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Alen Halilovic ha un solo imperativo: risorgere a Milano, sponda rossonera, alla ricerca di equilibrio e stabilità per esprimere un talento illuminante.

Nel 2009, quando il Daily Mail se ne uscì con la classifica dei 50 derby più infuocati al mondo, i neofiti del calcio balcanico si stupirono a vedere nella ventesima posizione la rivalità tra la Dinamo Zagabria e l’Hajduk Spalato. Vuoi per una concezione serbocentrica della passionalità, con epicentro a Belgrado e alle sue due metà, Partizan e Stella Rossa, vuoi perché il calcio croato è prettamente legato alla produzione di talento destinato all’esportazione. Il popolare quotidiano britannico non mise al riparo la sua scelta dai commenti più o meno inferociti di alcuni lettori contrari: il Vječni derbi era secondo a quello ligure tra Genoa e Sampdoria, ma precedeva comunque stracittadine calde come il derby di Manchester, quello della Ruhr, quello portoghese tra Porto e Benfica e, non ultimo, quello d’Istanbul tra Fenerbahçe e Beşiktaş.

Ante Čačić guidava la Dinamo Zagabria quando, il 29 settembre 2012, il Maksimir vide una secca vittoria nel derbi per 3-1 a favore dei padroni di casa. In un contesto tranquillamente favorevole, il poi ct dei Vatreni decise all’82’ di togliere dal campo il brasiliano Sammir, mattatore del match con una doppietta, per lasciare la passerella a un biondissimo 16enne, centrocampista o trequartista, di nome Alen Halilović. Un predestinato, diranno tutti, e a conti fatti sarebbe stato il suo ingresso in campo la notizia principale della serata. Non la vittoria, pur se in una stracittadina storicamente fondamentale da portare a casa. La stampa, a sfida conclusa, sarebbe corsa a cercarlo apostrofandone la prova da Izrazito zreo, letteralmente “estremamente maturo”, sebbene la giovane età.

Entrato nel tabellino ma pure nella partita, visto che per poco non ha trovato la rete, Alen quella notte fece innamorare a suon di giocate il popolo dei Bad Blue Boys, la principale fetta di tifoseria organizzata della Dinamo: repertorio completo, sartoria d’alta classe, fini cambi di passo e dribbling perfettamente cadenzati. Pareva pronto per prendersi la trequarti, da titolare, e invece s’è perso. Da quel giorno, in cui batté ogni record di precocità assaporando il campo a 16 anni e 101 giorni, debuttante più giovane nell’intera storia dei Modri, Halilović s’è infatti perduto. Tra la moltitudine caotica del Camp Nou e le strade di Gijón, tra le nefandezze di Amburgo e le spiagge canarie di Las Palmas.

Da quel momento, Alen non ha dato seguito al suo talento. Fa particolare effetto dirlo oggi perché in quel 29 settembre 2012 la Dinamo Zagabria era grossomodo l’ossatura della Croazia finalista di Russia 2018 (Jedvaj, Vrsaljko, Vida, Pivaric, Badelj, Kovacic, Brozovic), ed è quasi paradossale che Halilović, coi mezzi di cui disponeva, non sia riuscito a mantenere le attese. Quel ragazzo è scomparso, e di punto in bianco risuonavano inascoltate le sue parole dopo la sera dell’esordio, il battesimo coi grandi: “Sono felice, cercherò di continuare a migliorare ancora per dimostrare agli altri che posso farlo, che voglio farlo e che lo farò. Ho un solo obiettivo nella vita e lo sto raggiungendo. A tratti, Alen s’è perso. Compiuti i 18 anni aveva infiammato le suggestioni blaugrana convincendo il Barcellona a inviare emissari in terra croata col solo obiettivo di prender l’aereo di ritorno accompagnati dal ragazzo: metafora, perché a conti fatti Halilović non aveva ancora oltrepassato la soglia dei 18 anni, però i lungimiranti dirigenti iberici ottennero una promessa: una volta maggiorenne, giocherai al Camp Nou.

