IL “DANESE” PIÚ AMATO DI SVEZIA

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Photo by iol.co.za

Le onde che sbattono contro la spiaggia di Askimsbadet, a Göteborg, contrastano con le increspature del fiume Göta, che il re Gustavo Vasa volle pieno di canali navigabili così da unire la seconda città più popolata della Svezia con Stoccolma senza passare per Öresund (e quindi dover pagare balzelli agli odiati danesi).

Il fiskhamnen cittadino nutre un’orgogliosa e profonda rivendicazione del salmone nostrano, chiaramente opposto per qualità a quello dei vicini, e più in generale la sensazione è che tra Svezia e Danimarca non scorra buon sangue. Dagli inizi del secolo scorso, quando Stoccolma volle distinguersi dal resto della grande macroregione scandinava, non sono mancati gli screzi e andando a chiedere a un danese cosa pensi di uno svedese, questi senza dubbio vi descriverà un pescatore rozzo, estremamente razionale e arrogante. Un’arroganza spesso avocata da Stoccolma, per via di un accentramento politico di cui invece la Danimarca non s’è fatta portatrice in nome di una fervente borghesia.

Qualche anno fa, quando Albin Ekdal militava nell’Amburgo e gli chiesero cosa odiasse di più, l’ex centrocampista del Cagliari rispose spiegando come fosse a disagio quando la gente lo fermava per strada chiedendogli se parlasse norvegese. Chiaro come la Scandinavia sia solo frettolosamente unificabile stereotipando il tutto, e un esempio dell’erroneo melting pot sopracitato consiste nel background che ha forgiato la personalità (anche coi guantoni) di Robin Olsen. Un portiere, l’uomo che negli occhi dell’astuto Monchi, ex suo pari ruolo, saprà prender sulle sue spalle la pesante nomea di nuovo Alisson. Chiare le differenze tra i due, partendo proprio dal fatto che l’ex estremo difensore del Copenhagen non abbia la maestria coi piedi di cui il brasiliano ha fatto gran mostra in Serie A: spesso in Grecia, al PAOK, lo criticavano anzi per la sua ruvidità nel gestire l’impostazione. Erik Johansson, però, uno che con Olsen ha condiviso il chiassoso spogliatoio del Malmö FF, ha assicurato come col tempo il compagno sia migliorato stabilmente, asserendo all’Aftonbladet come sia pronto per la Serie A.

”Hoppas Olsen lever upp till Alissons nivå” è invece stato l’immediato commento di Jennifer Fagerlund, sempre dell’Aftonbladet, nelle ore successive al debutto del nuovo portiere con la maglia della Roma. In International Champions Cup, contro quel Barcellona battuto ai quarti di Champions ma non recentemente in sede di calciomercato. L’affare Malcom pesa ancora molto, al netto delle speculazioni, pure per il gol segnato dall’ex Bordeaux, ininfluente tuttavia alla vittoria giallorossa per 4-2. Manolas, l’autore del 3-0 dell’Olimpico, ha già dato il benvenuto allo svedese caricandolo di aspettative e ricordandogli come il miglior calciatore della scorsa annata sia stato proprio il portiere Alisson, colui che con ogni ragionevole pronostico verrà proprio sostituito da Olsen. Un rischio? Forse, ma la Roma ama giocare col fuoco e Robin ha già sperimentato situazioni di particolare tensione.

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Photo by http://www.calcionews24.com

Detto dell’odio tra danesi e svedesi, la famiglia di Olsen ha origini ben lontane da Malmö, nel cui ospedale l’8 gennaio 1980 vide la luce il piccolo Robin. Figlio di danesi emigrati, accolti dalla multiculturale città di Zlatan e talmente accoglienti da far scegliere a Olsen di rappresentare la Svezia. Pare che però, alla vigilia della prima partita, il team manager della nazionale giovanile gialloblù si fosse accorto solo ora che sul passaporto di Robin non c’era scritto “Svezia” bensì “Danimarca”. Un problema non da poco, tenuto quasi nascosto dal diretto interessato pure per via di origini familiari: “La mia famiglia è 100% danese, il 90% di loro tifa FCK e il 10% vive a Bröndby”.

