PAQUETÀ, PERCHÉ IL MILAN NON HA IL NUOVO KAKÀ

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Grafica di Alfredo de Grandis

 

Se (Pa)quetá“: potremmo commentare così l’ufficioso passaggio al Milan di Lucas Paquetá, a un anno di distanza dal famoso “Se queda”, ovvero “rimane”, di Gerard Pique, in un post dove compariva abbracciato a Neymar poco prima del suo passaggio al Paris Saint Germain. Anche in questa storia si parla di un brasiliano, prelevato non dal Santos, ma dal Flamengo, con tanti nomi e numeri che ritornano in continuazione quasi casualmente, tipo quelli di Kakà, Messi e Neymar, insieme ai numeri 10, 11 e 22, e una sola certezza: il Milan non ha trovato un nuovo Kakà, ha trovato un nuovo Lucas Paquetá.

Lucas Tolentino Coelho de Lima, diciotto anni, alto 153 centimetri, terzo di centrocampo o mezz’ala. Sfido qualsiasi dirigente, anche i più abili come Monchi e Leonardo, a puntare qualche credito su un giocatore con queste credenziali. Ma il nome si trasforma in Paquetá, come l’isola della baia di Guanamanabara che gli ha dato i natali, e l’altezza sale fino a 180 centimetri insieme alle capacità tecniche e tattiche, in particolare in copertura, in soli due anni, ed ecco che anche i club più blasonati inizio a bussare alla porta del Flamengo, il club che ha sempre creduto in lui. Dopo soli due anni l’addio, anche se ancora non ufficializzato, al Sud America per l’Europa, senza cambiare colori: dal rossonero del club di Rio a quello della grande Milano. Il trasferimento si farà, ma a gennaio quando si concluderà la Serie A brasiliana, come successe per Neymar e Gabriel Jesus. Due anni frenetici, dove Lucas è riuscito anche a esordire con la nazionale maggiore, sono bastati a convincere Leonardo e i dirigenti del Flamengo a valutare il ragazzo 35 milioni di euro; da qualche anno dare una valutazione ai giocatori, in particolare modo ai giovani, è diventato molto complicato, e resta da capire perché un 20enne come Lucas, con potenzialità e cifre sicuramente inferiori a quelle della stella del PSG, venga valutato così poco, quasi quanto Kakà, quando il 14 agosto del 2003 sbarcó a Milano per soli 8,5 milioni di euro. I soliti nomi che si rincorrono, sui quali rischiamo di inciampare creando paragoni azzardati; facciamo chiarezza.

 

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Azione iniziata e finita dallo stesso uomo

 

Lucas Paquetá è un trequartista che ha sviluppato evidenti attitudini difensive. Detto così, il suo futuro appare abbastanza binario: o esplode, o fallisce e cade nel dimenticatoio, come le tante meteore brasiliane passate dal campionato italiano, e in particolare dal Milan (Lucas sarebbe il 35esimo, record fra le società nostrane). Una meteora proprio come Diego, la stella ex Wolfsburg e Juventus, che insieme a Lucas compone la coppia deputata a coordinare l’attacco del Flamengo. La fantasia all’ex bianconero non è mai mancata, neanche nella sfortunatissima parentesi italiana, e sicuramente la sua esperienza internazionale ha influito sulla crescita di Paquetá, il quale però, sin dal 2007 quando approdò al Flamengo, non è mai stato accusato di scarsa tecnicità. Il problema del giovane Lucas è stato prettamente fisico, e qui entra a pié pari il primo grande nome; Lucas fino a due anni fa era più basso di Giovinco, che non è un fattore grave per un sedicenne, particolarmente in Sud America dove la maggior parte dei giocatori tecnici è Flaco (magro, in spagnolo) come Pastore, ma diventa un problema quando vuoi fare il centrocampista e intendi sbarcare in Europa il prima possibile. Decide quindi insieme alla sua famiglia di sottoporsi a dei trattamenti e la sua altezza aumenta in maniera proporzionale al suo apporto alla squadra. Dopo la vittoria della Copa Sao Paulo de Juniores nel 2016, il più importante torneo brasiliano giovanile, approda in prima squadra agli ordini di Muricy Ramalho, senza però esordire.

