KARL MARX FC

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“Le persone che vivono qui non guardano indietro, ma aspettano con impazienza un futuro nuovo e migliore”. Guardano al socialismo. Guardano con amore e devozione al fondatore della dottrina socialista, il più grande figlio del popolo tedesco, a Karl Marx. Con la presente espleto la decisione del governo ed eseguo il solenne atto di ridenominazione della città e dichiaro: d’ora in poi, questa città porterà il nome orgoglioso di Karl-Marx-Stadt”.

E’il 10 maggio del 1953, queste sono le parole scelte dal Primo Ministro della DDR Otto Grotewohl per omaggiare i 70 anni dalla morte di Karl Marx. Siamo all’alba della divisione tedesca, una Nazione spaccata dalla cortina di ferro alla quale seguirà, poi, il celebre Muro di Berlino. Entrambe le parti sono logicamente influenzate dal proprio “tutor”, le strategie adottate dalla Germania Federale soprattutto dopo gli esiti della Seconda Guerra Mondiale sono di marchiato stampo liberista, con quel pizzico di Zio Sam tutto americano che ritornerà non poche volte nel corso della storia, ma in altri contesti. La zona Est è sotto l’occhio vigile dell’Unione Sovietica, ed è un periodo rilevante per tutto il Patto di Varsavia, Stalin se n’è andato pochi mesi prima lasciandosi dietro critiche e innovazioni, fra le quali l’utilizzo massiccio della propaganda. Mosca vuole riscrivere a proprio modo i fatti della “Grande Guerra Patriottica”, così decide di disegnare Chemnitz, in Sassonia, come una città ricostruita sul modello urbanistico e sociale comunista. L’Urss si rifà a Tasso e Manzoni nell’utilizzo del verosimile letterario applicato, come solo i sovietici sanno fare, alla realtà. Sugli abitanti di Chemnitz la Raf ha sganciato 1400 bombe fra il febbraio e il marzo del 1945, una ferita indelebile che può essere però sfruttata a favore dell’immagine del nuovo establishment. Dal nuovo processo politico non poteva restare escluso il calcio, soprattutto in un contesto competitivo, nell’accezione più esponenziale possibile, quale la Guerra Fredda. Dynamo Dresda, Carl Zeiss Jena, Magdeburgo e Karl-Marx Stadt; le big four del calcio rosso in Germania, tutte già esistenti ai tempi della Repubblica di Weimar, nonostante in seguito si siano dovute adattare ai nuovi scenari. É il caso del Polizei-Sportverein Chemnitz, società affiliata alla Polizia di stato nata nel 1920, fra le migliori della propria regione, che riesce a imporsi come potenza della Gauliga Sachsen. Con l’avvento del Terzo Reich il club viene rinominato SG Ordnungs Polizei Chemnitz, ma il calcio giocato all’epoca, come tutto il resto che non sia riconducibile a una Stella di David, termina in secondo piano e la squadra fallisce.

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Lo Stato orientale ingloba anche la compagine nel mondo socialista e viene così fondato l’FC Karl-Marx Stadt, che si iscrive in Oberliga, la massima competizione locale. Il Karl-Marx Stadt ricopre dapprima un ruolo anonimo sul piano del rendimento sportivo vagando fra le posizioni della metà classifica fino al trionfo del 1967, sei anni dopo la macabra inaugurazione di quel muro che separerà crudelmente secoli di cultura e tradizioni. Se i due grandi poli amministrativi delle due fazioni sono Bonn e Berlino, in campo a contendersela sono il Bayern Monaco e la Dynamo Dresda; da una parte il club associato all’enclave cattolica del Paese, la borghesia bavarese che ha donato al mondo birra e motori, dall’altra la squadra del signor Erich Mielke, il capo della Stasi. Gli antipodi, uniti però da un filo che collega le società alla figura del gigante sportivo, invincibile e al centro di qualsivoglia mossa mediatica ma continuamente minacciato dalle piccole formazioni, dal proletariato di turno, ora il Borussia Moenchegladbach di Heynckes e Gunter Netzer ora un manipolo di semiprofessionisti. L’eco della vittoria del ’67 risuona senza dubbio come un segnale d’incoraggiamento anche aldilà del Checkpoint Charlie, un invito a sfidare il vincente di turno senza timore della propria inferiorità pronosticata, e il messaggio giunto dagli uomini di Marx è probabilmente il fuoco che arde gli animi del Borussia campione nel ’70. Quel ‘Gladbach resterà forse in eterno l’esempio più emblematico del comunismo occidentale, 11 figli dei fiori a ringhiare sulle caviglie di Maier, Muller e Beckenbauer, la trinità del fussball europeo sconfitta da qualcosa che il Bayern non ha avuto e non avrà per il resto dei suoi giorni: l’arte d’improvvisare. Il successo della compagnia di Berti Vogts è però un toccasana per il calcio tedesco, il quale, già ben avviato dopo il mondiale messicano, si prepara alla kermesse casalinga del ’74. L’Ovest parte da favorito, anche perché un esito sfavorevole potrebbe danneggiare l’immagine del paradiso capitalista, scomoda questione affidata al maniacale segretario di stato USA Henry Kissinger. Kissinger ha previsto tutto, persino come sconfiggere la creatività olandese e quel Johan Cruijff, e sa che la giovane linfa del Moenchengladbach unita alle certezze del Bayern può dar vita a un mix di consensi senza eguali, ma il fato bussa alla sua porta senza preavviso durante i sorteggi. Insieme al Cile e l’Australia, ci sono i rivali di una vita, la Germania dell’Est. Il risultato sarebbe ovvio, ma Jurgen Sparwasser con una carambola trova l’angolino e regala l’unica e ultima grande gioia al pallone tedesco-orientale. Quell’1-0 vale un intero campionato del mondo, la Rezidentura inizia a investire nel calcio più di quanto avesse fatto prima con l’hockey e il Karl Marx ne è un beneficiario. E’finalista della Coppa Nazionale per ben tre occasioni e inizia a produrre talenti dal proprio semplice vivaio, su tutti un ragazzo nato il 26 dicembre 1967 che cambierà drasticamente il sistema sportivo della DDR, si chiama Rico Steinmann. Steinmann è in generale un centrocampista d’inserimento sul quale i compagni puntano molto essendo il più talentuoso della compagnia, un’investitura importante accolta bene dal giocatore, ma il momento storico in cui Rico esplode è lo spartiacque per antonomasia.

