ESSERE VINCENZO GRIFO

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Roberto Mancini ha deciso di regalare una maglia azzurra al centrocampista di proprietà dell’Hoffenheim, che tifa e sogna l’Inter, per il doppio impegno che l’Italia affronterà con il Portogallo – in Nations League – e con gli Stati Uniti.

Trentasei ore, circa. Quelle impiegate dai 3,6 milioni di siciliani che più di mezzo secolo fa diedero vita ai primi flussi migratori verso la Germania. Estenuanti viaggi alla ricerca di un futuro migliore, per scappare dalla precarietà e dall’arretratezza del Sud di metà novecento. La prima, grande ondata migratoria fu fondamentale per il rilancio della Germania post-bellica: una nazione socialmente in ginocchio e indebitata fino al collo. Nella situazione del secondo dopoguerra tedesco, l’arrivo di stranieri, anche ebrei, rappresentò un vero e proprio shock iniziale, significativo per una popolazione reduce dall’isolazionismo perentorio del Reich nazista. Il successivo mutamento della collettività italiana è quanto di più patriottico possa esserci. Se dapprima la nostra manodopera fu la chiave di Volta del rilancio tedesco, i successivi traslochi di massa ebbero riscontri differenti. L’emulazione da parte della Germania del modello USA, ossia uno Stato multietnico fondato sull’integrazione e la convivenza dei popoli, iniziò a sgretolarsi. Le testimonianze dei parenti all’estero che avevano guadagnato ingenti fortune, spinsero altri meridionali a seguire il loro esempio, ma con un’impressionante passività. Giunta sul posto, la seconda generazione subì la concorrenza lavorativa dei turchi e non seppe seguire le orme dei propri antenati. La maggior parte, mossa dalla nostalgia verso la terra natìa, decise di tornare sui propri passi, scelta che certamente affievolì l’aumento dell’enclave nostrana in Europa centrale. La fine degli anni di piombo e l’apparente quiete del Belpaese sembravano poter ridurre la fuga d’interi nuclei familiari, ma un uomo in particolare decise di rompere ogni previsione. Toto Riina, a capo dei Corleonesi, rese impossibile la vita dei siculi, inaugurando un nuova serie di omicidi e stragi di mafia che culminò con l’attentato di Capaci. La criminalità organizzata iniziò a bussare anche alle porte degli agrigentini, in specie sotto l’egida di Turiddu Fragapane, indiscusso boss della Valle dei Templi. I Grifo non vogliono che il loro primogenito cresca in quel contesto malsano, così, da Naro, ripercorrono la tratta che portò i loro avi in Germania. Non è il denaro a muoverli, bensì il desiderio di una tranquillità ormai sconosciuta nella Sicilia degli anni novanta. Si stabiliscono a Pforzheim, cittadina alle porte della Foresta Nera, nel land di Baden-Wurttemberg. È qui che il sette aprile del millenovecentonovantatré la signora Grifo dà alla luce il figlio Vincenzo.

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Photo by http://www.sport.de

