L’ARCIERE

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“ In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.

E’ un commento a caldo di  Giovanni Falcone il 3 settembre del 1982. Sono parole di sdegno, delusione, paura, sentimenti che aleggiavano fra i pool di magistrati schierati dall’altra parte di Palermo, uomini e donne ben coscienti del rischio che correvano lottando contro colui che ha fatto riassaporare l’odore del sangue al popolo siculo dopo il secondo conflitto mondiale, Totò Riina.

La dichiarazione del magistrato è una fra le molteplici rilasciate quel giorno, perché il generale, già prefetto di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa è stato freddato in via Carini in un brutale agguato dove perse la vita anche la consorte Emanuela Setti Carraro. Le indagini sull’assassinio rivelarono la complicità di almeno cinque esecutori, tutti armati di fucili d’assalto che crivellarono l’Autobianchi sulla quale viaggiavano i coniugi Dalla Chiesa, ma sul nome del mandante dubbi non ce ne sono mai stati. La città viveva un’estate altalenante, apertasi con la strage della circonvallazione in giugno, vittima il boss pentito Alfio Ferlito che era in procinto di trasferimento al carcere di Trapani; al penitenziario non ci arriverà mai, un commando del licantropo Santapaola uccide lui e la scorta di carabinieri al seguito. L’Italia campione del mondo in Spagna aveva però aperto uno spiraglio di speranza negli animi dei palermitani, tanto che il Comune candidò lo stadio della Favorita a ospitare l’ultimo concerto del tour europeo di Frank Zappa. Appena 48 ore dopo l’urlo di Tardelli e Pertini che esulta sul palchetto reale del Bernabeu, la rockstar di Baltimora fa il suo ingresso sul terreno di gioco dell’attuale Renzo Barbera. E’il 14 luglio, fa caldo e ci sono 20mila fan pronti ad accogliere il chitarrista statunitense, stranamente qualcosa va storto. Alla ricerca di un’angolatura migliore da cui godersi lo spettacolo, un manipolo di ragazzi riesce a introdursi all’interno del ristretto spazio che separava il palco dal pubblico, la reazione delle Forze dell’Ordine è da G8 di Genova. Parte un’immotivata carica fra manganellate e lacrimogeni che continua per le strade del capoluogo, l’evento non può che terminare dopo solo 40 minuti.

E’ in questo contesto storico che l’8 gennaio 1982, presso l’ospedale Villa Sofia, Emanuele Calaiò viene al mondo. Manu cresce all’ombra del Monte Pellegrino con un pallone in mano senza sapere realmente cosa farsene di quella sua prematura passione. Si sa, in tenera età si è spesso soggetti all’influenza da parte di un idolo, tutti noi ne abbiamo avuto uno; quello di Calaiò è un 26enne bassino, cresciuto nel quartiere S.Giovanni Apostolo di Palermo che ha fatto fortuna a Messina e si ritrova in campo al mondiale casalingo del 1990 per una buona stagione con la Juve. Azeglio vicini lo ha scelto inizialmente per il ruolo di vice Carnevale ma durante la partita contro l’Austria il risultato è bloccato a reti nulle, per questo il commissario tecnico decide di far entrare quel siciliano alto appena un metro e settanta che però di testa fa gol, regalando i primi 3 punti alla Nazionale. A fine torneo Totò Schillaci sarà premiato come capocannoniere del torneo con 6 reti, e a quel punto Emanuele non può far altro che iniziare ad allacciarsi gli scarpini.

Si iscrive alla scuola calcio Panormus, nome scelto in richiamo alla toponomastica greca della città (òrmos difatti significa “porto”), ed è proprio con la società di via Michelangelo  che Calaiò si fa notare già a 14 anni durante il campionato giovanissimi d’Italia 1997. La brigata di baby palermitani sfida i milanesi dell’Aldini Unes a Montecatini Terme (PT) per la finalissima della manifestazione, laureandosi campione d’Italia grazie al proprio attaccante trascinatore che tra l’altro sarà insieme a Li Vigni, Giordano e Seminara all’interno della spesa fatta dal Torino nel vivaio siciliano appena dopo la memorabile prestazione. La glacialità piemontese è dura da gestire per molti di loro, difatti proseguiranno il percorso granata solamente il terzino Giordano e Calaiò. Il difensore non andrà oltre un Torneo di Viareggio, mentre, fresco maggiorenne, Calaiò esordirà nel 2000 con i granata segnando persino un gol inutile, perché quell’annata significa retrocessione. Anche in serie cadetta, la concorrenza con Stefan Schwoch e la traballante panchina di Gigi Simoni convincono Manu a cambiare aria, si trasferisce nella sessione invernale alla Ternana prima e poi al Messina senza fortuna fra B e C1. Nel frattempo, papà Umberto in veste di procuratore, ha trovato la piazza dove il figlio potrebbe esprimersi continuità: Pescara.

