CASTALDO-VIĆ

casta
Luigi Castaldo – Photo by http://www.onlinemagazine.it

Castaldo-Avellino, quando un tribunale fa finire un amore

Il portone del Partenio si apre, una grossa auto nera esce e si fa strada cauta nel drappello di persone raccolte in attesa. La videocamera indugia sul finestrino aperto del guidatore: al volante c’è un ragazzo con i capelli i corti e il viso teso di chi non sa trattenere la commozione. È Luigi “Gigi” Castaldo, il numero 10 dell’Avellino, o meglio lo era fino a qualche ora prima, quando le speranze dei Lupi di potersi iscrivere al campionato di Serie B 2018-2019 non venissero spente dalla sentenza del TAR che sancisce l’esclusione definitiva degli irpini dalla cadetteria. Un passaggio di trenta secondi, sufficienti ad ammainare una bandiera, a portarsi via una storia lunga sei anni; fatta di reti che si gonfiano, tifosi che scattano in piedi sulle tribune a ogni prodezza, amore giurato per l’eternità e imprese soltanto sfiorate. Pochi secondi che sono il preludio di un addio figlio di un tribunale, nella versione ufficiale, o di un vero tradimento per altri. Sì perché Castaldo, il numero 10 biancoverde, dopo questa triste passerella lascia l’Irpinia per trasferirsi all’ambiziosa Casertana, sempre Campania come da tradizione. Castaldo nato a Giugliano – periferia napoletana – ha legato la sua vita e la sua carriera di calciatore a questa terra, quasi avesse sottoscritto un patto di sangue. Tra le squadre di questa regione si è fatto un nome: i gol in Lega Pro con Puteolana, Juve Stabia, Benevento e poi Nocerina, tanti e quasi sempre decisivi, gli sono valsi un soprannome esotico. Castaldovic, come i grandi campioni venuti dall’Est.

Ma è sempre nella “sua” Campania che Castaldo subisce smacchi difficili da mandare giù. Come la contestazione dei tifosi a Nocera, che lo costringono alla scorta, o l’addio alla Juve Stabia mai perdonato. O come l’ultimo e più recente colpo basso ricevuto lontano dal campo, partito il 12 luglio scorso con la licenza per il campionato di serie B 2018-2019 negata all’Avellino da parte della Covisoc e proseguito tra ricorsi e tribunali per materializzarsi il 7 agosto con la sentenza definitiva. E l’Avellino che di fatto non esiste più. Quel che è successo dopo è cronaca: l’incertezza nei giorni immediatamente successivi e l’abbandono del numero 10. Un passaggio delicato che solo con il tempo potrà essere valutato per quel che è stato, perché ora la passione e i sentimenti della piazza, di quella terra, sono ancora troppo forti. Perché Castaldo ad Avellino è storia. Da quando dopo la promozione in B riceve quel numero che affascina generazioni di bambini che sognano di diventare campioni, quel 10 che ad Avellino era stato ritirato in onore di Adriano Lombardi, capitano degli irpini in quel 1978 anno della promozione in A. Un onore che si lascia soltanto a chi ha le stimmate del predestinato, un privilegio conquistato sul campo. L’anno prima, in Serie C, Castaldo aveva centrato il bersaglio grosso 14 volte, conducendo la squadra alla vittoria del campionato e diventandone il capocannoniere. Il tandem formato con Raffaele Biancolino si dimostra inarrestabile; un vero incubo per le difese avversarie, un duo capace di suonare una melodia irresistibile e sempre diversa che manda in estasi i tifosi biancoverdi. Capace di regalare emozioni indelebili: come l’eurogol di Castaldo contro il Gubbio che dà la vittoria in rimonta agli irpini e un più otto in classifica sul Perugia che spiana la strada verso la B e la quinta promozione in cadetteria.

