CHIAMARSI ÇALHANOĞLU

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Se oggi mi dovessero chiedere qual è la prima, grande immagine che associo ad Hakan Çalhanoğlu non avrei il minimo dubbio sulla risposta. Era il primo dei tre minuti di recupero concessi dall’arbitro Brych in un freddo AmburgoBorussia Dortmund di quattro anni fa.

Punteggio ormai bloccato sul 2-0 e punizione concessa a oltre 40 metri dalla linea di porta. La classica occasione per tirare il fiato, rallentare il gioco, ricominciare e congelare il risultato. Non era chiaramente dello stesso avviso Çalhanoğlu, che prese il pallone, se lo sistemò e con una rincorsa che sorprese un po’ tutti – Weidenfeller in primis – andò direttamente al tiro, piazzandolo dietro alle spalle del portiere tedesco con una traiettoria micidiale. L’espressione da <<ma cosa ho appena fatto?>> fece da contraltare al sorriso amaro che Jurgen Klopp sventagliò non appena si rese conto, con una certa dose di incredulità, che quel pallone fosse realmente entrato in porta. L’impossibilità di svestire questa istantanea dal valore affettivo che conserva nella mia personale scatola dei ricordi, la rende di fatto l’unica candidata possibile per la risposta alla domanda di cui sopra. Ma se la stessa questione mi venisse posta tra vent’anni, sono certo che la risposta potrebbe essere decisamente diversa. O almeno è quello che un po’ tutti si augurano. Perché a 23 anni Çalhanoğlu ha già fatto intravedere sprazzi di talento non affini ai comuni mortali e doti per le quali ci si è già sentiti in dovere di rigurgitare scomodi paragoni.

In Germania non ha fatto di tutto per farsi volere bene. Tra accordi firmati “a sua insaputa”, certificati medici di dubbia veridicità e promesse platealmente non mantenute – come le parole al miele verso l’Amburgo alle quali ha fatto seguito il suo quasi immediato passaggio al Leverkusen –, Çalhanoğlu ha saputo crearsi una folta schiera di “nemici”. In Italia è arrivato un po’ per allentare questa sfiancante pressione e un po’ perché fortemente convinto del progetto Milan, al cui centro ci sarebbe stato proprio lui. Dopo una prima parte di stagione intermittente, si è preso in mano il Milan ed è diventato parte integrante di una squadra che ha saputo trovare la sua dimensione dopo un avvio tutt’altro che esaltante. Ad oggi Çalhanoğlu possiede tutte le carte per essere perno e trascinatore di un club che galleggia nel disperato bisogno di ritrovare successi e identità.

Un avvio difficile – Complici il divario con le prime avversarie stagionali del Milan e l’estatica attesa di cominciare la sua nuova avventura, all’alba della scorsa stagione Çalhanoğlu era partito col piede giusto, mettendo a referto 1 gol e 4 assist tra agosto e i primi di settembre. Poi qualcosa si è inceppato. Vuoi perché il livello delle rivali si è alzato, vuoi perché il Milan nel suo insieme è stato risucchiato in una spirale di risultati negativi e speranze infrante prematuramente. Che il ragazzo originario di Mannheim non si fosse trovato subito a suo agio, ce lo racconta lui stesso, quando in un’intervista dello scorso inverno sosteneva quanto fosse <<difficile comunicare con Montella>, perché <<non parlava inglese, solo italiano>>. Forse proprio per questo non è mai riuscito a entrare in sintonia con il tecnico campano, col quale peraltro giocava in maniera del tutto diversa da come era abituato a fare in passato.

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Jolly – Una delle caratteristiche principali di Çalhanoğlu è – paradossalmente – la sua duttilità. Nel corso della sua sin qui breve carriera, ha ricoperto diversi ruoli in diverse zone del campo, essendo in grado di mettere a disposizione dell’allenatore di turno il suo forte spirito di adattamento. Con uno sguardo d’insieme si può tranquillamente constatare il fatto che Çalhanoğlu abbia pressoché ricoperto ogni ruolo dalla metà campo in avanti (ad esclusione, forse, della punta centrale). All’Amburgo, con Fink in panchina, ha spesso giocato come trequartista alle spalle di Lasogga o come esterno (più alto che basso), in maniera del tutto simile alla posizione cucitagli addosso da Gattuso nella seconda parte della scorsa stagione. Con il suo passaggio al Leverkusen e il suo conseguente approdo sotto l’ala protettrice di Roger Schmidt si è consacrato come trequartista a tutti gli effetti, spaziando e costruendo in quei quindici-venti metri che la presenza di un centravanti puro riusciva a mettergli a disposizione. Alla spalle di Kießling, godeva infatti di una libertà e di uno spazio che gli permettevano di vestire i panni del playmaker avanzato, abile nel supportare punta ed esterni e letale al limite dell’area. Ma come Fink, anche Schmidt lo ha spesso dirottato sulla sinistra, dove la mancanza di una rapidità eccelsa è sempre stata adombrata dalle sue notevoli doti tecniche. Dopo la sua prima stagione al Bayer Leverkusen, il suo impiego sulle fasce è stato sempre maggiore, sino a renderlo a tutti gli effetti un’ala, fruttuosa in termini di key passes e pericolosa con i suoi frequenti tagli verso il centro. Ma la sua duttilità l’ha reso utile anche quando Schmidt ha dovuto impiegarlo come double pivot da affiancare ai vari Rolfes, Bender o Reinartz, con il compito di impostare quando il pressing sul primo regista si faceva troppo opprimente. Sulla stessa lunghezza d’onda – un anno più tardi – è stato anche Markus Krösche, che ha saputo sapientemente alternarlo sulla sinistra e al centro a battagliare al fianco di Kramer, sempre nelle vesti di secondo playmaker. Il ritorno di Schimdt nell’estate 2016, l’ha visto riproporsi stabilmente sugli esterni o alle spalle della prima punta, senza quasi mai ricoprire i ruoli centrali del campo come era solito fare in precedenza. La sua ultima stagione in Germania – conclusa anzitempo a causa di una squalifica per un accordo con il Trabzonspor firmato nel 2011 e mai rispettato – è stata tuttavia condita da ottime prestazioni e alto rendimento, come testimoniano i 6 gol e 5 assist in 15 presenze.