Lucas deve aspettare il 28 maggio del 2017 per esordire in prima squadra, quando a 14 minuti dalla fine rileva Federico Mancuello, l’autore del gol dell’1-1 finale contro l’Atletico Paranaense. Il 2017 sarà un anno travagliato per Lucas, ancora lontano dalle luci della ribalta, ma fondamentale per iniziare a farsi un nome nella sua nazione. Difatti, pur chiudendo la stagione con 26 presenze complessive, 3 gol e 1 assist, l’ennesimo avvicendamento in panchina non gli impedisce di diventare un titolare fisso e il pupillo della tifoseria rossonera. Mentre Paulo Cesar Carpegiani, allenatore con una radicata esperienza brasiliana condita da un biennio come c.t. del Paraguay fra il 1997 e il 1998 abbandona la panchina del Flamengo, il classe ’81 Mauricio Barbieri si accinge a preparare i suoi a una nuova Serie A. Nel suo 4-1-4-1 Paquetá occupa il ruolo di interno di centrocampo, accanto all’ex bianconero Diego e davanti all’esperto Cuèllar. Il numero 8 è il vero fulcro dei rossoneri, il playmaker basso perfetto per il gioco di Barbieri; il suo modulo funziona e il terzo posto a dieci partite dalla fine ne è la conferma. Davanti allo spagnolo, Diego è il più offensivo dei due; pur trovandosi a destra, Lucas spazia in orizzontale su tutta la trequarti, in maniera particolare a sinistra, confermando la sua grande duttilità e la capacità di scambiarsi più volte durante il match con l’ex Wolfsburg. Nel modulo di Barbieri sono fondamentali gli half-spaces, spesso attaccati da Rodinei, il terzino fra i due più offensivo, e Lucas si ritrova, nei contropiedi avversari, a dover recuperare la posizione lasciata scoperta dal compagno sulla destra. La marcia in più si rivela facilmente dando un’occhiata ai suoi numeri: Lucas ha una media quasi pari a 3 tackles riusciti per match e di 1.4 key passes ogni 90 minuti, ai quali si aggiungono una media di 0.3 gol e 2.8 tiri nello specchio a partita. Pur essendo quindi un centrocampista di quantità, chiamato a portare fantasia e quantità nella trequarti avversaria, non disdegna il ripiegamento difensivo, anzi, lo compie in maniera egregia. Paquetá è molto forte nei duelli aerei e la sua capacità in transizione, sfruttando i continui scambi di posizione in orizzontale, crea sempre una linea di passaggio fondamentale per lo sviluppo del gioco dei rossoneri in verticale. Lucas è quel tipo di giocatore, anche se solo 20enne, che è in grado di poter risolvere da solo uno dei grandi problemi di tantissime squadre: la verticalizzazione rapida. Non è la lacuna principale del Milan di Gattuso, ma sicuramente da gennaio sarà la marcia in più per ritrovare l’Europa; può però un ragazzo con neanche sessanta partite in un campionato maggiore caricarsi un’intera squadra sulle spalle? E’ molto improbabile, specialmente se a ciò si aggiunge il fardello degli addetti ai lavori convinti di aver trovato l’erede del più famoso numero 22 rossonero: Kakà.

 

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Tanti bei “giochetti” di gambe non valgono un gol così fino

 

Ricardo Izecson dos Santos Leite arriva al Milan nell’agosto del 2003 su segnalazione dello stesso Leonardo che ha scoperto Paquetá. Il brasiliano convince tutti, allenatore in primis, lo stesso Carlo Ancelotti che oggi siede sulla panchina partenopea, che al termine della sua prima partita in rossonero dichiarerà: ”E’ sicuramente un giocatore da Milan”. Cosa ha vinto Kakà al Milan lo sappiamo tutti: la storica Champions League nel 2007, quella della vendetta rossonera contro il Liverpool ad Atene, che lo porterà a vincere il Pallone d’oro nello stesso anno, uno scudetto e due Supercoppe Europee, oltre a tantissimi riconoscimenti personali come l’Oscar del Calcio A.I.C.. Ricardo è stato uno dei pochissimi giocatori rossoneri in grado di far appassionare grandi e piccoli, milanisti e non, al gioco del calcio e al gioco del Milan, il migliore espresso in Italia in quei tempi. In sole sette stagioni, comprensive di una parentesi non trascurabile al Real Madrid, è riuscito a entrare nel cuore di tutti e in quindici anni il Milan non ha trovato il suo erede.

