L’ALTRO CHOLO

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Guiñazù alle prese con Neymar – Photo by http://www.zimbio.com

Il legame fra Italia e Argentina è indissolubile, creatosi con le prime ondate migratorie partite dal nostro Paese verso il Sudamerica a fine ‘800, si è poi consolidato grazie al calcio, all’italianità evidente in alcuni fenomeni argentini che hanno scelto di venire a scrivere pagine di storia nel nostro campionato.

Le due culture si sono avvicinante anche per destini comuni vissuti nel corso degli anni, sia in ambito sportivo sia politico e il 1978 ne è un esempio. La riflessione di Norberto Bobbio: “Quando non si vede bene cosa c’è davanti viene spontaneo chiedersi cosa c’è ‘dietro’ esprime alla perfezione il clima italiano all’epoca, Enrico Berlinguer sta inaugurando il nuovo corso del Pci noto come compromesso storico, un accordo stipulato con la Dc per scendere a patti in vista della formazione del nuovo governo misto. Ma il 16 marzo il segretario della Democrazia Cristiana Aldo Moro viene sequestrato dalle Brigate Rosse e il resto passerà in secondo piano fino al ritrovamento del cadavere della vittima in via Caetani a Roma; innumerevoli sono le teorie complottiste riguardo all’atteggiamento dello Stato in quella drammatica situazione, tante quanto fantasiose, però vi è la certezza di un uomo che è riuscito ad agire influentemente nell’ombra su entrambe le sponde, fra il caso Moro e la dittatura di Videla in Argentina, è Licio Gelli.

In generale dovrebbe essere un imprenditore vicino ai poteri forti, tanto da essere chiamato “Maestro Venerabile”, è il fondatore della P2, la loggia massonica più potente d’Europa da cui sono passati tutti i personaggi di rilievo della scena politica nostrana, Gelli è riuscito a usare la propria rilevanza per spingere il Governo a non intervenire in aiuto del democristiano, e Giulio Andreotti ne sa qualcosa, per spostare l’attenzione dell’establishment sul Mondiale ospitato dall’Argentina. La kermesse è a rischio perché la FIFA si è resa conto che quell’Escuela Mecanica de la Armada a Buenos Aires ha ben poco di un istituto scolastico, è costantemente presieduto dai militari e le urla che provengono da lì non danno spazio a interpretazioni, ma i colonnelli conoscono il potenziale propagandistico del campionato del mondo e si sono affidati a Licio Gelli per sfruttare la propria infinita lista di ricattabili in soccorso alla causa. Nessuno al Senato direbbe no a Gelli, e infondo quanto avviene durante il “tribunale del popolo” può solo favorire la classe politica emergente, così sul modello delle Olimpiadi di Berlino ’36, l’intera nazione si traveste da paese dei balocchi per accogliere il più grande palcoscenico calcistico. Videla esige che la Selecciòn vinca quel Mondiale a tutti i costi e la partita del 6-0 al Perù rimarrà indelebile negli almanacchi delle combine sportive, seppur mediante enormi favoreggiamenti, Menotti e i suoi ragazzi battono l’Olanda n finale, senza Cruijff illustre assente proprio in protesta contro il regime locale, e si laureano campioni del mondo.

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Photo by http://www.footballnotballet.com