La stagione 2003-2004 con mister Iaconi è alquanto sfortunata per gli abruzzesi perennemente a ridosso della zona playout, eppure Calaiò si trova a suo agio, riesce a salvare letteralmente da solo il delfino con 21 marcature a proprio nome. Emanuele viene sporadicamente convocato dall’under 21 di Claudio Gentile che vincerà l’europeo giovanile del 2004 al quale però la punta non prende parte data la vasta concorrenza di Gilardino, Sculli e Caracciolo, una delusione relativa siccome in gennaio, dopo un buon avvio sempre in maglia pescarese, si fionda su di lui l’ambizioso Napoli di De Laurentiis. La trattativa affidata al direttore sportivo Pierpaolo Marino, l’uomo che ha portato a Napoli el Pampa Sosa, Marek Hamsik e Lavezzi, giunge a un accordo intorno alla cifra di 4 milioni di euro. Il progetto partenopeo intriga e non poco Calaiò, il quale, lungimirante, accetta di disputare la serie C da protagonista e punto cardine per la rinascita napoletana. Il biennio seguente lo incorona re di Napoli, devastante con 18 sigilli validi per la promozione e riconfermatosi capocannoniere della squadra anche per la stagione successiva. La coppia formata insieme a Roberto Sosa è  la seconda più prolifica dopo la bianconera Del Piero-Trezeguet, 22 i gol del duo di Edy Reja contro i 35 degli entrambi campioni del mondo. E’in questo periodo che nasce il mito dell’arciere, soprannominato così per l’esultanza di una freccia scoccante verso quella curva B il 3 giugno del 2007. Il Napoli è a un passo dalla serie A, per passà a’ nuttata , il momento buio del fallimento e il rischio di sparire per sempre dal panorama calcistico italiano. In quel piovoso pomeriggio d’inizio estate al San Paolo di spettatori ce ne sono 60.000, e la curva B è romanticamente ferma in una coreografia che recita la parola “Ti Amo”, spazzata via dal colpo di testa di Calaiò: sale in alto Manu e insacca il cross di Rullo dalla sinistra. L’euforia azzurra è a metà fra l’ansia e la delusione, perchè per tornare fra i grandi bisognerà non perdere al Marassi contro un Genoa con l’unica soluzione della vittoria a disposizione,  poiché il Piacenza dovrebbe solamente suicidarsi con una Triestina praticamente retrocessa. In Liguria la situazione è surreale, Leòn e Di Vaio passeggiano per il campo, ed è una notizia. Sembra una partitella d’allenamento, le tifoserie gemellate sono perplesse fin quando qualcuno, munito di auricolare, riceve la notizia del pareggio del triestino Allegretti,  per il momento Genoa e Napoli sono in A. Negli ultimi sprazzi di gioco la palla resta ferma, sono tutti in tensione per quanto possa succedere a Piacenza. Tutt’oggi, a 11 anni di distanza, resta sconosciuto il motivo per cui prima del fischio i calciatori si spogliarono delle proprie divise, i tifosi invasero il campo creando un momento di unità sportiva senza eguali. Rapidamente Donadoni riprese il controllo, e il match proseguì per qualche attimo con Paolo Cannavaro in mutande e Adailton senza scarpini, istanti, che si trasformarono nello storico ritorno nel campionato maggiore delle compagini gemellate. Le rovesciate, i colpi di tacco e le punizioni di sinistro sono innocue alla strapotenza fisica del panteròn Zalayeta, l’uruguayo scippa il posto da titolare e non è l’unico caso all’interno del nuovo Napoli formato serie A che predilige giovani promesse come il Pocho o Gargano all’esperienza dei veterani.  Non c’è spazio per Calaiò e insieme alla compagna Federica Del Deo opta per il trasferimento a Siena, la Robur se lo assicura per 2 milioni, e a ridosso dei 30 anni Emanuele  dovrebbe garantire numeri importanti al fianco di Massimo Maccarone.