Risulta inimmaginabile cosa vuol dire sbarcare in questo momento a Milano e dover convivere con l’idea che tutti pensino che tu sia il nuovo Kakà. Con i massimi auspici, l’accanimento mediatico e della tifoseria rossonera, anche se più genuino, è troppo oppressivo e pretenzioso nei confronti di un semplice ragazzo di venti anni. Partiamo dal principio: anche se sbarcati in Italia entrambi 20enni, Kakà aveva sulle spalle quasi 150 partite con il San Paolo condite da ben 58 gol. In ogni torneo disputato, che sia il Campionato Paulista o il torneo Rio-San Paolo, vinto da questi ultimi la prima volta proprio grazie a una doppietta di Kakà nel 2001, ha collezionato almeno 10 presenze; sicuramente il calcio brasiliano negli ultimi quindici anni è cambiato e ad oggi la quantità di ragazzi pronti al salto in prima squadra è aumentato esponenzialmente, ma aver collezionato nello stesso lasso di tempo più del triplo di presenze rispetto a Paquetà non è stato un fattore irrilevante nella rapida crescita del numero 22 all’interno del sistema rossonero. La principale differenza sta però nel ruolo: mentre Kakà era un 10 puro, tutto genio e poca sregolatezza, Lucas è più un centrocampista, adattato sulla trequarti, e non dev’essere per forza visto come un difetto. Le abilità in copertura dell’ormai ex Flamengo possono risultare fondamentali per un Milan che ha uno dei 9 più forti e non riesce a sfruttarlo a dovere. Non è ovviamente da sottovalutare il fatto che, non me ne voglia nessuno, Kakà poteva contare sulla copertura di Ambrosini e Gattuso (con Maldini e Nesta alle loro spalle) e sul fiuto del gol di Inzaghi e Gilardino, mentre adesso Lucas dividerà il centrocampo con Biglia e Bonaventura, pronti a innescare Suso e Higuain. L’unico ancora lì è proprio Gattuso, che però dalla panchina non potrà aiutare il brasiliano dopo uno stop o un passaggio sbagliato, ma potrà sicuramente portarlo a diventare uno dei talenti più importanti in Europa e dimostrare che la spesa di 35 milioni, che lo farà diventare il brasiliano più pagato scalzando dalla cima Gabigol, non è stata folle. In caso Gattuso portasse Lucas a replicare posizione e compiti di Kakà nel suo 4-3-3/4-2-3-1, potrebbe sprecare irrimediabilmente uno degli ultimi jolly rimasti per tentare di tornare nel calcio che conta.

 

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Pressing, a 20 anni. Fonte: notavel (Twitter)

 

Il carico sulle spalle di Lucas è decisamente pesante: trova (a meno di incredibili miracoli nelle ultime partite prima del giro di boa), una squadra dai risultati altalenanti, senza un vero leader, e con grossi problemi societari. Con alcuni accorgimenti tattici, Gattuso potrà inserire Lucas all’interno del suo 433 con gli stessi compiti che gli ha assegnato Barbieri; una volta ricevuta palla, Biglia dovrà semplicemente scovare chi è posizionato meglio fra Paquetá e l’ex Atalanta e servirlo, e portare anche quattro uomini nella trequarti avversaria. Il maggior indiziato a perdere il posto da titolare è quindi Kessiè, autore di un campionato finora non del tutto negativo, ma sicuramente il più sacrificabile fra Biglia e Bonaventura. Adesso la palla passa a Gattuso, al suo staff, allo staff medico, che auspichiamo non aggiunga Paquetá alla lista dei vari Pato ed El Shaarawy sovraccaricati da attenzioni troppo oppressive per il loro fisico gracile; il Milan ha finalmente l’arma adatta per l’Europa. Nel segno di Lucas Paquetá, e nessun altro.

A cura di Piergiuseppe Musolino

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