«MADRE MÍA, BRUNO MÉNDEZ!»

mendez.jpg
Bruno Méndez ha giocato una partita strepitosa in marcatura su Neymar, alla prima presenza con la Nazionale Maggiore dell’Uruguay – Photo by http://www.straitstimes.com

Ha esordito nell’Uruguay sostituendo un acciaccato Diego Godín, nell’amichevole di Londra contro il Brasile di Neymar e Firmino, e ha conquistato Óscar Washington Tabárez con una prestazione da stading ovation. Ah, ed è un classe ‘99: vossignoria, Bruno Méndez.

Poco meno di una settimana fa la vita di Bruno Méndez procedeva normalmente in quel di Malvín Norte, barrio situato ad est di Montevideo, dove il cemento fresco delle sedi universitarie e dei complessi industriali si staglia in maniera piuttosto distinta nella purezza del cielo azzurro. Avrebbe seguito le solite lezioni di scienze motorie, precedute dal solito viaggio in tram, in cui lo sferragliamento si fà unico padrone di un silenzio quasi snervante, e quasi attendista, e poi sicuramente si sarebbe tenuto leggero all’ora di pranzo. Nel tardo pomeriggio sarebbe salito sul solito autobus, quello che parte da un discreto pezzo di storia del fútbol uruguaio – lo Stadio del Centenario – e passa dal dipartimento di Canelones, dove si trova il quartier generale de «La Celeste», per chiacchierare con i suoi amici e colleghi. Avrebbe partecipato alla solita riunione della Sub-20 di Fabián Coito, di cui è capitano, e insieme si sarebbe parlato della trasferta in Chile della settimana dopo. I giorni successivi Bruno li avrebbe trascorsi nella sua cameretta, come da prassi, in uno stato di apnea da concentrazione. Poi ringagliardita dalle solite canzoni de «La Vela Puerca», e un pochino meno dalle incessanti strilla di mamma Gabriela – che  gli ha trasmesso fin da piccolo la passione per il basket e il Club Atlético de Aguada – intenta a preparargli il borsone per l’aeroporto, mentre il padre Waldemar avrebbe atteso l’ora di cena per dargli qualche consiglio, da buon difensore rustico qual era. Sarebbe andata più o meno così. Sarebbe, per l’appunto, ma invece no: perché il fato ha voluto diversamente.

Perché in fondo, per quanto sia un concetto trito e ritrito, la vita resta un’ascesa in costante divenire dell’imprevisto: Bruno è già sull’autobus verso il «Complejo», perché preferisce impiegare qualche minuto in più – ma in buona compagnia dei suoi compagni di squadra – per arrivare a destinazione. Sempre meglio che farsi tutto il tragitto, da solo, in macchina. Non fa neanche in tempo a scendere dall’autobus che la notifica di messaggio sul display del telefono cattura la sua attenzione. Perché il suo interlocutore si chiama Mario, e Méndez lo conosce piuttosto bene, ma di cognome fa Rebollo. Alias: l’assistente di campo del «Maestro» Tabárez, che gli sta chiedendo con una certa urgenza di chiamarlo. «Dammi solo cinque minuti, che sono appena sceso dall’autobus». Ma no, il tempo è un lusso che Mauro non può proprio permettersi: «Ragazzo mio, devi prepararti il borsone, devi venire a Londra per giocare contro il Brasile». Dai ragazzi di Nicolás Cordova, che sperano di diventare la prossima «Generacion Dorada» chilena, agli uomini di Tite, che l’oro lo portano sulla maglietta. Da Nicolás Guerra e Marcelo Allende alla coppia Neymar-Firmino. José Giménez e Sebastian Coates sono out e Godín ha giocato gli ultimi venti minuti di Atlético Madrid-Bilbao senza una gamba. E chissà quale patto con il diavolo avrà stretto «El Flaco» per risolvere la partita in piena zona cesarini a favore dell’Atletì. L’infortunio, in tal senso, forse suggerisce qualcosa. Oltre a Mauricio Lemos doveva esserci Erick Cabaco come sostituto, ma il roccioso centrale del Levante (di origini italiane, tra l’altro) ha dovuto alzare bandiera bianca sulla falsa riga dei compagni di reparto. Ai difensori – come se non bastasse – si sono aggiunti all’infermeria anche Fernando Muslera, Gastón Silva, Marcelo Saracchi (di cui siamo gli scopritori assoluti nel panorama italiano, nel 2015) e Cristhian Stuani, oltre ai già assenti Nández e Mayada, lasciati a riposo in vista della finale di ritorno della Copa Libertadores, di scena al Monumental tra quattro giorni.

