GIOVANNI INVERNIZZI

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Il nostro Alberto Maresca con Giovanni Invernizzi

Circa 300 presenze in Serie A e un segno permanente nella Storia blucerchiata. Ai microfoni della Gazzetta di Don Flaco c’è Giovanni Invernizzi, l’ex incontrista della Sampdoria dei miracoli che andò a un palo dal tetto d’Europa. La finale di Wembley Invernizzi vorrebbe forse non ricordarla, fu un suo fallo su Eusebio Sacristàn a causare la punizione che porterà al trionfo blaugrana, grazie al siluro di Rambo Koeman. Dopo il ritiro, ha deciso di restare nel mondo Samp, difatti oggi è responsabile del settore giovanile che tanto di buono ha prodotto negli ultimi anni. Proprio in questa nuova veste è stato intervistato da Alberto Maresca, ospite a Sorrento (NA) per l’inaugurazione di un raduno federale, dove il suo occhio esperto ha potuto scrutare astri nascenti provenienti dal Sud Italia.

Buonasera signor Invernizzi, la ringraziamo innanzitutto per la sua disponibilità. Lei nasce e cresce, anche calcisticamente a Como. Cosa ha significato per lei quella città?

“Beh, Como è la mia città, sono nato lì. Ho compiuto tutta la trafila delle giovanili, fino all’arrivo in prima squadra, con i lariani. Formarmi in un ambiente sano mi ha permesso di giocare a determinati livelli durante la mia carriera.”

Quanto sono state importanti le figure del Presidente Mantovani e Vujadin Boskov per la sua affermazione alla Sampdoria?

Sono arrivato nella società giusta al momento giusto. Il Presidente Mantovani aveva costruito una macchina perfetta che ha dimostrato tutto il suo valore con lo scudetto 1990-91. L’artefice di quell’impresa fu senza dubbio Boskov, un allenatore che sapeva trarre il massimo da ogni calciatore.

Boskov ha lasciato tanto al calcio italiano, ma quale dei suoi insegnamenti è, secondo lei, il più attuale?

La consapevolezza delle responsabilità e dei pesi che porta il calcio, il quale però resta pur sempre un gioco. Di questi tempi, la saggezza con cui Boskov riusciva a imprimere una mentalità vincente allo spogliatoio farebbe comodo un po’a tutti.

In quella Samp, “lo Zar” Vierchwood quanto era importante?

I giocatori del gruppo storico erano imprescindibili. Coloro che non sono voluti andar via da Marassi e ogni anno si adeguavano ai nuovi innesti che cambiavano la matrice del gruppo. Vierchwood era un trascinatore.

Nonostante ci fosse la concorrenza di gente come Giannini, Donadoni e Ancelotti, ha sperato in una convocazione al mondiale del ’90?

Credo sia il sogno di ogni bambino, ma ho sempre saputo di non essere all’altezza della Nazionale. Sono sempre rimasto con i piedi per terra.

Cos’è stata la vittoria del campionato 1990-91 ?

E’ stata una cosa unica, Vincere lo scudetto all’epoca, quando comandavano Inter, Milan e Juventus, per noi era impensabile. Il successo blucerchiato era fondato soprattutto sul sacrificio e sul lavoro quotidiano, dunque è stato motivo di grande orgoglio per tutti.

Quel fallo su Eusebio Sacristàn che porta al gol del Barcellona, durante la finale di Coppa Campioni 1992, è una ferita ancora aperta? Che cosa ha pensato vedendo il pallone insaccarsi alle spalle di Pagliuca?

Ahimè, sì. Prendere gol al 103’ voleva dire, quasi sicuramente, perdere la partita. Insomma, è un episodio negativo che però non macchia lo straordinario percorso conclusosi comunque con la finale.

Lei ha giocato, durante la stessa Coppa dei Campioni, sia contro Stoichkov sia contro Savicevic. Entrambi vivevano un momento emotivo particolare, erano al loro apice mentre le rispettive Nazioni uscivano dal dominio comunista. I due in campo riportavano tale situazione politica?

Erano campioni con la voglia di esprimersi sul campo, giocavano sempre però col pensiero alla loro gente. Il mio era un calcio nazionalista, soprattutto in Europa avvertivi quanto non ci fosse ancora una globalizzazione calcistica. Indubbiamente restano calciatori fondamentali per i Paesi d’appartenenza.

Ha vissuto l’esperienza di osservare, seppur per una sola gara, il Cruijff allenatore. Quanto è pesante l’eredità dell’olandese sul Barcellona?

Cruijff ha portato nuove idee e metodologie, risultando decisivo nella crescita del fùtbol catalano e non solo. Il suo è un marchio indelebile nell’universo Barça, e credo che la sua scomparsa sia stata un duro colpo per tutti gli amanti di questo sport.

Permetta una domanda forse banale, che m’incuriosisce. Qual è stato il calciatore più forte che ha affrontato?

Io avevo un ruolo che mi portava a marcare, direttamente, i registi avversari o i trequartisti. Per questo mi sono confrontato con i migliori in circolazione, ma il più forte rimane Maradona.

Riguardo la sua “seconda vita”, quali valori del calcio passato cerca di dare ai giovani talenti?

Sono cresciuto risaltando la tecnica, quindi la valorizzo in un contesto dove il sudore e la voglia di imparare sono sempre al primo posto. Devono avere l’umiltà di mettersi in discussione.

Intervista a cura di Alberto Maresca

Si ringrazia il signor Giovanni Invernizzi per averci lasciato entrare nell’album dei ricordi della sua esperienza calcistica. Gli auguriamo altrettanto successo per la nuova sfida che ha scelto di accettare, sempre col blucerchiato nel cuore.

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