Nuova stagione, nuova avventura, ma Castaldo rimane faro dell’attacco dell’Avellino con il 10 sulle spalle e la voglia di far vedere che i 10 gol di due stagioni prima realizzati in B con la maglia della Nocerina non sono stati una casualità. Tuttavia è lo stesso centravanti a smorzare gli entusiasmi della piazza dichiarando alla stampa locale che per l’Avellino la salvezza equivarrebbe alla vittoria del campionato. Si prospetta un torneo tirato, giocato fino all’ultimo, invece, grazie anche innesti di valore come il bulgaro Galabinov e l’esperto Schiavon, e al determinante apporto sottorete di Castaldo, l’Avellino riesce a conquistare il suo scudetto. Il numero 10 inizia da dove aveva lasciato: prima partita, primo gol su rigore nella vittoria per 2-1 contro il Novara in un Partenio vestito a festa. Seguiranno altri 10 centri che portano il bomber a battere il suo personale record nella categoria. D’altro canto la squadra ottiene un brillante undicesimo posto, mancando i play-off soltanto all’ultimo turno a causa della sconfitta esterna con il Palermo già sicuro della A. L’appuntamento con la storia però è solo rimandato alla stagione successiva. Il campionato 2014/15 è il punto più alto della storia d’amore tra Castaldo e l’Avellino con l’attaccante che realizza il suo nuovo record personale di gol in stagione, 16, e spinge la squadra a uno straordinario ottavo posto che vale l’ultima casella del tabellone dei play-off. Per arrivare in serie A però i biancoverdi non possono permettersi battute d’arresto: un’impresa impossibile. E infatti la squadra allenata da Massimo Rastelli deve deporre le armi in semifinale, sconfitta dal Bologna che la spunta solo per il miglior piazzamento in regular season, dopo aver sbancato il Partenio per 1 a 0 ma aver perso per 3-2 al Dall’Ara. Rimane scolpito nella mente il numero 10 piegato a terra in lacrime dopo aver visto il treno della Serie A allontanarsi lasciandolo con i suoi compagni di viaggio su una banchina mai così fredda.

Per tutto l’ambiente irpino resterà comunque un’annata da incorniciare che legittima il sogna della Serie A che alla città manca dal lontano 1987. La stagione della meteora greca Nikos Anastopoulos e dell’ultimo valzer italiano del centravanti austriaco Walter Schachner, il canto del cigno di un ciclo lunghissimo iniziato dieci anni prima che ha portato in Irpinia giocatori iconici come Juary e Barbadillo e ha visto arrivare alla presidenza l’istrionico quanto controverso Antonio Sibilla. Un altro calcio, ma il profumo della A e il suo fascino è sempre lo stesso: fa gola e inebria. Non se ne va una volta che l’hai odorato. Tuttavia, il sogno di riabbracciare la massima serie resterà tale: nelle due stagioni successive, l’Avellino nel via vai di allenatori non riuscirà ad andare oltre due anonimi quattordicesimi posti. Nel trambusto generale anche le polveri del centravanti di Giugliano sembrano essersi bagnate; in due stagioni sono solo 11 i suoi gol, il suo minimo storico. Il grigiore inespressivo che caratterizza questo periodo viene improvvisamente ravvivato una sera d’agosto quando metà Paese è in vacanza e aspetta solo il Ferragosto. Il 13 agosto 2017, il teatro è il Bentegodi di Verona, il Tempio come lo chiamano i tifosi scaligeri; l’occasione, il secondo turno di Coppa Italia. L’Avellino, allenato da Walter Novellino, scende in campo forte dell’uno a zero di sette giorni prima, ma l’Hellas Verona, fresco di promozione, con una doppietta di Daniele Verde, tra il 34° e il 38°, ribalta il match. Al 49° della seconda frazione però succede quello che nessuno si aspetta: la difesa irpina rilancia la sfera senza troppa precisione in avanti verso il fronte d’attacco, il pallone sembra essere facile preda di Caceres che in posizione di ultimo uomo commette una leggerezza. La sfera schizza via dai piedi dell’uruguagio e Castaldo, solitario terminale offensivo biancoverde, non si fa sfuggire l’occasione: ruba il tempo al numero 26 gialloblù e si invola verso l’area avversaria. Poche falcate, quelle necessarie, prende la mira e fulmina con un piatto preciso l’incolpevole Nicolas: è gol. Il numero dieci raccoglie la palla in fondo alla rete e, mentre si avvia festeggiando verso il centrocampo, alza la maglia bianca. Sotto indossa una t-shirt nera con stampato davanti un grande 57 dorato e scritte dello stesso colore. “Dedicata a tutti i lupi nel mondo. 57 volte grazie.”, questo il messaggio. Grazie a quel gol Gigi Castaldo diventa il giocatore più prolifico in gare ufficiali della storia dell’Avellino, uno scalino sopra il vecchio partner d’attacco e amico Raffaele Biancolino. Non una cosa che capita a tutti, non una cosa che si dimentica tanto in fretta, anche se si tratta della seconda volta per Castaldo in questa speciale classifica. Qualche anno prima infatti era diventato anche il primo marcatore di tutti i tempi della Juve Stabia, ma lì bastarono soltanto 36 centri, tutti in Lega Pro. Tutta un’altra storia.