All’Emirates Stadium Méndez ha debuttato contro la Seleçao dal primo minuto, prendendo il posto e il numero di maglia – il 3 – di Godín: colui che non rappresenta un idolo, perché Bruno sostiene di non averne, ma sicuramente un archetipo da cui prendere esempio; che poco prima della partita lo ha chiamato al telefono per caricarlo, e aiutarlo a sciogliere l’adrenalina in eccesso. Tabárez lo ha schierato come difensore centrale al fianco di Martín Cáceres nel suo 4-5-1 super-attendista, in cui la retroguardia è stata completata da Mathías Suárez, la seconda new entry de «La Celeste», e Diego Laxalt. In mediana «El Maestro» ha scelto Bentancur e Vecino a protezione del solito Torreira, che ha agito da vertice basso, affiancato sugli esterni da Edinson Cavani e Gastón Pereiro, sempre disposti a sacrificarsi in fase difensiva e pronti a fare altrettanto sui possibili ribaltamenti di fronte, anche per sostenere Luis Suárez, scelto come unico terminale offensivo, passando così ad un 4-3-3. L’intento era quello di limitare la Seleçao sulle fasce, impedendo a Douglas Costa e Neymar di arrivare sulla linea di fondo per cercare lo scarico in area su Firmino, o su Arthur e Renato Augusto al limite; che definirli un semplice pericolo sarebbe un eufemismo piuttosto grossolano. Al contrario, invece, creare densità al centro puntando su predominio atletico e ripartenze sarebbe potuta essere la vera chiave di svolta a favore dell’Uruguay. Solo il sessantesimo gol di O’Ney, su rigore piuttosto dubbio per un tocco con la mano di Danilo, ha permesso al Brasile di sbrigare la pratica. Con le ammonizioni di entrambi i Suárez, Vecino, Cavani e Torreira a testimoniare quanto «La Celeste» volesse impostare il match su intensità e intenzioni tutto fuorché gentili. Ora sono tre le sconfitte consecutive, dopo quelle contro Corea del Sud e Giappone del mese di ottobre. Eppure Tabárez, come suo solito, ha voluto vedere il bicchiere mezzo pieno, e ha trovato il risvolto positivo proprio nella prestazione di Méndez, che ha giocato una partita magistrale in marcatura su Neymar, prima di dilapidare generosamente le ultime gocce rimaste nel suo serbatoio sull’out di sinistra – a dieci minuti dalla fine – dopo l’infortunio (e te pareva!) muscolare occorso a Mathías Suárez.

«Bruno ha mostrato cose tipiche di quei talenti che dimostrano più anni di quelli che hanno vissuto. Ha stoffa da vendere e dimostra un’esperienza innaturale per uno che gioca come professionista da così poco tempo»: così ha sentenziato «El Maestro» nella conferenza stampa post partita, prima di essere incalzato sul prossimo impegno contro la Francia, di scena questa sera alle 21. Una sorpresa per molti, uno sconosciuto per altri e una conferma per i pochi che lo conoscono bene, che lo hanno visto crescere come uomo e calciatore. A scoprire Méndez quando aveva appena sei anni è stato lo storico osservatore del Danubio José «El Martillo» Aguiar, che nelle dovute proporzioni sta alla «Franja» come il grande Ramón Maddoni sta al Boca, tanto per intenderci subito. In quella squadra c’era anche un altro ragazzo piuttosto talentuoso, Nicolás Schiappacasse, il cui cartellino ad oggi è di proprietà dell’Atlético Madrid. Bruno riceve un primo imprinting come difensore, e i risultati non tardano ad arrivare, tant’è che nel giro di un paio di stagioni si ritrova a giocare sotto età insieme ai ragazzi di undici anni. Eppure, non appena arrivato in Septima División, dalle parti del Jardines Del Hipódromo tutto d’un tratto qualcuno sembra non credere più di tanto nel talento del ragazzo nativo di Malvín Norte, che dunque si ritrova senza squadra. Dura poco, pochissimo: perché il Montevideo Wanderers fiuta l’affarone e lo porta al Parque Viera. Il suo primo dt, Héctor Julios, lo sgrezza nella fase di impostazione dalle retrovie e spesso lo adatta come terzino destro, mentre Jorge Gutiérrez in Quinta e in Quarta División gli dà la fascia da capitano. Un miglioramento costante e tangibile, che ha convinto il CT dell’Uruguay Sub-18 Alejandro Garay a consegnarli la fascia da capitano in vista dei giochi Sudamericani di quest’anno, a Cochabamba, in Bolivia, dove i ragazzi de «La Celeste» si sono dovuti “accontentare” della medaglia d’argento dopo aver sculacciato i coetanei argentini (e a tal proposito, durante il torneo, avevamo intervistato Nicolás Demartini del Temperley).

