L’ANIMA DEL RIFUGIATO, IL DALKURD FF

Dalkurd 2
Fonte: La Stampa

Quando il calcio e la passione superano ogni confine.

«Tutte le squadre di calcio sono speciali, ma alcune tra tutte queste sono più speciali» 

Erik Niva, periodista del quotidiano svedese Sportbladet

«Il Dalkurd FF è una squadra di calcio di Borlänge. Lavorano per ragazzi, per la pace, per la giustizia e per una società nella quale le persone si occupino l’una dell’altra mediante la cooperazione e la comprensione. Li ho seguiti durante gli anni, so che cos’hanno fatto per la società e che tipo di morale abbiano»

Özz Nûjen

Se Erik Niva è un giornalista famoso in Svezia, e la sua pagina vanta ventimila mi piace, la storia di Özgür Gegin, in arte Loran Özz Ceko Nûjen, è meno conosciuta. A Stoccolma, nel momento in cui il 42enne parla del Dalkurd, gli occhi delle telecamere lo vanno subito a cercare. Non è così per il resto d’Europa, visto che la sua pagina Wikipedia è presente in sole tre lingue (svedese e curdo, oltre a una misera citazione in inglese) e la sua popolarità pare circoscritta alla sola Scandinavia. Nûjen svolge vari mestieri, è un conduttore di successo, non disdegna qualche apparizione da comico e scrisse pure qualche sceneggiatura. Tuttavia, la prima parola che proferisce nel momento in cui si presenta è singolare: «Sono un curdo». Connotazione importante, rivendicata da un ragazzo nato nella parte curda della Turchia, a Bismil, ma costretto all’età di 18 anni a mettersi in marcia verso la più sicura Svezia. Cresciuto dunque a Rinkeby, a sua volta distretto di Västerort, aritmeticamente un quarantaquattresimo del gigantesco kommun che circonda Stoccolma, Nûjen avrebbe frequentato la Calle Flygare Teaterskola pagandosi gli studi con un lavoretto part-time in un ristorante della zona, il Restaurang Engelen. Fu proprio danzando tra i tavoli che cominciò a intrattenere i clienti, arrivando a provare in via preliminare gli sketch che poi avrebbe messo in scena riscuotendo immediato successo.

Fonte: Allsvenskan/ pagina DFF

La storia del Dalkurd intreccia le sue trame con quella di Nûjen perché tutto sommato le radici sono le medesime. Lo stemma è quello che raffigura i tre colori proibiti (il rosso, il giallo e il verde, simboli del Kurdistan iracheno), la volontà è quella di unire il calcio con un’opportunità di riscatto sociale. Tutto ebbe inizio nel 2004, quando un gruppo di amici capeggiato dal rifugiato Ramazan Kizil vide nel pallone la possibilità di evitare il crimine di strada. La rappresentanza curda in Svezia vanta circa 85mila anime, ma quel che mancava allora secondo Kizil era uno stratagemma che accelerasse il processo d’integrazione: se poi ci fosse stata la possibilità di creare posti di lavoro, diventando calciatori professionisti, ancora meglio. L’accesso allo sport era, in altre parole, il miglior deterrente possibile alla disgregazione sociale. Il miglior vaccino contro la devianza. La città di Borlänge, che poggia la sua industria su cartiere e acciaierie, si prestava peraltro bene a dare i natali a una squadra che avrebbe preso la residenza nella regione Dalarna pur mantenendo l’identità del Kurdistan. Dalla sincrasi dei due vocaboli, Dalarna e Kurdistan, sarebbe nato un favoloso compromesso. “Dal” e “Kurd”, fusi insieme “Dalkurd” e accompagnati dal solito FF, che in svedese è la sigla di Fotbollsföreningen, “associazione calcistica”. Immediatamente dopo, al seguito, sarebbero nati i Roj Fans, tifoseria organizzata che per nessuna ragione al mondo si perde una partita del suo DFF. Quanto alla proprietà, visto che le regole impongono che almeno il 51% di ogni club resti nelle mani dei membri e non venga ceduto a società terze, il 49% avrebbe visto la partecipazione azionaria dei fratelli Kawa e Sarkat Junad, pure loro di origine curda, che operano nel settore delle telecomunicazioni e finanziano pure le nobili iniziative di volontariato portate avanti negli anni. Si tratta però di armi a doppio taglio, perché la SvFF, la Federcalcio svedese, ha duramente espresso i proprio dubbi sul fatto che si tratti di pura beneficenza piuttosto che strumentalizzazione politica.