La partita per la cronaca vede il Verona prevalere per 3-1 grazie a un gol di Bruno Zuculini nel finale, ma dalle parti del Partenio la delusione svanisce subito ed è il record di Castaldo a prendersi la scena. Il nuovo traguardo è un atto d’amore verso la piazza che lo ha eletto a suo ambasciatore negli stadi di tutta Italia, un sigillo che certifica un rapporto unico che sembra debba durare per sempre. Di lì a qualche mese arriva anche l’ufficialità: a gennaio l’attaccante firma un nuovo contratto che lo lega alla società del patron Taccone per altri tre anni. Per un giocatore di 35 anni significa fino a fine carriera. Il numero 10 racconta alla stampa di aver trovato l’accordo in dieci minuti e di aver soddisfatto la sua volontà di voler chiudere con il calcio ad Avellino. Tre anni ancora da protagonista nel doppio ruolo di “chioccia” per i giovani e pilastro nello spogliatoio e in campo. Poco importa se l’Avellino in campionato non brilla, Castaldo sa ancora fare quel che gli riesce meglio, segnare gol pesanti. I Lupi chiuderanno comunque il campionato in 15^ posizione acciuffando l’ennesima salvezza e con la consapevolezza che per il momento la loro dimensione è questa.

Poi è arrivata l’estate, la maledetta estate 2018: la comunicazione del Covisoc che nega l’iscrizione all’Avellino, i ricorsi inutili alla FIGC e al CONI, prima della mazzata finale del TAR. E quella macchina nera che esce dal Partenio, quel numero 10 che se ne va Caserta aspettando una telefonata che non è mai arrivata, o così scrive su Instagram su un post di ringraziamento a quella piazza a cui aveva giurato fedeltà solo una manciata di mesi prima. Un’uscita di scena che ha la forza di un sisma che fa tremare le viscere dal profondo, spezza in due la superficie; ingaggia un popolo in una disputa fratricida tra chi sostiene l’onestà del calciatore e chi il suo opportunismo. I social diventano il campo di battaglia delle due fazioni: parole pesanti e giustificazioni, senza esclusione di colpi. Una diatriba che non rende onore a un giocatore che ha sacrificato gli anni migliori alla causa biancoverde, dandosi sempre senza tirarsi mai indietro. Una frizione che va compresa perché è figlia del Sud amato di Castaldo dove i sentimenti sono più forti e le passioni vengono vissute fino in fondo, talvolta con un’irrazionalità che solo qualche centinaio di chilometri più a Nord non viene colta.

Rimane, per i romantici di questo sport, la speranza che un giorno la storia assolverà anche il numero 10 nato a Giugliano.

Articolo a cura di Francesco Andreose

(https://www.facebook.com/NonChiamateliProvinciali/)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...