UN DIRETTORE DI SCENA A SIVIGLIA

Lo Celso
Giovani Lo Celso: 13 presenze, 4 gol e 2 assist con la maglia del Betis – Photo: http://www.mundoalbiceleste.com

Evoluzione, «théâtre de l’absurde» e «physique du rôle»: ecco come Sétien ha reinventato Lo Celso.

Uno, nessuno, Quique Sétien

Che Quique Sétien fosse un allenatore da tutto o niente, di limiti e di eccessi, in equilibrio sul vuoto cosmico tra follia e raziocinio zemaniano, lo si era capito fin dal sesto posto in campionato – che si legge per quel che è, ma si traduce in qualificazione all’Europa League – al netto dei 60 gol segnati e dei 61 subiti dal Real Betis. Cose da pazzi, potremmo insinuare, ma non per Enrique: uno che pur di mettere in atto le sue idee di gioco, quando nessuno se lo filava, o non se la sentiva di dargli una chance, ha mollato gli ormeggi per indirizzare la prua verso la Guinea Equatoriale. L’anno scorso il Betis ha messo in scena il più intrigante «théâtre de l’absurde» calcistico del mondo, farcito di epica e sfacciataggine, di fango e nubìvaganza: ha salutato anzitempo la Copa del Rey contro il modesto Cádiz, ai trentaduesimi di finale, e poi ha sculacciato il Real Madrid di Zidane al Bernabéu, tanto da conquistare un fan d’eccezione; che l’arte del calcio la apprezza, perché quando si ritrova il pallone tra i piedi è lui stesso a farla: Luka Modrić, neocandidato al podio del Pallone d’Oro. Con il tecnico di Santander, che piaccia o meno, funziona così: idee chiare fin dal principio e mai banali, che mai  declinano in arroganza. Pragmatismo meticoloso e poche domande, soprattutto quando l’argomento verte sul calciomercato: perché solo e solamente Quique, il folle, conosce esattamente le tipologie di calciatore che Quique apprezza per il suo stile di gioco.

Antefatto della fenomenologia

E allora sì: potrebbe non sorprendere la decisione di Sétien al 31 di agosto, all’eclissarsi dell’ultima campagna di rafforzamento, di puntare su Lo Celso anziché sul tanto sussurrato Rafinha, rinvigorito dai sei mesi di «erasmus» trascorsi con la maglia dell’Inter. Un acquisto commisurato, più che altro frutto di esigenze tattiche, fattispecie se si considera il passaggio dallo spregiudicato 4-2-3-1 della scorsa stagione al 3-4-1-2: un cambiamento che passa attraverso l’arretramento di Javi García sulla linea dei difensori e lo spirito di adattamento degli interpreti offensivi, che coinvolge di conseguenza il centrocampo. In quest’ultimo settore l’essenza liquida di due «factotum» come Andrés Guardado e Fabían Ruiz è stata rimpiazzata da una sostanziale razionalizzazione delle mansioni, che si traduce in una linea a tre sostenuta dall’incessante lavoro dei due esterni: quasi sempre Cristian Tello sulla destra, dove l’anno scorso agiva Joaquín, che della pensione ancora non vuole saperne nulla e che ad oggi viene “risparmiato” come seconda punta, e la sorpresa Júnior Firpo sul lato opposto. Nella zona nevralgica del campo invece agiscono William Carvalho, che principalmente deve smazzarsi la fase d’interdizione (e lo fa piuttosto bene, con 1.7 contrasti e 1.4 duelli aerei vinti per partita), poi Sergio Canales – che ha maggiori licenze offensive – e infine proprio Lo Celso come vertice basso. In pratica: la diversificazione degli interpreti per caratteristiche che sostituisce il “tuttocampismo” della scorsa stagione. Cambiano gli attori, ma non la sostanza. Anche quest’anno, in un certo senso, al Benito Villamarín stiamo assistendo ad un’altra mise en scène – sempre dell’assurdo ovviamente – in cui il Betis di Sétien sembra avere il perfetto «physique du rôle». Dove il quattordicesimo posto in campionato si colloca decisamente agli antipodi rispetto al primato nel girone di Europa League, nel quale Milan e Olympiacos restano ancora in agguato, staccati di un solo punto. E qui, all’interno di questo ammaliante e routinario caos, Lo Celso si è elevato a direttore di scena. Con prestazioni di alto livello, gol pesanti e un’identità ritrovata, in altre vesti rispetto al recente passato.

Numeri e cifre di una rinascita

Quando Lo Celso è arrivato al PSG, all’inizio del 2017, Unay Emery ha iniziato ad alternarlo come regista e interno di centrocampo, dovendo trovare un sistema e uno stile di gioco in armonia con le caratteristiche dell’argentino ex Rosario Central e di Marco Verratti. L’arrivo di Thomas Tuchel ha sgomberato il campo a quest’ultimo, che nel 3-4-1-2 iper-offensivo del tecnico tedesco agisce da vertice basso, affiancato da due mezze ali posizionalmente adattate, nello specifico Julian Draxler e Ángel Di María, oltre a Christopher Nkunku e Rabiot, che a partita in corso possono offrire un tipo di transizione del gioco più difensiva e gestionale. Il Betis ha preso Giovani in prestito gratuito con due condizionali, entrambe stabilite da Al Khelaifi, ovverosia: diritto di riscatto fissato a 25 milioni pagabili in quattro rate annuali, e da versare entro il 30 giugno 2019, che muta in obbligo in caso di nuova qualificazione degli uomini di Sétien ad una competizione europea. Il Milan ha effettuato dei timidi sondaggi, ma alla fine ha deciso di non affondare il colpo, ripiegando su Tiemoué Bakayoko; e a giudicare da com’è terminato il doppio confronto – prima a Milano e poi al Benito Villamarín di Siviglia – qualche rimorso per le scelte effettuate in estate sarebbe piuttosto lecito.