Le migrazioni che hanno interessato i curdi e che hanno avuto come destinazione la Svezia sono cominciate alla fine degli anni ’60, con flussi provenienti da Iraq, Siria e Turchia. In un contesto non sempre accogliente per tutte le etnie, nel complesso melting-pot svedese che d’altro canto non poté fare a meno di ghettizzare alcune nazionalità – il padre dell’ex attaccante del Malmö Paweł Cibicki raccontò di aver girovagato per Hermodsdal con una bottiglia d’alcool in cerca di connazionali, pure la famiglia Ibrahimović ne sa qualcosa, in quel di Rosengård –, i curdi hanno faticato per trovare casa. Tuttavia, non sono certo stati i primi a rifugiarsi nel calcio: la città di Södertälje vive dagli anni Settanta un derby come quello tra Assyriska e Syrianska. Il primo è nato nel 1971 e fino agli anni ’90 aveva come politica societaria l’impiego di soli calciatori che avessero origini assire, il secondo esiste dal 1977 ed è l’espressione della comunità siriaca con tanto di tinte aramaico-giallorosse.  Così come l’Östersunds FK, del quale vi abbiamo raccontato la storia evidenziando le gesta di capitan Brwa Nouri, nato in Kurdistan (pure per lui l’infanzia in Svezia non fu facile, tra furtarelli e piccoli crimini), anche il Dalkurd FF ha vissuto una scalata meravigliosa e improvvisa. Nato nel 2004, nel 2005 ha vinto il campionato di sesta divisione. Nel 2006 ha vissuto la promozione in quinta, poi quarta, terza e seconda, tutte al primo colpo. Nel 2010 l’ascesa pareva essersi bloccata, ma dopo cinque tentativi (tra cui un terzo e un secondo posto, nel 2013, con tanto di eliminazione ai playoff), il 2015 ha visto finalmente l’arrivo in Superettan, grande ostacolo prima di sperimentare l’Allsvenskan. Nel 2016 ecco un sorprendente quarto posto, stato intermedio della mutazione che avrebbe gettato le fondamenta per lo scorso, trionfale, anno. In totale, sono 7 promozioni in 13 anni. Se non è record, poco ci manca.

 

Stando a sondaggi dello scorso anno, oltre il 65% dei tifosi era convinto che il Dalkurd avrebbe primeggiato nella Superettan 2017, la Serie B svedese. Tuttavia, c’è stato un periodo in cui la favola era a un passo dall’esser interrotta. Come il Grande Torino, come i Busby Babes, come lo Zambia nel 1993, come la Chape. Il volo Germanwings 9525 del 24 marzo 2015, quello che si schiantò sulle Alpi, doveva contenere pure l’intero Dalkurd: la squadra era di ritorno da una partita in Spagna, ma all’ultimo decise di non salire sull’aereo preferendo un volo più breve, senza scalo a Düsseldorf. Questa scelta salvò al vita alla favola del DFF, perché quella mattina c’erano quattro voli disponibili e alla fine si optò per dividere la squadra su tre aerei separati. Tre su quattro. Ma non quello rovinosamente crollato a terra su iniziativa apparentemente suicida da parte di un pilota. «Quattro aerei sono partiti all’incirca alla stessa ora e hanno volato a nord oltre le Alpi, abbiamo avuto giocatori su tre di loro. Possiamo dire che siamo stati molto, molto fortunati, è stato il destino» avrebbe commentato il dirigente Adil Kizil, tirando un chiaro sospiro di sollievo e ringraziando chiunque ai quattro venti per lo scampato pericolo.