 È la stagione 1989-90, il Karl Marx FC ha cavalcato l’onda di fiducia prodotta dal gol di “Spassi” al mondiale, e arriva fino alla qualificazione alla fase a gironi di Coppa Uefa, con l’esordio a Torino contro la Juve di Totò Schillaci. É la prima esperienza internazionale anche per la tifoseria che segue i propri beniamini, per un’intera generazione di giovani desiderosa di viaggiare, ora che si può. Sì, perché il 9 novembre il ministro Gunter Schawboski, durante una conferenza stampa, lascia intendere quanto fossero infondate le dichiarazioni precedenti di Hoenecker riguardo un Muro duraturo nel tempo, e non fa in tempo neanche spiegare il suo “Per accontentare i nostri alleati, è stata presa la decisione di aprire i posti di blocco. (…) Se sono stato informato correttamente quest’ordine diventa efficace immediatamente” che quella spartana costruzione è trafitta a colpi di piccone; nulla possono le timide repressioni delle autorità, gli stessi ufficiali non fanno più caso alla divisa. La Guerra Fredda è finita, l’Unione Sovietica è in scioglimento e le idee occidentali si diffondono alla velocità della luce dove una volta non sarebbero mai potute arrivare. Rico Steinmann è colui che le applica al calcio richiedendo di riconoscere ufficialmente il mestiere di calciatore professionista. Lo stipendio percepito oscillerà fra i 1.000 e i 1400 marchi al mese, punto irrevocabile sul quale punta i piedi persino il CT della nazionale Geyer: per lui è impensabile continuare a selezionare dilettanti e lo è ancor di più il divieto di ingaggiare stranieri, le frontiere sono oramai aperte e nulla le potrà più chiudere, più o meno. Rico Steinmann è un visionario, vuole salvare gli storici club tedeschi orientali dall’imminente diaspora, vedere gli stadi di Brema e Norimberga affollati da 34 mila suoi compatrioti gli fa passare per la mente l’immagine della distruzione totale dell’ambito sportivo a Est, lui stesso è attratto da un’avventura all’estero, chissà se i bianconeri non abbiamo mai pensato a tesserarlo dopo l’incontro. Due giorni dopo la caduta del Muro, Schimdt, Ziffert, Bitterman, Koller, Illing, Mueller, Barsikow, Steinmann, Weinhold, Heidrich e Keller, agli ordini di mister Meyer, sono gli uomini chiamati in causa per affrontare la Juventus al Delle Alpi. La squadra di Zoff alzerà il trofeo a fine competizione, ma il film che termina al 82’ di un’autunnale serata torinese vede protagonista Weinhold con un gol e il Karl Marx FC in vantaggio, saranno Casiraghi e Schillaci a chiudere il sipario della speranza di una continuità calcistica, di un sogno vissuto a metà dalla gente dello Stadt.

A conclusione di quell’annata, la riunificazione tedesca prevede l’accorpamento delle leghe e per un ambiguo gioco di appartenenze sociali il Karl Marx FC si ritrova in Zweite Liga. Steinmann se ne va al Colonia, non prima di passare il testimone al figlio di un ingegnere civile e di una nuotatrice di Gorlitz, in Slesia: si chiama Michael Ballack. Ballack entra a far parte del Karl Marx FC a soli sette anni, nel ’91 si allena già sporadicamente con la prima squadra proprio per sostituire Steinmann. Non sarà la persona più simpatica del mondo, ma in merito a qualità tecniche e soprattutto tattiche sarebbe superfluo aggiungere una singola parola, da mediano prolifico a capitano, l’Eterno Secondo annovera 49 presenze e 10 gol allo “Stadion an der Gellestrasse” trascinando la rosa fino alla semifinale di Coppa di Germania. Nel 1997 è costretto a fare una scelta fra passione e carriera, la vetrina del Kaiserslautern è però un’occasione troppo ghiotta da lasciarsi scappare e il Karl Marx FC è ormai alla deriva: retrocede in Regionalliga e cambia il proprio nome ancora una volta in Chemnitzer. Da quel momento si apre una depressa voragine che li scaraventa fino alla quarta divisione, dove compete adesso sebbene abbia militato nel 2011 in terza serie. Il Chemnitzer ha iniziato bene il campionato, è capolista del girone Nord-Ovest a punteggio pieno dopo nove gare. Mathias Hanel, magnate della telefonia azero proprietario d’imprese romene e macedoni, ha rilevato il Chemnitzer di recente affidando la panchina a David Bergner, fanatico del 4-4-2. Del passato alla squadra resta poco, se non qualche cimelio da museo di cui vantarsi; e probabilmente l’uomo venerato per circa mezzo secolo aveva ragione: “La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa.” (Karl Marx).

Articolo a cura di Alberto Maresca

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