Il discorso si allarga pensando al dicembre 2014, quando l’allora ct Erik Hamrén convocò per la prima volta Olsen in nazionale maggiore sancendo di fatto l’addio alle speranze di Danimarca (nazione che inizialmente attirò le simpatie di Robin, il quale ammise di volersi cimentare nello stesso ruolo che fu del suo idolo d’infanzia, il leggendario Peter Schmeichel). Vi fu una querelle non da poco, perché la Federcalcio di Copenhagen, nelle veci del ct Morten Olsen, non tardò a dire la sua: “Ci ha chiamato e ha detto che era contento noi avessimo pensato a lui, ma concludendo che avrebbe scelto la Svezia. Questa è la sua scelta, crede che le sue possibilità siano maggiori nella nazionale svedese”. Tali dichiarazioni non piacquero evidentemente a Olsen, perché riconducevano la sua scelta a un calcolo ragionato delle probabilità di giocare e non tenevano conto, a suo dire, del suo legame col paese in cui era nato. La Svezia, appunto: “Ho parlato con Morten (l’omonimo Olsen, ndr) della mia situazione, gli ho detto i miei pensieri e la mia decisione”. Ed era irrevocabile.

Nel 2010, infatti, Robin Olsen passò in prestito dal Malmö FF, club in cui aveva concluso le giovanili, a una piccola società chiamata Bunkeflo FF. Geograficamente è un posticino di poco più di 10mila abitanti situato a Bunkeflostrand, affianco al ponte di Oresund, e a livello di blasone non è certamente stata una società che sia riuscita a dir la sua nel panorama calcistico nazionale. Oggi non possiede neppure una pagina Wikipedia in svedese, gioca le sue gare in casa al Brovallen e milita in settima divisione. Pure allora non era un granché, ma Olsen vi giocò un anno e questo conta. L’unico grande calciatore della non irreprensibile storia del Bulkeflo è proprio Robin, e il suo trasferimento alla Roma, stando alle nuove norme FIFA, impone ai giallorossi di versare 60mila euro proprio al precedente club in cui crebbe il portiere. Non proprio un salasso per le casse giallorosse, ma un’enormità per quelle del Bulkeflo, che non a caso fatica a iscrivere bilanci col segno più davanti e vanta incassi prevalentemente dalla vendita di cibo sugli spalti in occasione delle partite casalinghe. “Una somma come questa può contribuire in termini di sicurezza, vorrei che fosse usata per dare benefici a tutta la zona” affermò chiaramente felice il presidente del club, tale Calle Wadenhammar, che poi ha invitato Olsen a Malmö: “Vorremmo festeggiarlo, se sarà disponibile”. Per ora Robin non ha ufficialmente né confermato, né smentito, limitandosi a un “so quanto significhino quei soldi per loro e per tutti i ragazzi che giocano lì, questa cosa mi rende felice”.

E allora Olsen, che nel frattempo ha debuttato ostentando una certa sicurezza con la casacca della Roma e ha superato con lode il suo primo approccio con l’italiano (lo si è sentito gridare “destra, destra, destra” in relazione al posizionamento della barriera), può finalmente cominciare a conquistare il pubblico nostrano. Quello della Serie A, quello che lo fischiava a novembre in quel di San Siro, prima, durante e dopo una gara che anche grazie alle sue parate sancì l’eliminazione azzurra dal Mondiale di Russia. Quello che ha visto la Svezia uscire ai quarti, a testa altissima, dopo sole quattro reti subite, di cui la metà dalla Germania e l’altro 50% per mano dell’Inghilterra. Il debutto con la Roma di Olsen promette bene. Ed è solo l’inizio.

Articolo a cura di Matteo Albanese

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