Nato come alternativa al messy living dei giovani rifugiati, il Dalkurd s’è fatto carico di una responsabilità sociale non indifferente. Lo affermano loro stessi, nella sezione About us del sito ufficiale: «Lo sforzo profuso dal club non è ovviamente diretto al vincere il campionato, il nostro obiettivo è che ogni giocatore abbia i suoi pensieri sul campo ma il cuore rivolto al suo pubblico». Proprio la componente di tifo è tra le più nutrite in Europa. Sembra uno scherzo, ma la loro popolarità vi stupirà. Così come non hanno paura di praticare un calcio offensivo, di perdere qualche partita o di sbagliare calci di rigore perché la loro sfida è già stata vinta con la crescita esponenziale del progetto, non hanno certo dovuto impietosire i mass media per attirare su di sé gli occhi dei quotidiani svedesi (Aftonbladet, Dagens Nyheter, SVT, Svenska Dagbladet, Expressen). Se su Facebook la pagina ufficiale della squadra ha trentacinquemila likes, quella dei Dalkurd Supporters ne vanta addirittura poco meno di 1,5 milioni. Delle cifre spaventose se confrontate col fatto che la squadra più seguita di Allsvenskan è il Malmö FF con quasi 185mila e che l’intero campionato non va oltre i cinquantamila. In altri termini, contando i dati relativi al social network ideato da Zuckerberg, i soli tifosi del Daklurd FF hanno più “mi piace” rispetto ai canali ufficiali di società ben più blasonate. Per citare qualche esempio illustre: Athletic Bilbao, Bordeaux, Borussia Mönchengladbach, Genoa, Lazio, Lille, Olympiakos, PSV, RB Lipsia, Torino e Zenit San Pietroburgo.

Fonte: Daily Mail

A livello pratico, due anni fa, la rosa messa a disposizione dalla società al tecnico Azrudin Valentic dava il suo meglio col 3-4-3. Modulo spregiudicato, tutto corsa e agonismo. La difesa a tre era un mantra del 46enne bosniaco, che gradiva invece mescolare le carte dalla cintola in su: in questo 2018 le apparizioni in Svenska Cupen del Dalkurd hanno visto sia 3-4-1-2 che 3-4-2-1, anche se lo scorso anno il modulo prediletto è stato il primo. Non è cambiato l’asse portante del club, che lo scorso anno consisteva nel seguente: il portiere Pettersson, il trio Tranberg-Ceesay-Löfkvist (con l’americano De John riserva), il poker Rashidi-Ahmed-Amin-Bala, Rawez Lawan sulla trequarti e il duo Awad-Yarsuvat davanti. Quest’ultimo, nato a Borås, due anno fa aveva segnato 17 reti contribuendo da solo ad altrettanti punti. Il suo rendimento non è passato inosservato e dunque “Ricky” ha accettato la corte del Norrby IF dal quale proprio il Dalkurd l’aveva acquistato lo scorso anno. “Lo volevamo dal 2015” disse allora il ds Adil Kizil, che col tempo s’è dovuto rassegnare all’addio del suo calciatore più prolifico. Il posto di Yarsuvat è stato preso dal 21enne marocchino Younes Bnou Marzouk, arrivato dalla Super League svizzera, una scommessa che non ha convinto. Ma certamente il problema principale è stato il dazio che pagato alle chiare difficoltà del primo anno e, in misura maggiore, al fatto che a salutare è stato anche il tecnico artefice della cavalcata dello scorso anno, lo svedese Andreas Brännström. Gli unici appigli su cui poterono fare affidamento i tifosi del Dalkurd FF furono dunque l’eccezionale calore del pubblico e la personalità della squadra: a tal proposito giova ricordare come il capitano della squadra, Peschraw Azizi, in realtà fosse un panchinaro e la fascia al braccio sia portata da un ventiduenne: il giovane e determinato Rewan Amin, che oggi gioca nell’Östersunds. Due anni fa in Allsvenskan ci fu la primissima volta dell’Eskilstuna, che per l’occasione scelse di cambiare il nome in AFC United, oltre allo stadio (che passò da Solna, periferia di Stoccolma, al pittoresco Tunavallen di Eskilstuna). Quest’anno è stata più o meno la stessa cosa, perché il Dalkurd FF ha ottenuto il battesimo della Serie A svedese, non nella natia Borlänge bensì a Gävle, distante ben 120 chilometri e situata sulla costa. In realtà la proposta che fu approvata prevedeva lo spostamento verso Uppsala, ma lo Studenternas IP è già la casa del Sirius IK e perdipiù il suddetto impianto è oggetto di lavori di ristrutturazione che dureranno fino al 2020. Come l’Eskilstuna, anche il Dalkurd è stato retrocesso malamente. E sì, certo, il grande sogno sarà pur finito. Ma per loro le luci della ribalta sono state un premio sufficientemente buono. E così spesso hanno giocato senza tifosi, in uno stadio che non sentivano affatto come il loro. Col supporto dal Kurdistan, che non ha una sua nazionale e dunque tifava la squadra che più si rispecchiava nei medesimi loro ideali (ecco spiegati tutti i tifosi su Facebook), hanno giocato la loro stagione. E di per sé è già una vittoria.

Articolo a cura di Matteo Albanese

 

 

 

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