IL MISSILE

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Photo by http://www.gazzanet.it

Storia di un’ala che sembrava inadatta alla A.

Il calcio è un universo in continua espansione, un grosso volume senza rilegatura a cui si aggiungono nuove pagine giorno dopo giorno, all’infinito, seguendo il susseguirsi dei campionati, l’incedere delle giornate. Tutte uguali, tutte diverse: ognuna con qualcosa che vale la pena raccontare. Mettere per iscritto, ricordare l’indomani in ufficio o in fabbrica, al bar con gli amici o con qualcuno incontrato in un posto qualsiasi buono per scambiare una chiacchiera, così per tagliare l’aria. C’è sempre qualcosa che cattura l’attenzione di chi si interessa di questo sport, che in alcuni contesti va a occupare lo spazio che è della religione; c’è a tutti i livelli un fatto che vale la pena commentare, un accadimento che finisce in una di quelle pagine che vanno ad inspessire il grosso volume del calcio. Succede per i club che rappresentano grandi metropoli, così come per quelli che rappresentano delle città che sono poco più grande di un paese. Come ciò che avviene il pomeriggio del 18 maggio 2013 al Braglia di Modena. In campo si affrontano i neroverdi del Sassuolo e gli amaranto del Livorno. Entrambi i club sono in corsa per la Serie A: per i toscani uno dei tanti ritorni, per i romagnoli un appuntamento con la storia che soltanto la stagione precedente era scivolato via dalle mani sul più bello. Una maledizione pronta a ripetersi ancora una volta. Un girone di ritorno giocato con il freno a mano tirato, dopo un’andata da record, porta i locali a giocarsi la promozione diretta all’ultima giornata con il rischio di finire ancora nel tritacarne dei play-off. Basta un punto, ma bisogna farlo e, come direbbe il compianto regista Fassbinder, tante volte la paura mangia l’anima. Fatto sta che il match si trascina sotto un cielo plumbeo, senza grossi sussulti: il Sassuolo fa la partita ma non la chiude, soprattutto con Boakye che a tu per tu con Fiorillo mette a lato. Se promozione è, dev’essere sofferta. Così mentre la palla non vuole saperne di entrare, nessuno in campo si tira indietro: è lotta su tutti i palloni. Così capita che due teste si incoccino in una fase di gioco: una è quella di Andrea Luci, l’altra di Simone Missiroli, cuore pulsante del Sassuolo e protagonista di questa racconto. I due sono sbrecciati, ammaccati ma non domi: una fasciatura vistosa in testa, qualche macchia di sangue in trasparenza e via di nuovo in campo, fino al triplice fischio. Fino al 95’ quando, con il Livorno sbilanciato in avanti, a cercare il gol promozione, e le squadre allungante, arriva il provvidenziale contropiede neroverde. La sfera finisce sui piedi del bardato numero 7 del Sassuolo Missiroli, detto il Missile, che percorre il tratto di campo sufficiente a entrare in area e scavalcare con un preciso tocco sotto il portiere livornese. Bacio alla traversa e gol. Subito dopo il triplice fischio finale dà il là alla festa promozione neroverde e di Missiroli che ritrova la A a distanza di quasi due anni e dopo aver deciso di sposare l’ambizioso progetto di Mister Mapei, Giorgio Squinzi.

Era arrivato dalla Reggina nella sessione invernale 2012, colpo di categoria per spingere gli emiliani alla conquista della A, ma qualcosa in quel mezzo campionato non era andato come doveva. Difficoltà di ambientamento forse, o più verosimilmente un’incomprensione di fondo con Fulvio Pea che lo vede come seconda punta nel suo 3-5-1-1 o come uno dei due trequartisti dietro a supporto della punta nella variante 3-4-2-1. Un ruolo che non sente suo, diversamente da quello di mezzala sinistra che incarna alla perfezione con il suo fisico longilineo e la sua attitudine alla verticalizzazione e alla propensione a incunearsi tra le linee difensive. Una posizione che gli viene restituita da Eusebio Di Francesco che lo mette al centro del suo scacchiere tattico: nel suo 4-3-3, il versante sinistro è del Missile. Il giocatore di Reggio Calabria ripaga la fiducia risultando tra i migliori centrocampisti della cadetteria e andando a segno ben 6 volte, che se non è un record poco ci manca. Missiroli è tecnico ma anche terribilmente efficace, sa essere uomo squadra e dare risposte nei momenti topici della stagione. Come contro la “sua” Reggina quando la sua rete rimanda in orbita il Sassuolo dopo un periodo di appannamento. Il 16 aprile 2013 al Granillo i neroverdi si impongono con un sofferto due a zero, ma il raddoppio arriva nel momento di maggiore pressione dei calabresi che sembrano sul punto di rimettere in sesto la partita. Davanti a quello che fu il suo pubblico il Missile non riesce a esultare come dovrebbe e dopo aver battuto il portiere avversario rimane stordito come non sapesse che fare. Ma quando esce, a un quarto d’ora dalla fine i tifosi locali lo omaggiano con un lungo applauso. Il tappeto rosso che si riserva soltanto a chi conta.