La decisione dei coniugi emigranti è stata saggia, il figlio si integra alla perfezione nel sistema tedesco, e contrariamente ai loro più recenti predecessori, moglie e marito non si lamentano condizioni economiche sfavorevoli. La vita mette Vincenzo Grifo a un bivio praticamente sin da subito, ovverosia: dover scegliere per quale tricolore debba battere il proprio cuore. La magia del 2006 corre in suo soccorso, perché poter vedere gli Azzurri battere la squadra dei suoi coetanei, dei suoi compagni di classe e del paese in cui vive smuove nel suo animo un patriottismo quasi mazziniano. L’immagine di Cannavaro trionfante con la Coppa sotto il cielo di Berlino, ha un impatto fortissimo su Vincenzo, il quale durante la stessa estate inizia la sua avventura calcistica. Con il sogno di portare, un giorno, le quattro stelle sul petto. Vincenzo Grifo scopre la vocazione tra le fila del Brotzingen, la più piccola delle tre formazioni cittadine. Sin dalle categorie iniziali l’italo-tedesco dimostra una curiosa predilezione: i calci piazzati. Resta al campo d’allenamento dopo le sessioni quotidiane, dove per ore si allena nelle esecuzioni, sia per crossare sia per tirare. Il Karlsruhe lo ingaggia nel 2010, l’annata forse più bella per Grifo a livello emotivo, grazie al primo contratto professionistico e soprattutto il triplete della sua Inter. Anche se in Zweite Liga non gioca praticamente mai, è ancora troppo presto, e Vincenzo si ritrova a dover attendere la compagine giusta. Si chiama Hoffenheim, che lo prende a parametro zero portandolo a poche ore da casa sua; il comune di Sinsheim. Grifo si aggrega, difatti, alla seconda squadra: l’ideale per un neo maggiorenne. Disputa il torneo della Regionalliga Sudwest, dove senz’ombra di dubbio è il miglior esterno offensivo della manifestazione. Poco più d’un metro e ottanta d’altezza per circa settantacinque chilogrammi, dunque caratteristiche fisiche non proprio votate ad una folgorante rapidità. Il che però non è un problema per Vincenzo; che non è uno scattista, da sprint nei trenta metri iniziali. Già gli allenatori dello TSG lavorano sulle doti balistiche di Grifo, e per favorirlo gli chiedono molto spesso di giocare vicino alla porta avversaria: lui comprende esattamente che cosa si aspettano tutti e declina le aspettative in numeri, ben nove reti in ventuno presenze. Così l’arrivo in Prima Squadra diventa una conseguenza inevitabile.

Esordisce in Bundesliga il diciannove ottobre del duemiladodici subentrando nella gara con il Greuther Furth. L’Hoffenheim, da sempre vigile sui talenti emergenti, ha appena speso una cifra poco superiore ai 4 milioni di euro per un giovane fantasista brasiliano che di nome fa Roberto e di cognome Firmino; che sì, è stato scovato su Football Manager dal caposcout del club, Lutz Pfannenstiel, e sotto i riflettori della Rhein-Neckar Arena si è confermato un fenomeno. Vuole evitare di lasciare Vincenzo in naftalina, e dunque opta per mandarlo in prestito. Si fa avanti il Dresda, avventura parecchio infelice dall’inizio. Vincenzo, che in carriera ha sempre e solo vestito unicamente la maglia numero 32, suo numero fortunato – ispirato in parte anche a Christian Vieri – si ritrova costretto a dover cambiare. Negli ultimi tempi alcuni studi hanno riportato che il blu stimoli fortemente la concentrazione, o che persino social network come Facebook e Twitter lo abbiano scelto in virtù dell’effetto calmante che suggeriscono. Difficile dire, invece, quale effetto abbia nell’animo Vincenzo. Sicuramente l’accezione cromatica azzurrina è presente in lui: dal mare siciliano al Brotzingen, passando per Hoffenheim, Nazionale e la parentesi con il Francoforte, dove sulla divisa compare anche il nero della sua Inter. Sarà proprio quella stagione – la 14/15 – con l’FSV che consacra Grifo a promessa del Fuβall con sette sigilli e nove assist in trentatré presenze ufficiali.

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Photo by http://www.kicker.de