L’immagine di capitan Passarella che alza il trofeo nel gremito Estadio Monumental ha un doppio significato, da una parte il trionfo del tiranno, dall’altra l’Argentina verace e innamorata genuinamente del pallone, valvola di sfogo e ancora di salvezza, delle pampas ancorate tanto alla terra quanto al pallone. Qualche giorno dopo la conquista del titolo mondiale la famiglia Riquelme mette alla luce il proprio primogenito, Juan Romàn, coetaneo del protagonista di questa storia nato però a General Cabrera, nel cuore più profondo della provincia di Cordoba, il 27 agosto 1978, Pablo Horacio Guiñazù. Per Guiñazù il calcio si limita inizialmente al rincorrere una sfera di cuoio per le strade sterrate del pueblo fino ai 7 anni, quando decide d’ iscriversi presso l’Acciòn Juvenil Tiro y Gimnasia, l’unica accademia calcistica locale dove comincia a forgiare la propria leadership dai primi spogliatoi fino alla metà campo della Liga del Rìo Cuarto, perennemente in mezzo al campo. Il campionato primavera lo consacra agli occhi degli osservatori di mezzo Paese, i quali si presentano in calca a General in cerca di un tale Charito o Chaito, a quanto pare a Rosario è arrivata solamente la storpiatura dell’apodo di Pablo, El Cholito, ma il Newell’s è deciso a offrirgli il primo contratto da professionista, un’occasione da non perdere.

L’arrivo a Rosario nel gennaio del 1996 non manca di nostalgia però convertita in determinazione, Guiñazù viene convocato già dalla Nazionale under 20 ed è spesso aggregato alla prima squadra di Zanabria, innamorato della grinta temeraria del giovane in cui pone molta fiducia, considerando che il debutto in Superliga Argentina arriva in un derby, Leprosos – Canallas. Da quel clàsico rosarino si afferma come pedina fondamentale dei rossoneri, si prende la 5 è ancora non l’ha tolta e per 119 partite l’ha più che onorata, poco importava se fosse davanti alla difesa o da interna, parafrasando Ligabue, la carriera di Pablo era già indirizzata a: “… lavorare sui polmoni …” 13 km percorsi in media a partita, statistica allettante per il buon Gaucci convinto di voler costruire il Perugia multietnico del Terzo Millennio partendo proprio dal gaucho, 4 milioni di euro e tanti transfer rimandati portano Guiñazù, alla fine, in Umbria. “Ad allenare Thuram e Totti sono capaci tutti: da noi, si tratta di fare ambientare Ahn e Guinazu”, sono le parole del presidentissimo perugino dopo l’esordio di entrambi i nuovi acquisti contro la Lazio di Nesta, Nedved, Crespo, Stankovic e il Cholo più famoso, Simeone; la prestazione di Guiñazù è riassumibile nella parola ansia, ma le continue pressioni riguardo alla legittimità del trasferimento dal NOB costringono Serse Cosmi a tenerlo a disposizione pochissime volte, 19 per l’esattezza, un momento difficile per il giovane Pablo che addirittura entra a far parte degli “Atleti di Cristo” pur di uscire da quel momento buio. Il tempo è dalla sua parte, vuole tornare in patria e va all’Independiente, la squadra del papà. Col Rey de Copas si destreggia anche come palleggiatore, fondamentale per costruire con Gabi Milito e la matricola Agüero l’equipazo campione dell’Apertura 2002, al Rojo il centrocampista dimostra realmente le proprie potenzialità, duro in campo al punto giusto per un campionato sudamericano, è il calciatore ideale per Marcelo Bielsa che lo convoca in Nazionale maggiore dopo le 76 presenze con la formazione di Avellaneda.

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Photo by http://www.globo.com

A 24 anni, Guiñazù si ritiene pronto per tentare di nuovo l’assalto alla scena europea, opta per il Saturn, facoltosa società Russia sedotta dal calcio argentino, la quale acquista anche Rolfi Montenegro e Barijho dal Boca Juniors, i soldi dei moscoviti sono tanti, ma l’aria del fallimento in dirittura d’arrivo si diffonde e la brigata preferisce tornare dalle proprie parti, stavolta Pablo sposa il progetto ambizioso dei paraguayi del Libertad. Al Gumarelo fatica, le promesse dell’attuale premier del Paraguay e allora proprietario del club, Horacio Cartes, si scontrano con la filosofia del Tata Martino nei cui piani Guiñazù non riesce ad entrare a pieno, quella visione così pragmatica del bel gioco non gli si addice e ritorna sul mercato e nel 2007 firma per l’Internacional di Porto Alegre. Al Colorado nessuno si è mai minimamente avvicinato a Falcao, per sempre il centrocampo totale nei cuori della torcida, ma lo stesso ex romanista benedice l’ingaggio di Guiñazù considerandolo degno della sua numero cinque, in Brasile Pablo diventa el Huròn, il furetto, per via della sua singolare capigliatura. Alle prese col brasileirao si rivela talvolta aggressivo persino nei confronti degli arbitri, la torcida invece sembra prediligere di più la garra di Guiñazù che diventa capitano della squadra, lasciando la fascia poi a un connazionale, el cabezòn Andres D’Alessandro.