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Missiroli con la maglia della Reggina – photo by http://www.strettoweb.com

D’altra parte, lui nella città che si affaccia sullo stretto ci è nato: suo padre Battista, romagnolo di Ravenna, aveva deciso di fermarsi proprio lì dove è stato giocatore amaranto nei Settanta. Lo chiamavano “Furia” perché era un centrocampista che andava sempre di corsa e sulla sua fascia di competenza sgroppava come il noto cavallo protagonista di tante pellicole. Di padre in figlio, insomma, Reggio diventa trampolino di lancio anche di Simone che dopo la formazione nelle giovanili, dove gioca anche come punta centrale, trova stabile collocazione nella squadra che in quel periodo – siamo tra il 2004 e il 2008 – è presenza solida in A. Niente trafila nelle serie minori: Simone calca subito i campi della Serie A è lì vi rimane ritagliandosi uno spazio sempre maggiore e trovando la gioia del gol. Il primo nella Massima Serie arriva a Marassi: una rete che serve solo per la statistica, la volée del Missile, entrato all’86°, rende soltanto meno amara la sconfitta dei calabresi che soccombono 3-2 a fronte della Sampdoria. Quando si è giovani, capita spesso: i primi gol arrivano nei momenti finali quando si è gettati nella mischia, sparati come gli ultimi proiettili rimasti nel caricatore. Fatto sta che quella realizzazione non rimarrà un episodio: il Missile, per rimanere in ambito balistico, andrà a bersaglio ancora nei minuti finale nella sconfitta interna con il modesto Treviso e in Coppa Italia. Ci furono altre stagioni, la parentesi breve di Treviso, e poi il Sassuolo, e quella A da antologia. Un salto che per i neroverdi ha un impatto traumatico, la prima stagione sembra dover essere l’unica, l’ultima. La squadra nonostante i talenti di Berardi e Zaza e le capacità di Di Francesco paga caro il gap di esperienza. Le prime sette giornate sono drammatiche: sono soltanto due i punti raggranellati, ma soprattutto c’è il 7-0 casalingo patito con l’Inter. Sette come il numero di Missiroli, primo sacrificato nel piatto del cambio di modulo di Di Francesco che passa dal “suo” 4-3-3 ad un 3-5-2 più coperto. Il Missile si accomoda in panchina e sembra dar ragione a chi lo considera un ottimo elemento per la B ma leggermente troppo lento per una A in cui si corre sempre di più. Il momento è buio e sembra che per il centrocampista non vi sia altro futuro che quello della cessione: si fa avanti l’Empoli, ma Alberto Malesani, subentrato a Di Francesco, si mette di traverso. Il Missile resta a Sassuolo anche senza i gradi di titolare, comunque in rosa. La cura Malesani però non sortisce effetti, in cinque partite la squadra raccoglie altrettante sconfitte: è caos. La dirigenza non può fare altro che richiamare Di Francesco per provare a scuotere un ambiente che sembra più vittima delle sue paure che di una reale carenza tecnica. Con l’allenatore di Pescara torna anche il suo credo, il 4-3-3 della promozione, quello con Il Missile nel suo ruolo ideale: ala destra, libero di inventare corridoi per i compagni, di giocare il suo calcio. La cavalcata è memorabile: i neroverdi riescono ad agguantare una salvezza clamorosa. Il numero 7 è magnifico protagonista: nell’alchimia del gioco di Di Francesco le sue geometrie, i suoi inserimenti senza palla sono ingrediente irrinunciabile. Da inadatto alla Serie A ad elemento insostituibile, nel volgere di pochi mesi. Emblematico l’unico gol stagionale avvenuto in un momento delicatissimo: contro la diretta concorrente Catania, seconda partita del Di Francesco bis. I neroverdi alla mezz’ora vanno sotto: El toro Bergessio buca Pegolo e porta avanti gli etnei. Il Mapei Stadium dovrà attendere il secondo tempo per l’hurrà del pareggio che arriva grazie a Zaza. La fiammella arde ancora e poco dopo arriva la zampata decisiva: in mezzo all’area spiove un cross dalla sinistra, la difesa rossoazzurra non sole come dovrebbe e dalla selva di uomini spunta la testa del Missile. Rete. Il Sassuolo completa la rimonta – Sansone poi farà tris – e Missiroli corre a braccia aperte verso la panchina, verso quel mister che aveva deciso di rimetterlo al centro del suo progetto tattico.

