LA NUOVA VITA DI BRUNO FORNAROLI

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Bruno Fornaroli conferma che le cose si fanno meglio all’estero – Graphic Concept realizzato da Alessio Giannone (https://www.instagram.com/alessio_giannone22/)

Mentre in Italia si abbassa dell’1.3% il tasso di produzione industriale, in Australia la media-gol di Bruno Fornaroli è in continuo rialzo.

La A-League è ormai ai nastri di partenza di una nuova edizione dopo la conquista del quarto titolo da parte del Melbourne Victory, club più vincente nella storia del calcio australiano, che si presenta al via della nuova stagione con tutti i favori del pronostico. Ma se una parte degli addetti ai lavori si è voluta sbilanciare a favore dei campioni in carica, nella stessa città c’è chi potrebbe non essere in armonia con le loro valutazioni. E come dargli torto, del resto. Il Melbourne City non ha intenzione di stendere il tappeto rosso ai propri rivali, anzi, al contrario, vuole lottare per la vetta e per il titolo. Dovrà farlo senza l’estro al cashmere di Daniel Arzani, che prima ha preso il volo per Manchester, per firmare con il City, e poi per Glasgow, dove passerà un annetto in erasmus con il Celtic prima di fare ritorno da Pep Guardiola. E quale palestra migliore dell’Old Firm, per approcciarsi al football europeo? Si potrebbe dire. Ad ogni modo, Arzani sì o Arzani no, il Melbourne ha la sua certezza, o meglio, l’ha ritrovata dopo un grave infortunio: Bruno Fornaroli Mezza, che in tanti ricordano per i trascorsi tutt’altro che esaltanti con la Sampdoria, è tornato in campo per riprendere ciò che aveva iniziato sul finale della scorsa stagione. Proprio lui, il capitano, il re della città, ha suonato la carica in vista del prossimo derby. E se lo dice uno che ha giocato svariati Nacional-Peñarol, allora forse c’è da tenere drizzate le antenne…

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Bruno Fornaroli ai tempi della Sampdoria – photo by http://www.sampgeneration.it

Da Salto a Melbourne via Sampdoria – Crescere a Salto, città dello scrittore Horacio Quiroga e di grandi attaccanti, a 15 minuti scarsi dal confine argentino, significa venire su tirando pallonate tra il grattacielo Mirador e le opere urbane dell’ingegnere Eladio Dieste, al quale è dedicata la Porta della Sapienza all’ingresso della città. Non fa eccezione Bruno, che ha iniziato a prendere confidenza col pallone ad appena tre anni, prima di diventare sufficientemente grande da poter giocare per strada: per la gioia dei suoi genitori, più che altro, stufi di dover raccogliere ogni giorno cocci provenienti dai vari cimeli di famiglia. Il suo naturale ambidestrismo lo avvantaggia, ha qualcosa in più rispetto ai coetanei, e si vede, tant’è che il suo primo allenatore nelle giovanili del Nacional de Montevideo si lascerà scappare un «Esto es un Dios del gol», diviso tra l’estasi ed il dubbio se chiamare o meno l’area 51 per avvistamenti alieni, dopo il suo provino. Per onor di cronaca: in quella squadra c’era anche Luis Suárez. All’ombra del Gran Parque Central nasce così il mito del «Tuna», il cactus, che se ne sta zitto, zitto e punge non appena si crea l’occasione buona: 14 volte in 28 partite per essere precisi. Le sirene dell’Europa calcistica iniziano a chiamare incessanti, ma alla fine a spuntarla è il «Baciccia», il simbolico e barbuto marinaio che appare sullo stemma della Sampdoria, che riesce ad assicurarsi Fornaroli per pochi milioni. Come poche sono anche le reti, gli spunti e le occasioni per mettersi in mostra. Triste, accantonato, spaesato. Se ne va in prestito al San Lorenzo attraversando quel confine a pochi passi dalla sua Salto, ma né lì, né l’anno dopo col Recreativo Huelva trova la giusta dimensione. La Samp lo “ricaccia” indietro al Nacional, lui ne segna 4 in 9 partite in sei mesi e poi… torna di nuovo a Genova, dopo la traumatica retrocessione del club blucerchiato. Il talento di Bruno assume il contorno di un’inspiegabile utopia dimenticata, forse ancora ferma alle parole del suo primo allenatore. In tre anni va al Panathinaikos, al Danubio, poi alla Figueirense – in Brasile – ed infine di nuovo al Danubio. I numeri sono impietosi: 18 gol in sette anni, nelle quasi centotrenta partite giocate. E alla fine, quando estro e talento sembravano intorpiditi, forse addirittura sopiti, è arrivata la chiamata da Melbourne. Perché «anche se è così, non è detto che debba rimanere così», dice Nicole Kidman a Hugh Jackman in – tenetevi forte – “Australia”, film del 2008 diretto da Baz Luhrmann, il regista che qualche anno dopo ci ha regalato anche “The Great Gatsby”. E Fornaroli a quella chiamata ha risposto ben volentieri, per fare in modo che le cose non rimanessero così. Così incompiute, così accantonate.