Per uno che era cresciuto nelle angustie di Dubrovnik, contrappasso (o anello di congiunzione, se preferite) tra spiagge dorate e isole incantevoli, la possibilità di apprendere da Messi è stata recepita come un regalo magnifico. Non solo Alen era cresciuto prendendo a calci un pallone sognando di ripetere i fasti de La Pulga, ma dal 27 marzo 2014 ha potuto dire di esser suo compagno di squadra. Dopo un’estate di ritiro con la prima, però, giustamente Halilović fu rispedito al Barça B. Un declassamento importante per lui, che con la Dinamo nel frattempo aveva debuttato in Champions League il 24 ottobre 2012, risultando il secondo più giovane nella storia della manifestazione ad aver accumulato minutaggio.

Nella caldissima estate 2014 dunque, quella in cui il Barcellona fu multato per la compravendita non propriamente trasparente di giovani calciatori, pena poi sospesa con l’arrivo di Luis Suárez, furono versati 2,2 milioni sul conto della Dinamo Zagabria per questo gioiellino balcanico. Halilović firmò un quinquennale, ma avrebbe lasciato la Spagna al terzo anno, dopo una stagione nella Masia e una in prestito (a dire il vero opaco) allo Sporting Gijón. Estate 2016, l’Amburgo s’era miracolosamente salvato ancora una volta e per ripartire scelse di dare le chiavi della mediana ad Alen. Controprova di quanto apprezzato fosse, altra delusione cocente: un paradosso, 5,5 milioni investiti per portarlo al Wolksparkstadion e il pericolo incombente di una recompra da 10, che avrebbe riportato il croato in Catalogna. Nulla di fatto, problemi al ginocchio, stiramento ai legamenti e sole sei presenze. Flop, fracaso total y inexplicable.

Come gli ultimi 18 mesi di prestito al Las Palmas, in costante attesa di un Godot mai arrivato. Un cartellino rosso all’esordio de La Liga 2017/18 sì, però, meritato in seguito a uno sconsiderato intervento sul povero Gayá. In totale 38 apparizioni col club canario in campionato e una in Coppa, accompagnate dalla costante sensazione di essere un’incompiuta. Perenne e bellissima, paradossale tanto quanto il Milan dell’estate scorsa. A oggi è trascorso un anno dalle spese sostenute per tentar di colmare il gap con la Juventus: rifondata la rosa, 190 milioni spesi in Conti, Bonucci, Musacchio, Rodríguez, Calhanoglu, Biglia, Kessié, André Silva e Kalinic, per tornare accapo. Ora la situazione s’è intorpidita, l’Europa League persa nei tribunali e recentissimamente riconquistata per l’amarezza (comprensibile) della Fiorentina. Il terzo botto dell’estate rossonera, marchiata da un’insolita austerity cinese, è stato proprio Alen Halilović. A zero, da svincolato, quasi approfittando della prima retrocessione dell’HSV.

Arriva dopo Reina e Strinic, ma Halilović ha perfettamente assimilata in corpo l’idea del dover rilanciarsi. Tecnicamente è un profilo indiscutibile, se saprà adattarsi al meteo di Milanello potrà davvero spaccare il mondo. La tecnica ce l’ha, in fondo non si diventa il più giovane debuttante nella storia della nazionale croata per caso. La sfortuna e una serie di retrocessioni (Amburgo, Las Palmas) ne hanno minato la crescita, pur se è vero asserire che ci abbia messo del suo. Ora è al Milan, l’ambiente da rilanciare. La sua consacrazione passa indissolubilmente per le viscere dei Navigli, compiendo lui il grande salto non potrà che trascinare il Diavolo lontano dall’inferno. Ambiente caldo, che solitamente consisterebbe nel suo locus amoenus, anche se ultimamente Gattuso e tifosi lo abbandonerebbero volentieri. Per fare strada lontano. E farla con un centrocampista biondo, possibilmente da titolare e leader tecnico dell’undici.

Articolo a cura di Matteo Albanese

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