NON FACCIAMO SCHERZI, L’ORO VA A MODRIC

Bijelo-crvena, polja Hrvatska, na dresu sjete me, da ja volim te. Igrajte za nju, našu voljenu, nek’ jače kuca to, SRCE VATRENO!

Campo della biancorossa Croazia, sulla maglia, ricordati di me che ti amo. Gioca per lei, la nostra amata, in un momento difficile, grande Vatreno!

 

Modrić
Fonte: Daily Mail

«Londra è una città miracolosa, hai tantissimo da vedere. L’unica cosa che mi dà fastidio è la folla, per il resto vivo con la mia ragazza Vanjom e abbiamo legato con Čarli (Vedran Ćorluka) e la sua ragazza. Trascorriamo del tempo pure con Nik (Kranjcar) e Simon (Fistrić)». Se nel 2008 Luca Modrić era appena approdato al Tottenham con la nomea di talento sconfinato frenato in parte da un fisico leggerino, a diec’anni di distanza il playmaker croato ha tutto dalla sua parte.

La rotta lo vede su un red carpet, parlantina fluida come raramente ha avuto, eleganza minimal che non s’addice al prototipo di quel glamour merengue che Florentino Pérez fa proliferare all’interno del club più galáctico del globo. Ma tutto ha un motivo, e se un calciatore poco avvezzo alle prime pagine dei giornali e composto si appresta a ricevere il Pallone d’oro, c’è un motivo. Lui è il favorito, non solo dai bookmakers che paiono rassegnati (la post è pagata circa 1,25) ma pure secondo le opinioni di France Football, i cui dissidi con la FIFA hanno rotto il duopolio di cristallo dalla cui trasparenza uscirà un nome. Luka. Un cognome, Modrić. Perché se esiste una giustizia in questo calcio, questa sera alle 21:30 sul palco di Parigi – che non è certamente metropolitana come Londra, affogando in composti di banlieu et boulevards – vincerà lui.

Benvenuti nella Modrić supremacy, perché non si può tacere ancora. Normalmente funziona che il calciatore maggiormente rispondente a certi criteri (questi, riprendendo il pezzo del collega Gioele Anelli su Varane: «Performances individuelles et collectives pendant l’année, classe du joueur, carrière du joueur») si aggiudichi la posta in palio, ma spesso c’è ben altro dietro. Si premiano giocolieri, non metronomi. L’intelligenza paga dazio a una continuità che lascia disarmati in disarmante sconforto, tale per cui da diec’anni il Pallone d’oro è roba per due. Un portoghese e un argentino, troppo luminosi per non oscurare almeno un paio di calciatori che d’intelligenza hanno foderato la loro carriera. E allora forse è giusto che Modrić non vinca, perché al tifoso medio non interessa l’intelligenza ma lo spettacolo, perché in fondo Andrés Iniesta non ha vinto nel 2010 e Franck Ribéry è rimasto a bocca asciutta tre anni dopo. Se scegliamo la via tradizionalista, non diamo però le colpe a Modrić per non esser stato capace stasera di vincere il Pallone d’oro. Prendiamocela piuttosto con noi stessi, rei di aver trasformato un meraviglioso sport di squadra in un mondo parallelo, delle idee, pullulo di credenze come quella secondo cui l’apparenza prevalga sulla sostanza. E vergogniamoci.

Modrić
Fonte: Kick Off

Se è vero che tra i tre criteri ve n’è uno legato alla carriera, e allora sono ben 15 anni in cui l’ascesa di Luka Modrić continua a meritarsi applausi ed elogi, allora non diamo il premio a Kylian Mbappé. Il ragazzo è giovane, si rifarà, ha tempo per salire sul palco magari quando avrà vinto la Champions League. Si tratta di un classe ’98, nato inconsapevolmente nella stessa estate della Francia campione del mondo dopo aver sbeffeggiato la Croazia con una doppietta di un Lilian Thuram che – ironia della sorte – in tutta la sua carriera con la nazionale transalpina segnerà soltanto quelle due reti quella sera. Parafrasando quello che il collega Alfredo De Grandis è riuscito a sintetizzare meglio di quanto sto provando a fare io, «la verità è che forse non è ancora giunto il suo momento». Mbappé è un talento, un fenomeno, diamante grezzo e dinamite pura. Ma togliere un Pallone d’oro a Modrić nel 2018, alla presenza di queste coordinate spazio-temporali e soprattutto con una Coppa del mondo già finita a Parigi invece di Zagabria, sarebbe un ennesimo torto. E visto che la finale di Mosca non è stata assegnata su basi meritocratiche, ma lasciando 22 uomini su un campo di 100 metri per 70 a giocarsi il destino loro e dei rispettivi paesi rappresentati, ristabiliamo le gerarchie: qui che possiamo, premiamo Modrić.

Premiamo quel ragazzo che allo Zrinjski Mostar mostrò caviglie fragili. Premiamo la riga ordinata tra i capelli e non lo smoking eccentrico. Premiamo la deliziosa prospettiva onirica, in cui il protagonista è feticizzato fino a toccare un grado bizzarramente normale. Premiamo lo scenario in cui il capitano della piccola Croazia riceva il premio che mancò a Davor Šuker. Premiamo l’icona vicecampionessa del mondo, quella che s’è guadagnata il Mondiale a suon di playoff contro la Grecia. Quella che ha condotto la seconda più piccola nazionale mai partecipante alla kermesse internazionale fino alla finale. Premiamo Luka Modrić, sonata lenta ben lungi dal ritmo scattante e dalle percussioni tuonanti. Un ritornello ritmico e troncato, invece, che unito a un testo produce un unicum profondo. Certo, dopo un po’ passa la voglia e si cambia canzone. Ma, tra qualche ora, che nessuno s’azzardi a toccare quel Pallone d’oro. Lo merita Luka. Più di ogni altro.

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