Il passo dalla collaborazione alla competizione è breve, per questo annota 13 gol nei primi due anni toscani; poi la retrocessione e di nuovo la lungimiranza nel credere al potenziale di un gruppo,  perciò resta a Siena riporta la formazione in A a suon di reti, 18. Emanuele Calaiò registra il record personale di gol in A durante la stagione 2010-2011, 11 gol con tanto di fascia di capitano al braccio, come una volta, col suo mancino al veleno.  Dei vari momenti di quella doppia cifra uno su tutti, era inverno, era freddo, e Manu la metteva alle spalle di De Sanctis, Gli occhi gonfi di commozione, le braccia alzate di chi quasi vorrebbe sparire per aver segnato alla sua gente, non esulta e qualche incontro dopo riporta un infortuno al piede sinistro che lo mette out fino al termine del campionato. La convalescenza è lenta, torna e riesce in ogni caso a influire, quel gol di testa a gennaio lo ha però mentalmente trasportato al boato di Partenope, lo aspettano, sanno che tornerà. E lo fa, durante la sessione invernale, in punta di piedi, ritagliandosi lo spazio che si può trovare alle spalle di Cavani. Nonostante il disumano Matador, Calaiò esordisce per la prima volta in carriera in Europa League contro il Viktoria Plzen. Senza aver mai gonfiato la rete, chiude una volta per tutte il suo rapporto con il Napoli , con la sua seconda cosa, dove torna da avversario in rossoblù genovese e segna su punizione il suo ultimo gol in serie A, un’ultima prodezza dell’arciere che rinfodera la faretra al cospetto del popolo che lo ha reso grande.

Vuole spendere gli ultimi anni di carriera vicino ai suoi amici, quelli che ha lasciato da giovane per il Nord, va a Catania e dovrebbe essere un tradimento, ma non lo è. Al Massimino c’è ben altro a cui pensare, i suoi 15 gol in B finiscono nel dimenticatoio perchè il 3 agosto del 2015 la società etnea fallisce ed Emanuele è costretto di nuovo a lasciare la sua regione, ricomincia da dove aveva lasciato, vicino Genova, La Spezia. Con gli aquilotti il rapporto è controverso, torna a segnare e anche con una certa continuità, fa 9 gol in B e malgrado l’età il fiuto del gol è rimasto quello di sempre, ne fa 9 e al termine del contratto punta all’ultima scommessa calcistica della sua vita, il Parma. Trascina i ducali con 8 pesanti reti, delle quali 2 su rigore, su 49 calciati in circa un ventennio ne ha realizzati 42, media dell’ 85% di trasformazione. L’ultimo campionato l’ha concluso in doppia cifra, 13 gol, tagliando il nastro dei 180 in carriera in 540 partite; conquista soprattutto l’ennesima promozione  proprio nel suo ex stadio, il Franchi di La Spezia. La gioia grande di D’Aversa e gli emiliani tutti non dura molto. Il 23 luglio 2018 il Tribunale Federale Nazionale della FIGC infligge una squalifica di due anni a Calaiò, reo di aver tentato di «alterare il regolare svolgimento e il risultato finale» del match Parma-Spezia, la Procura, inoltre, adotta come prove i messaggi inviati da Calaiò tramite Whatsapp. La giustizia colpisce anche il Parma, la prima udienza condanna i parmigiani a 5 punti di penalizzazione e alla retrocessione per illecito sportivo, Il lavoro degli avvocati Chiacchio e Rodella si rivela per fortuna efficace, la Corte federale d’appello accoglie il ricorso e riduce il provvedimento nei confronti del centravanti a 30.000 euro di multa e all’esclusione da attività sportive fino a dicembre 2018.

L’arciere ha provato a centrare il bersaglio mediante sotterfugi che probabilmente non gli si addicono, sentenziandosi da solo. Chi l’ha visto giocare sa che l’eterno numero undici, a quel Parma con cui ha centrato l’unica tripla promozione di fila nella storia del calcio italiano, non gli dirà addio in un’aula di tribunale.

Articolo a cura di Alberto Maresca

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