Piccolo di statura, 172 cm ma una bestia per solidità fisica, traghetta i suoi alla vittoria di tutto quello che si potesse vincere, 9 titoli dal 2007 al 2012 fra cui 4 campionati, Copa Sudamericana 2008 e la magica Libertadores del 2010 ai danni del Chivas di Javier Hernàndez, 282 presenze molte delle quali con Tite allenatore, è l’attuale CT della Selecao ad averlo reso probabilmente uno dei migliori volantes della storia del club, un “portatore d’acqua” come amava definirsi Didier Deschamps, che al suo addio è stato omaggiato da centinaia di tifosi, pronto per la chiamata di Sabella per le qualificazioni al mondiale del 2014. Malgrado non sia più un ragazzino, vuole giocarsi le ultime ciance per prendere parte al campionato del mondo nella sua seconda casa, il Brasile, nazione che non lascia dopo aver rescisso il suo ultimo contratto, si trasferisce a Rio de Janeiro, vuole riportare il Vasco da Gama in massima serie. Per 500 mila euro viene ingaggiato in sostituzione ad Allan, passato all’Udinese. La simbiosi con il sentimento vascaino è totale, forse la scelta di rinascere dal basso gli è costata il posto in Nazionae, dove non tornerà più, Il biennio al Vasco è altalenante, la promozione è un sogno poco duraturo, Guiñazù capisce di essere al capolinea e ha un ultimo desiderio, chiudere la sua avventura a casa; al T, il Talleres di Còrdoba. Dei soldi non gli importa più, la lezione del Saturn gli è bastata, è pronto a vestire la casacca a righe bianco blu sotto La Boutique come aveva sempre sognato da bambino, poco conta se in B Nacional, Pablo si riallaccia gli scarpini con la fascia al braccio e torna ruggire all’ottava giornata in casa dell’All Boys dopo aver saltato parte del Clausura per infortunio.

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Photo by http://www.zimbio.com

Nel suo ventennio d’attività sportiva, di gol ne ha siglati 17, forse anche tanti per un mastino come lui, ma quante probabilità ci sono che al debutto, l’ultima palla buona per riportare il Talleres in Primera Divisìon finisca sul mancino di Guiñazù? E’un episodio degno del realismo magico di Gabo Garcìa Marquez, un avvenimento sudamericano nel senso più stretto possibile, perché quel tiro scoordinato s’insacca e il furetto scoppia in lacrime, Los Tallarines sono tornati fra i grandi dopo 12 anni e Pablo non ha alcuna intenzione di svegliarsi dal sogno. La scorsa stagione è diventato il calciatore più anziano nella storia del fùtbol albiceleste, Juan Pablo Vojvoda erge la spina dorsale del suo 4-3-3 sull’esperto giocatore, il fiato non è più lo stesso perciò cerca l’anticipo e non il tackle a rincorrere, così da recuperare il possesso e servire il Bebelo Reynoso sempre pronto a inventare. L’asse funziona e il Talleres riesce a stare al passo del Boca per buona parte del torneo, salvo poi terminare quarto in classifica, consolazione per Pablo è stata l’elezione a miglior centrocampista del campionato; come un highlander tutti erano pronti a salutarlo, lui ha risposto infilandosi la maglia nei pantaloncini e festeggiando i 40 anni con una vittoria su Gimnasia. Pablo Guiñazù è Patrimonio dell’Umanità.

Articolo a cura di Alberto Maresca

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