Screenshot_2018-11-22 Giovani Lo Celso Real Betis video, cronologia trasferimenti e statistiche - SofaScore.png
Heatmap di Lo Celso in Milan-Betis (Sofascore)

Nella partita di andata contro i rossoneri Lo Celso è stato schierato da Sétien come interno sinistro di un 3-1-4-2. Una mossa strategica e finemente collaudata, quella di Quique, che ha tutto il merito di aver cucito addosso al centrocampista argentino un abito perfetto per un palcoscenico come «La Scala del Calcio». La heatmap della partita, in tal senso, ci aiuta a comprendere come l’allenatore di Santander sia riuscito a scaricare Giovani dai compiti d’interdizione per concedergli una maggiore efficacia in fase d’impostazione (con un 85% di precisione nel fraseggio e 4 passaggi chiave), anche grazie al continuo alternarsi tra l’ex PSG e William Carvalho nella posizione di vertice basso. Ovviamente a seconda della fase di transizione del gioco: il portoghese a fare da frangiflutti con il Milan in possesso della sfera, l’argentino invece a fare da collante tra difesa e centrocampo durante la primissima fase di costruzione dalle retrovie. Un reciproco “completarsi” che olia per bene gli ingranaggi del gioco del Betis, sempre molto fluido, anche grazie alla presenza di tre giocatori nel reparto difensivo che hanno avuto un passato da mediani, ma che non si può ridurre esclusivamente alla parte associativa. Anzi, al contrario: perché proprio le caratteristiche di Carvalho permettono a Lo Celso di rimanere meno imbrigliato tatticamente, trasformandolo in una mina vagante che galleggia al limite dell’area di rigore avversaria; che fornisce un’opzione di scarico in più e favorisce l’aggressione degli ultimi quindici metri di campo delle punte. Il gol di San Siro su sponda di Sergio León, l’assist per l’1-0 di Toni Sanabria dopo un fulmineo inserimento in corsa, le due occasioni da rete create e i 4 intercetti sono preziosi nel fornirci un piccolo assaggio dell’evoluzione che sta investendo il numero ventuno dei «Los Béticos»; che al Rosario Central è nato con l’impronta tipica del trequartista, che in Ligue 1 ha abbassato il suo raggio di azione alla cabina di regia e che, ad oggi, sotto la guida di Sétien, sta transitando verso una sfumatura più essenzialista e totale, in perfetta sincronia con le idee di gioco del suo allenatore. E con ciò che il calcio vuole, di questi tempi.

Oltre alle tre reti in quattro partite di Europa League, in media una ogni novantasette minuti, di cui due in altrettanti scontri diretti col Milan, Lo Celso è finalmente riuscito a sbloccarsi in campionato. E tanto per far le cose in grande ha deciso di castigare il Barcellona di Ernesto Valverde. Il Betis è uscito dal Camp Nou con tre punti preziosissimi in saccoccia, e in parte lo deve alla prestazione di Giovani, che ha agito da trequartista alle spalle di Joaquín e Loren Morón. Grazie al preziosissimo lavoro di Carvalho e del “sempreverde” Guardado, Sétien ha potuto sperimentare l’avanzamento del suo craque in una posizione di campo meno nevralgica e più anarchica, ed è stato premiato. Perché sarebbe un errore considerare il gol di Lo Celso un semplice regalone di ter Stegen, soprattutto se si valutano due fattori antecedenti al tiro, come la perfetta scelta di tempo nell’inserimento senza palla e l’intelligenza nell’eludere la marcatura avversaria. «Cercare l’essenza del giocatore è la risposta a tutto qui al Betis» dice Eder Sarabia, assistente di Quique. E Giovani, la sua, sembra averla trovata. Dopo due anni e mezzo spartiti tra sprazzi di classe, qualche impasse nell’adattamento e una fase di rodaggio non gestita al meglio. Lasciare Parigi per l’Andalusia poteva sembrare un passo indietro, o ancora peggio un vile compromesso con la limitatezza, e invece no, perché Lo Celso ha optato per renderlo un passo in avanti. «Lo stile di gioco del Betis è perfetto per il calcio di Giovani, e il calcio di Giovani è perfetto per lo stile di gioco del Betis». Così ha sentenziato Julio Cardeñosa. Tanti in Spagna se lo ricordano per un errore clamoroso contro il Brasile al Mondiale’78, che a suo modo fu fatale agli uomini di László Kubala, mentre chi gli vuole bene – quindi i tifosi del Betis – diciamo che rimembra più volentieri la storica Copa del Rey del ’77, o le trecento e più partite con la maglia biancoverde. E con questa benedizione Lo Celso è passato da talento emergente, o comprimario di lusso, a idolo di una piazza. Il Benito Villamarín come palcoscenico, per un direttore di scena che si sta dimostrando all’altezza, e spera di portare avanti la sua «chef-d’oeuvre».

Articolo a cura di Daniele El Flaco Pagani

 

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