UNA FAVOLA TUTTA DANESE

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È curioso se ci fate caso. Il Paese che orgogliosamente conserva una delle più lunghe e illustri produzioni letterarie sottoforma di fiabe è oggi lo stesso da cui fa eco questa storia tanto curiosa quanto colma di piccoli aneddoti che solo il mondo del football è in grado di regalare. Se Hans Christian Andersen fosse nato oggi ne avrebbe sicuramente apprezzato trama e personaggi, e chissà, magari li avrebbe anche trascritti nero su bianco all’interno di una delle sue più celebri raccolte fiabesche. Non si tratta né di brutti anatroccoli, né di principesse sul pisello, ma di singolari intrecci e bizzarri protagonisti indubbiamente sì.

Den Gule Fare – Horsens è un comune di circa 86mila abitanti, situato nella regione dello Jutland centrale, famoso nel nordeuropa per essere uno dei comuni maggiormente inclini a ospitare spettacoli culturali e concerti dalla grande affluenza. Il grado di popolarità dello sport non si può dire esattamente lo stesso. A farla da padrone nel panorama calcistico cittadino è l’AC Horsens, club fondato nel 1994 dopo aver inglobato due società già esistenti. In questi 24 anni di vita ha raccolto poche briciole e ancor meno successi. Una finale di Coppa nel 2012 e una partecipazione all’Europa League dell’anno successivo sono i maggiori piazzamenti di un club che ha sempre faticosamente galleggiato tra Superliga (massima serie) e 1st Division (la nostra serie B, per intenderci), senza mai avvicinarsi alla conquista di qualcosa di importante.

Dal 2014 sulla panchina del Gule Fare (che tradotto significa “pericolo giallo”), è subentrato un allenatore che dopo aver appeso gli scarpini al chiodo aveva solo allenato in seconda e terza divisione con il Brønshøj. Dopo la promozione nel 2010 e le successive quattro buone stagioni, è arrivata la chiamata dell’Horsens, deciso più che mai a dare una scossa alla squadra e a cercare di risalire in Superliga quanto prima. La scelta si rivela azzeccata, perché dopo due stagioni arriva la tanto agognata promozione nella massima serie, grazie proprio al maniacale lavoro del suo eccentrico allenatore.

Getty Images

Da “Bomber Bo” …­­ – Capelli lunghi biondi, grinta da vendere e modi anticonvenzionali. In estrema sintesi, Bo Henriksen. Suo padre Ole, pensate un po’, negli anni ‘70 è stato un giornalista del Guerin Sportivo, per il quale faceva da corrispondente con articoli sul calcio danese. Un personaggio, il figlio, poco noto oltre la penisola, ma non del tutto sconosciuto in patria. Nel 2000 vinse infatti – inaspettatamente – la Superliga con il suo Herfølge, anche se – a onor del vero – partecipò alla conquista del titolo siglando una sola rete in tutta la stagione. Risultato non estremamente drammatico direte voi, ma forse un po’ poco per uno che di mestiere fa il centravanti. Frutto anche di questo suo conflittuale feeling con il gol, arriva la decisione di emigrare prima a est nel Boldklubben Frem di Copenaghen e poi molto più a ovest per vestire la maglia del Kidderminster Harriers, club inglese che all’epoca militava in Division 3 (la nostra ex C2). Qui, il ponytail debutante – il debuttante dalla coda di cavallo, come venne soprannominato durante la sintesi tv della sua prima partita con il Kiddyfrantumò ogni record esistente con la maglia degli Harriers. 8 gol (di cui uno all’esordio) nella prima stagione, poi addirittura 20 in quella successiva diventando l’unico calciatore degli Harriers a segnare 3 gol in un’unica partita e il migliore marcatore del club in Football League.

Nonostante i soli 5 anni di permanenza con la maglia del Kiddy, divenne uno degli idoli assoluti della tifoseria. E quando “Bomber Bo” venne ceduto al Bristol perché non più “nei piani dell’allenatore”, come lui stesso dichiarò tempo dopo, non fu certo salutato a cuor leggero, proprio per l’indelebile ricordo che lasciò ai suoi affettuosi supporters. Il suo passaggio al Bristol Rovers fu segnato da un episodio curioso che Henriksen raccontò a Mark Leesdad, creatore di “Memory Lane”, una molto apprezzata rubrica sull’Independent:

Firmammo (lui e Danny Williams, entrambi acquistati dal Kidderminster, ndr) giusto 24 ore prima del match casalingo contro lo York e stavamo guidando verso Bristol quando il giorno della partita fummo costretti a fermarci per un guasto al motore. Riuscimmo ad arrivare al campo giusto 45 minuti prima del calcio d’inizio. Danny [Williams] iniziò dal primo minuto, io subentrai dalla panchina.

L’addio di Henriksen concise anche con il precoce e vertiginoso tramonto della sua comunque non indimenticabile carriera. Le sole 4 presenze con i Rovers anticiparono l’annunciato ritorno in patria tra le fila del Køge BK a cui fece seguito il suo curioso passaggio al Valur prima e al Fram Reykjavik poi, club islandesi in cui la fama di Henriksen si disperse lentamente. Dai gelidi inverni del nordeuropa, si spostò verso lidi decisamente più miti, firmando per il semi-sconosciuto club delle Maldive (!) Victory SC. Durò giusto un anno la sua avventura equatoriale, dopo la quale ritornò in Islanda e poi, a chiudere il cerchio definitivamente, in Danimarca tra le fila del Brønshøj BK. Qui iniziò come giocatore, per poi contestualmente diventare allenatore-giocatore, completando il suo graduale passaggio dal campo all’area tecnica.