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Una svolta chiamata Gattuso – Dopo l’avvio complicato con Montella in panchina, Çalhanoğlu ha saputo trovare continuità e fiducia, andando gradualmente a ridurre i mugugni sugli spalti che l’hanno accompagnato per una buona fetta di stagione. Agli inizi della sua avventura rossonera, il turco è stato spesso sacrificato in ruoli a lui poco affini in uno schieramento che non è mai riuscito ad esaltare le qualità dei singoli. Montella le ha provate tutte: mezz’ala nel 4-3-3, mezz’ala o esterno nel 3-5-2, secondo trequartista nel 3-4-2-1. In tutte le soluzioni tentate dall’allenatore campano, Çalhanoğlu non si è mai trovato realmente a suo agio. Disorientato nel centrocampo a 3, compresso e limitato in quello a 5 e mai veramente libero nello smezzarsi la trequarti con Suso. Con Gattuso, qualcosa è cambiato. Per il Milan, ovviamente, ma anche per Çalhanoğlu. A inverno inoltrato, una volta interiorizzato le disposizioni del mister per il suo 4-3-3, ha saputo ritrovare sé stesso a suon di prestazioni che hanno messo in vetrina una brillante esposizione di tutte le sue (innegabili) qualità. Vero turning point e sinonimo di svolta nella stagione di Çalhanoğlu è stato il match con la Fiorentina nel dicembre 2017. Il Milan è sotto 1-0, la squadra fatica a girare e le occasioni sono rare e sporadiche. Ma al 74’ sale in cattedra Çalhanoğlu, che dopo appena 20 minuti dal suo ingresso in campo, segna il gol che vuol dire pareggio (e sollievo). Da quella partita è cambiato tutto, o quasi. Perché se fino alla gara con l’Atalanta metteva a referto appena 20 key passes in 13 presenze (circa 1,5 a partita), da quella contro la Viola sono diventati 51 in 18 presenze (2,8 a partita), decretando, nei dati e sul campo, una crescita evidente sotto diversi aspetti. Anche il bottino di gol e assist ne ha fortemente risentito in positivo: rispettivamente 1 e 2 prima di incontrare la Fiorentina, 5 e 6 da lì in avanti. Non basta? Pensate allora che la percentuale più bassa di passaggi riusciti registra un deludente 53.8% nel match con il Torino e Montella ancora allenatore. Da quando Gattuso è sulla panchina del Milan, il picco più basso raggiunto da Çalhanoğlu si è fermato al 65.4%. Dulcis in fundo, è doveroso citare il rapporto di OptaSports pubblicato a febbraio sul suo profilo Twitter dedicato al calcio italiano: <<Hakan Calhanoglu ha creato 18 occasioni per i compagni in Serie A nel 2018, più di ogni altro giocatore nell’anno solare>>. Un caso forse. O forse no.

Sarà grande? – Ad oggi l’interrogativo principale rimane questo. Esploderà? Diventerà un fuoriclasse? O lo aspetterà un’altra annata intermittente? Diciamo che iniziare la preparazione facendogli presentare la maglia away con la stampa del suo nome clamorosamente sbagliata, non è sicuramente di buon auspicio. Ma al di là di questa gaffe dai contorni parodistici, la stagione di Çalhanoğlu può essere tranquillamente la stagione della consacrazione. Ha la possibilità di rendersi protagonista in un Milan ossessionato dalla voglia/necessità di uscire da questa condizione di permanente insoddisfazione e costante disillusione. Ne hanno bisogno i rossoneri, ne ha bisogno lui, che ha tutta l’intenzione di confermarsi sui livelli della seconda parte di stagione e, magari, alzare anche l’asticella.

Articolo a cura di Gioele Anelli

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