mend.JPG
Un bellissimo scatto di Méndez durante una sfida di campionato tra il Montevideo Wanderers e il Danubio, la sua prima squadra – Photo by http://www.ladiaria.com.uy

Ovviamente la rapida escalation di Bruno ha convinto subito Fabián Coito a promuoverlo, sempre con la fascia al braccio, nella selezione Sub-20. Conseguenze, così le chiamano. Ma non senza una curiosità piuttosto atipica: Méndez, infatti, giocando contro il Brasile ha fatto in tempo ad esordire con la Nazionale maggiore ancor prima di giocare qualsiasi competizione ufficiale con l’Under-20. Un po’ come accadde per il suo connazionale ed ex Cagliari Horacio Peralta, che nel 1999 esordì ad appena diciassette anni sotto la guida di Victor Púa. Anche più precoce di José Giménez, che con la Selección di Tabárez ha debuttato alla stessa età di Bruno, ma solo dopo aver giocato un Mondiale giovanile, diventando poi un titolare inamovibile. Dopo le quattro presenze del Torneo di Clausura dello scorso anno e uno stage estivo con il Pescara, che già da qualche anno collabora assiduamente con il Wanderers, e non ha di certo dimenticato le qualità del ragazzo, Bruno si è conquistato senza eccessiva fatica un posto da titolare negli ingranaggi di Jorge Giordano e, anzi, qualche settimana fa ha segnato anche la sua prima rete ufficiale – seppur ininfluente sul risultato finale – con la maglia dei «Bohemios», nel Clásico contro il River Plate Montevideo: giusto per farvi capire che uruguagi e argentini non si scannano solamente per la paternità del tango o sulla giusta cottura dell’asado. Un tiro dai trentacinque metri – che è valso un rotondo 5-0 – sul quale ha più di qualche responsabilità il portiere avversario Nicola Pérez, e che ha ovviamente scatenato l’ilarità di Sergio Blanco, storica bandiera e attaccante del Wanderers, ormai trentaseienne, che pur giocando ormai pochissimo non ha perso tempo per sbeffeggiare Bruno, rimarcando ironicamente che piuttosto di segnare un simile gol sarebbe rimasto a digiuno per il resto della carriera. «Un esempio, grintoso e sempre disposto ad aiutare i giovani, non mi fa mai mancare consigli», lo elogia Méndez, che poi sottolinea: «dovreste vedere nelle partitelle d’allenamento quante botte ci diamo». Leadership e carattere sono due qualità che Sergio vuole trasmettergli prima di appendere le scarpette al chiodo, sostengono dalle parti del Parque Viera. Intanto, in Nazionale, ci ha pensato Edi Cavani a prenderlo sotto la sua ala protettiva. Non casuale come dinamica. Oggi la vita di Méndez proseguirà normalmente, tra un allenamento e qualche ora di studio intensivo, a sottolineare qualche mattone di scienze motorie. Magari stasera giocherà contro la Francia, o magari no, ma state pur certi che anche Tabárez avrà preso il suo navigato quadernetto e avrà evidenziato accuratamente il suo nome. Perché la vita, in fin dei conti, è sempre un divenire di eventi. Inaspettato, e talvolta sorprendente.

Articolo a cura di Daniele El Flaco Pagani

(Nel video, qui sotto, gli highlights di River-Wanderers: da 4.13 a 4.40 il primo gol nel professionismo di Bruno Méndez)

Una risposta a "«MADRE MÍA, BRUNO MÉNDEZ!»"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...