Bo Henriksen con la maglia del Kidderminster Harriers – Getty Images

… a “Manager Bo” – Le sue gesta con il Brønshøj non passarono certo inosservate e – come detto – nel 2014 arrivò la chiamata dell’Horsens. Così come è riuscito a farsi amare a tempo di record dai tifosi del Kidderminster, anche nell’undicesima città più popolosa della penisola danese – ça va sans direil colpo di fulmine è stato immediato. Promozione dopo due anni e risultati stupefacenti in rapporto alle ambizioni iniziali e al valore modesto della rosa a disposizione di Henriksen. Dopo l’avanzamento di categoria, sono arrivati un decimo e un (sensazionale) sesto posto, rispettivamente nelle due stagioni successive.

Sintesi del match vinto 2-1 contro il Copenaghen. Verso la fine si può apprezzare la ormai tipica corsa di Henriksen in mezzo al campo.

Ha fatto scalpore in Danimarca. Perché nessuno credeva in un risultato simile. Perché chiunque avrebbe creduto che quell’Horsens difficilmente sarebbe arrivato così in alto. La singolarità di questa impresa ha portato la luce dei riflettori sul club e, soprattutto, su Bo Henriksen. Sì proprio quell’Henriksen, che dopo aver girovagato per anni come giocatore è divenuto celebre, da manager, per le sue esultanze tutt’altro che composte, per la sua tempra e il suo trasporto emotivo trasmesso sul campo e negli spogliatoi. <<Ho sempre avuto un ottimo rapporto con lo spogliatoio, sono molto legato ai miei giocatori>>, dichiarò sempre a Mark Leesdad. È uno di quegli allenatori che vive il campo come se ancora ci potesse entrare, che trasmette ai suoi un calibrato ed esplosivo mix di grinta, cattiveria (sportiva, s’intende) e determinazione. In rete girano infatti un paio di podcast di alcuni dei suoi ormai noti peptalk, discorsi particolarmente energici con il chiaro intento di incoraggiare e stimolare i giocatori prima della partita. Se volessimo forzatamente azzardare un paragone nostrano, potremmo accostarlo, per modi di fare e carica emotiva, a un Conte, a un Gattuso e, perché no, anche a un Cosmi con lunghi capelli biondi e voce meno roca. A definire i contorni del personaggio, ci sono poi le sue ormai tipiche esultanze in cui travolge a valanga staff tecnico e giocatori, per poi lasciarsi andare a una scorrazzata nei pressi della bandierina, un po’ alla Mou dei tempi d’oro per intenderci. Celebre è anche la sua corsa in mezzo al campo quando i suoi vincono, con braccia tese in avanti a pugni chiusi e abbraccio collettivo coi suoi giocatori. Per tutta questa serie di atteggiamenti, in Danimarca la spaccatura degli addetti ai lavori è dicotomica: c’è chi lo ama alla follia per la sua grinta vera e genuina e chi fatica a sopportarlo per via dei suoi tanti comportamenti spesso un po’ troppo sopra le righe. Ma come diceva Oscar Wilde, attraverso le parole di Dorian Gray, <<there is only one thing in the world worse than being talked about, and that is not being talked about>>.

Un estratto di un celebre discorso di Henriksen negli spogliatoi.

Quest’anno la squadra è stata ampiamente rimaneggiata producendo un consistente scossone alla solidità della rosa. Via il portiere Jesse Joronen (andato al Copenaghen per sostituire Olsen), Ayo Okosun, Jeppe Mehl e, soprattutto, Kjartan Finnbogason, capocannoniere dell’Horsens nella passata stagione e secondo miglior marcatore della storia del club. Gli innesti ci sono stati (Delac dal Chelsea, Junker dall’Aarhus, Heltme Nielsen dal Brann e Sebastian Avanzini, primo italiano della storia del club e primo italiano in assoluto a giocare in Superliga), ma il sentimento condiviso ha rivelato una certa dose di pessimismo intorno alle speranze di salvezza della squadra. O se non altro, che non sarebbe arrivata così in anticipo come l’anno scorso. Ma la partenza razzo in campionato ha spazzato via la nube di scetticismo e diffidenza che gravava sulla CASA Arena Horsens. 1-2 al Parken di Copenaghen, con tanto di rigore parato al 95’ e solita estatica corsa di Henriksen in mezzo al campo dopo il fischio finale. Sono poi arrivate altre tre vittorie importantissime, come l’1-0 in casa del Nordsjaelland, il pirotecnico 3-2 contro l’Aarhus o l’inaspettato 1-2 contro il Brondby che hanno assicurato consapevolezza e serenità a un club che non vuole più recitare come semplice comparsa. Ma la strada è lunga e tutt’altro che lastricata. Manca ancora tanto ed essere il quintultimo club per valore complessivo della rosa (circa 6,75 milioni di €), un po’ – inevitabilmente – pesa.

Ad oggi, è oggettivamente difficile vederli lottare per un obiettivo diverso dalla salvezza. Ma Henriksen non è uno che fa troppi calcoli, anzi. L’incipit è stato promettente e chissà che da qua a maggio, tra esultanze sfrenate e corse a perdifiato, non si inventi un altro, splendido, mezzo miracolo.

Articolo a cura di Gioele Anelli

 

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