La A-League come terra promessa – Da quando Fornaroli è sbarcato a Melbourne nel 2015 la sua media gol si è vertiginosamente impennata. Bruno si è presentato in Australia senza sapere neanche una mezza parola in inglese, ma a sua discolpa ha fatto parlare il campo: è arrivato in città verso la prima metà di agosto come successore di David Villa, all’epoca già trentatreenne, ma pur sempre «Maravilla», ha sbrigato tutti i classici convenevoli del caso ed infine, com’è nel suo stile, umile e determinato, ha reso un banale convenevole il suo rapporto con il gol. In media uno ogni 105 minuti nei tre anni trascorsi con la maglia del club di proprietà del City Football Group, coloro che tutti noi conosciamo anche come i proprietari della Manchester sky blue e di quel New York che ha fatto da cornice al ritiro di due leggende del calibro di Andrea Pirlo e Frank Lampard. In numeri parliamo di 66 reti in 77 presenze ufficiali: qualcosa di extraterrestre per il piccolo angolo di football che circa un mese fa ha accolto il pluridecorato velocista Usain Bolt, pronto ad intraprendere la sua seconda vita sportiva con la maglia dei Central Coast Mariners dopo aver polverizzato ogni record esistente sui cento e i duecento metri. Tornando al campo, invece, la stagione è appena iniziata e ovviamente Bruno l’ha inaugurata a modo suo: due gol in altrettante partite in FFA Cup contro il Newcastle Jets e il Brisbane Roar che hanno permesso agli uomini di Warren Joyce, allenatore con un passato nel Manchester United, dove ha guidato la squadra riserve per ben sei stagioni, di accedere ai quarti di finale del torneo, round in cui affronteranno il Western Sydney Wanderers. Del resto è la Westfield Cup, chiamata così in onore dell’omonima azienda commerciale che dal 2017 è main sponsor della manifestazione, che evoca i ricordi più belli per Fornaroli: vuoi perché lì ha fatto il esordio assoluto da quando è in Australia, segnando ovviamente, vuoi perché l’anno dopo è riuscito a conquistarla. Il suo primo trofeo quindi, oltre alla medaglia Mark Viduka, un piccolo riconoscimento per il miglior giocatore della finale. Del suo approccio in A-League non servirebbe manco parlarne: primato nella classifica cannonieri dopo sei partite, primo giocatore nella storia del campionato a toccare quota 20 gol e – non potrebbe essere altrimenti – il titolo di capocannoniere nonché miglior giocatore della lega secondo la Professional Football Association australiana. Basta questo. Oppure il display a lui tributato dai Melburnians, i tifosi a cui ha rapito il cuore, che ad ogni occasione in cui Bruno scende in campo al Rectangular esibiscono la scritta: «El Tuna, Rey de Melbourne». Il cactus, il sovrano di un’intera città: un’elevazione che accarezza le corde dell’onirico, pienamente meritata, azzarderei dire, come il momento in cui ha ereditato la fascia da capitano dopo l’annuncio del ritiro da parte di Patrick Kisnorbo, che è stato il primo a consigliarlo alla dirigenza come suo successore designato. La scorsa stagione solo un grave infortunio alla caviglia, rimediato in FFA Cup contro il Sydney, ha arrestato la sua vena realizzativa. O meglio: l’ha temporaneamente bloccata, fino alla ventesima di campionato, perché poi il «Tuna» è tornato e ha fatto ciò che in questi tre anni gli è sempre riuscito meglio, ovverosia segnare, vergando 5 reti nelle ultime 6 partite a qualunque squadra gli sia capitata a tiro. Quindi pazienza per il pessimo inglese, anche se la figlioletta di cinque anni nel tempo libero cerca di “insegnargli” tutte le parole imparate a scuola. Potrà confondere un semplice e casereccio “how are yaa?” dei suoi tifosi, quando lo incontrano per strada, per un’ipotetica vacanza da sogno alle Hawaii – come raccontato da lui stesso in un’intervista a PlayersVoice – ma a Melbourne sono tutti tranquilli e sereni, perché Fornaroli fa parlare solo il campo.

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In foto Fornaroli e Suarez ai tempi delle giovanili del Nacional: Bruno è il secondo da sinistra nella fila di mezzo. Se non riconoscete Luis siete solo dei Giannelli Imbula – Foto reperita da: http://www.newspapi.com.au

Il rapporto con Cavani e Luis Suárez Su questo pianeta siamo più di 7 miliardi, ma il mondo sa farsi piccolo, piccolo a volte. In fin dei conti per dimostrarlo basta ricordare che i due attaccanti più forti e completi dell’era post-Ibrahimovic sono nati a Salto e oggi giocano insieme con la Celeste di Óscar Washington Tabárez. E sono pure coetanei, esattamente come con Fornaroli. Edinson Cavani ha scelto il Danubio e il Jardines Del Hipódromo, Luis Suárez ha optato per il Nacional ed il Gran Parque Central. Bruno, invece, ha giocato per entrambe: con i «Bolsos» è sbocciato, tornando in un secondo momento per provare a non appassire, mentre quello con la «Franja» è stato più che altro un tentativo disperato di ritrovare la luce del sole. Né più, né meno. Con Cavani non ha mai avuto il grande onore – perché se si parla del «Matador» si parla di onore – di condividere il campo, ma con Suárez sì. Resta il ricordo di due ragazzini di dodici, massimo tredici anni, sognatori del fútbol, che si incontrano ad una fermata dell’autobus. Molto probabilmente messa su, in quattro e quattr’otto, dal solito Eladio Dieste. Hanno giocato insieme fino alla maggiore età, sempre fianco a fianco, con la stessa fame e la stessa voglia di vincere. Oggi uno è il più grande attaccante del mondo, da 154 gol in 202 partite col Barcellona. L’altro è il più grande attaccante di un piccolo angolo di mondo. Ma quanto può valere la fama mondiale al cospetto di una ritrovata passione?

Articolo a cura di Daniele Pagani

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