Il Friburgo vuole puntare su di lui per tornare in massima serie, assicurandoselo per un milione e mezzo di euro. In Brisgovia lo soprannominano «il Cristiano Ronaldo della Zweite.Bundesliga». Il motivo? Una media realizzativa sui calci di punizione più alta di quella del CR7 madridista. Allo Schwarzalz Stadion Grifo si eleva ad autentico beniamino della tifoseria, con Nils Petersen e Maximilian Phillip Guida letteralmente i suoi alla tanto ambita promozione con quattordici reti delle quali la maggior parte – manco a dirlo – con grandi conclusioni dalla distanza. Fondamentale nel biennio a Friburgo è la guida tecnica Christian Streich, che valorizza Vincenzo nel ruolo di esterno con licenze offensive e trequartista puro, a ridosso della prima punta, in modo tale da potersi sempre ritagliare uno spazio per arrivare alla conclusione verso la porta. Dopo le sporadiche apparizioni in Bundes, da giovanissimo, è il momento per Vincenzo di provare ad imporsi su alti livelli. La preparazione in occasione di rigori, angoli e punizione è un rituale sacro: Grifo punta sempre il destro fatato in corrispondenza della sfera, mettendo il corpo ad angolo retto, fa tre passi esatti e poi sprigiona tutto il proprio talento. Ed i sei gol che salvano il Friburgo, tra cui un elegantissimo pallonetto al Mainz, attirano società più ambiziose. Come il Borussia Moenchengladbach. Purtroppo per lui la concorrenza in bianconero è troppo alta e il monopolio del trio composto da Lars Stindl, Thorgan Hazard e Raffael gli lascia ben poche briciole. Il ragazzo gioca a malapena una decina di partite, passando totalmente inosservato. Malgrado il passaggio in sordina dello scorso campionato l’italo-tedesco non si è mai fatto abbattere e ha deciso di ripartire dove tutto nacque. Torna all’Hoffenheim. L’entusiasmante progetto di Julian Nagelsmann, che ha portato la formazione a una storica qualificazione in Champions League, è già in sintonia perfetta con lo stile di Grifo. La base è sempre quella della difesa a tre, e coi successivi reparti variabili. Quindi un 3-5-2 oppure un 3-4-2-1. Con entrambi i sistemi di gioco Vincenzo ha trovato continuità, in particolare con l’obbligatorio turnover dovuto dal doppio impegno di quest’anno. Attualmente il venticinquenne sta giocando da punta di movimento  al fianco del vicecampione del mondo Andrej Kramarić, o da esterno/trequartista a seconda dello schieramento offensivo di Nagelsmann. Il calcio di rigore trasformato contro il Bayern Leverkusen alla decima giornata è stata la prima rete siglata con la maglia dell’Hoffenheim. Mai avrebbe potuto prevedere la vera risonanza di quella rete formalmente inutile – dell’1-3 – alla BayArena.

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Photo by fanpage.it

Lo scorso sabato il CT Roberto Mancini lo ha inserito nella lista dei convocati per la partita di Nations League con il Portogallo e l’amichevole contro gli Stati Uniti del commissario tecnico ad interim Dave Sarachan. In teoria Vincenzo avrebbe anche potuto rifiutare la chiamata, nonostante le convocazioni, in passato, con l’Under-20 di Evani e gli azzurrini di Gigi Di Biagio. Come ha dichiarato, è riconoscente alla Germania per avergli insegnato valori come la disciplina e la puntualità. Ma Grifo parla, mangia e vive comunque all’italiana. Nelle precedenti amichevoli si è notato un tentativo da parte degli Azzurri di giocare palla a terra, e con semplicità, cercando di tessere la manovra fin dalle retrovie. In tal senso – nella zona mediana – è importantissimo il lavoro svolto dalla coppia Jorginho-Verratti, che deve gestire ritmo, impostazione e pressing in avanti dopo la perdita del pallino del gioco. In tal senso, con l’impiego di Insigne da attaccante, Grifo risulta un giocatore conforme – per non esagerare dicendo “ideale” – alle idee di Mancini. L’italo-tedesco potrebbe non sfigurare proprio grazie alla sua bravura nel verticalizzare per gli attaccanti, per la sua capacità di partecipare a entrambe le fasi di transizione del gioco e per l’ottima qualità associativa che lo ha sempre contraddistinto. Piede educato e voglia di fare sono già un ottimo biglietto da visita, vedremo cosa vorrà farne Roberto Mancini, che deve sperimentare. Per poter rifondare.

Articolo a cura di Alberto Maresca

2 risposte a "ESSERE VINCENZO GRIFO"

    • Daniele El Flaco Pagani 17 novembre 2018 / 21:02

      Ciao, entro la fine dell’anno provvederemo a sistemare le categorie del sito e gli argomenti. Non temere, un abbraccio. In fiducia, Daniele e i ragazzi della GdDF.

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