Un’investitura che dura anche nelle successive stagioni: quel numero 7 non adatto ai ritmi della A è titolare inamovibile nel Sassuolo. La squadra dei miracoli che fornisce talenti al calcio italiano come Domenico Berardi, Simone Zaza e Nicola Sansone e che riesce, nella strabiliante stagione 2015-2016, a raggiungere un impronosticabile sesto posto che significa Europa League. Per il Missile, uno battezzato per giocare solo in B, è una bella rivincita. Tutti ora sanno chi è Simone Missiroli nato e cresciuto a Reggio Calabria ma diventato giocatore importante a Sassuolo, tanto che qualche rumor parla di una possibile convocazione in Nazionale. Non se ne fa nulla ma la soddisfazione per il numero sette reggino è tanta. A 29 anni la maturazione calcistica è completa, adesso è tempo di raccogliere i frutti. Ma la stagione 2016-2017, quella dell’Europa parte male: il MIssile è continuamente alle prese con noie muscolari che lo tengono lontano dal campo. Si ferma durante la preparazione ed è costretto a vedere l’esordio in Europa League – contro gli svizzeri del Lucerna – dalla tribuna. Una tortura che si ripete nell’affascinante doppia sfida con la Stella Rossa di Belgrado che fa staccare al Sassuolo il pass per la fase a gironi. I mesi scorrono, il Missile rimane ai box e il suo esordio europeo è sempre più lontano. Arriva in un momento particolare, probabilmente in quello peggiore ma è uno di quei debutti che ti rimangono tatuati sulla pelle anche se le cose in campo non vanno come speri. È il 24 novembre: il Sassuolo è ospite dei baschi dell’Athletic Bilbao; dopo un inizio folgorante, 3 a 0 casalingo contro gli stessi biancorossi, gli uomini di Di Francesco si complicano la vita perdendo con il Genk e soprattutto pareggiando per due volte con i modesti austriaci del Rapid Vienna. Così al San Mamés c’è solo un risultato disponibile: la vittoria. Un’impresa. A Bilbao il muro biancorosso che accoglie gli emiliani è imponente, “la afición de San Mamés” – la tifoseria dell’Athletic – si è stretta attorno alla propria squadra trascinando allo stadio oltre 45 mila persone. Una bolgia biancorossa. La partita va come tutti immaginano: il Sassuolo non riesce a controvertire il pronostico contrario, nonostante al secondo minuto di gioco sia già avanti in virtù dell’autogol di Balenziaga. Un fuoco di paglia visto che la retroguardia emiliana soccombe sotto i colpi di Raúl Garcia, Aduriz e Lukue. In mezzo, al 71° con partita ancora in bilico, Di Francesco fa alzare dalla panchina il Missile che si posiziona nel fazzoletto di campo occupato dal giovanissimo Lorenzo Pellegrini. C’è bisogno della sua esperienza e delle sue geometrie, purtroppo però arriva solo il punto del 3-2 di Antonio Ragusa che fa crescere i rimpianti. Il debutto europeo di Missiroli, tanto sognato è solo l’antipasto di un addio. Quindici giorni dopo, il 9 dicembre, è titolare nell’ininfluente sconfitta casalinga con i belgi del Genk: un tempo senza brillare, per salutare un’Europa che non assaporerà più. Al suo posto entra Pellegrini, la conferma del passaggio di testimone e della fine di un’epoca. In quella fascia che fu di sua competenza ora scalpita una giovane leva vogliosa di sfondare; è il calcio, è la vita se vogliamo. Se ne va via così il 2016, l’anno peggiore per il centrocampista reggino che, martoriato da continui acciacchi, non riesce a essere decisivo pur rimanendo uomo squadra. Anche il 2017 non parte meglio; Missiroli non riesce a tornare ai livelli su cui si era attestato nelle ultime stagioni e, insieme alla squadra, si rende protagonista di una stagione piuttosto grigia. Si intravedono già i titoli di coda della fine del film, una storia partita in sordina ma rafforzatasi nel tempo, ma come in tutte le cose, anche nel calcio, c’è un inizio e una fine. Così anche se il distacco non è immediato, si consuma lento, ci vorrà un’altra stagione per certificare la fine del rapporto tra il Missile e il Sassuolo. Il 17 agosto scorso la SPAL annuncia l’ingaggio di Simone Missiroli: dopo sei stagioni e mezzo, quasi duecente presenze, la prima storica promozione in Serie A e l’Europa, il Missile trovava un’altra piattaforma di lancio. Una nuova sfida, un progetto affascinante, ancora in Massima Serie dove anche i più scettici si sono convinti che debba stare.

Articolo a cura di Francesco Andreose

 

 

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