ALAVESEN ANALISIA

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Abelardo tiene in mano l’Alaves

Dopo un avvio simile, il Deportivo Alaves sta cominciando davvero a sognare.

Le luci della ribalta possono arrivare per tutti, ma spesso sono tanto energiche quanto fugaci. La ridente cittadina di Vitoria-Gasteiz, una provincia basca di circa 250mila anime, grazie a una stagione sorprendentemente fruttuosa poté sedersi davanti alla televisione per guardare il proprio club disputare una finale di Coppa Uefa, pur avendo ottenuto la promozione in Primera solo pochi anni prima. Dal 1921, anno di fondazione del Deportivo Alavés, ne è passato di tempo, sono cambiate le società, i giocatori, gli allenatori, e il saliscendi fra Liga e Segunda Division sembra destinato a durare in eterno, mentre della finale di Coppa Uefa resta solo il ricordo. Sembra infatti, perché la ribalta è un attimo, ma la costruzione del successo, la pianificazione, il diseño, ha bisogno di tempo e di uomini adatti. E Abelardo sembra proprio l’uomo adatto per l’Alaves.

Fuimos, somos y seremos Alaves

Un nome che di basco non ha quasi nulla, un soprannome, o apodo, in spagnolo, e i colori sociali: queste sono le radici dell’Alaves, piantate quasi un secolo fa nella provincia da cui prende il nome attuale. Inizialmente i biancazzurri dovevano essere lo Sport Friends, ma sin da subito il bisogno di rimarcare la propria provenienza sognando di portarla sul tetto del mondo ha preso il sopravvento, e unanimemente si optò per quello che in Italia sarebbe “Società Sportiva di Alava”, cioè Deportivo Alaves. I colori sociali, bianco e azzurro, sono quelli che si trovano nello stemma e ovunque in giro per la città di Vitoria, conosciuta più per il buon Rojo de Alavesa – vino prodotto dai baschi dal quale hanno preso spunto per il colore della seconda maglia – che per i trofei calcistici. Il soprannome più particolare dei cittadini di Vitoria, poi diventato apodo dei giocatori dell’Alaves, è quello di Babazorros: le origini di questo soprannome vanno ricercate nel dizionario basco, dove Baba significa “fava” e zorro si traduce in “sacco”. Questo termine veniva usato molti anni fa come appellativo degli abitanti di Álava, al tempo noti raccoglitori di fave. Il termine può prendere accezioni più o meno positive in base alle intenzioni per definire una persona come poco intelligente o poco furba, ed è la quadratura del cerchio se pensiamo al nome originale del club biancoazzurro.

Non una storia ricca di trofei, ma è pure sempre una bella storia da raccontare

 

La prima svolta nella storia dell’Alaves avviene nel 1995, quando il club riesce finalmente ad approdare in Segunda División, grazie all’avvento di una nuova e ambiziosa società, e centra l’obiettivo promozione in Primera Division solo tre anni dopo. Solo dopo quarantadue anni dalla prima volta i Babazorros possono tornare a calcare con continuità gli stadi più prestigiosi della Spagna, e continuando a salire i gradini a tre a tre, riescono nel 2001 a scrivere il proprio nome fra le finaliste della Coppa Uefa. La bellissima scalata si concluderà però con una sconfitta nei tempi supplementari contro il Liverpool di Gerrard per 5-4, disputata sfoggiando una divisa a forti tinte gialloblu, simile a quella del Boca. Una squadra che fino a pochi anni prima lottava per non retrocedere riesce ad approdare in finale di Coppa Uefa, perdendo il trofeo solo a quattro minuti dalla fine dei tempi supplementari a causa di un goffo autogol. Tutto questo riuscendo tuttavia a segnare quattro gol a una grande del calcio europeo, dove militavano giocatori del calibro di Carragher e Owen, mentre l’Alaves non annoverava nessun nome davvero degno di nota. Tanti giocatori bravi, qualche omonimo, come Cruijff (non Johann, ma Jordi) e tanti titolari onesti come Martín Herrera e Javi Moreno, forse il nome più noto in Italia per il suo passato sotto l’ala rossonera della Madonnina. Non tutte le storie di amore e passione però hanno un lieto fine, e questa, purtroppo, si conclude con un lento e inesorabile declino. Gli albiazules pagheranno quella finale di Coppa Uefa con tredici anni d’inferno fra retrocessioni, addirittura in Segunda Division B (l’equivalente della Serie C) fino al 2015, anno che sancisce la definitiva promozione in Liga per il club di Vitoria. La rinascita dell’Alaves passa anche per piccoli, ma significativi successi, come il 2-1 sul Barcellona nel 2016 che decreta di fatto la prima vittoria in Liga, avversario che i Babazorros reincontreranno nella finale di Copa del Rey dell’anno seguente, anche questa conclusa da seconda classificata: il lupo perde il pelo, ma non il vizio.

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I titolari di Liverpool e Alaves nella finale di Coppa Uefa del 2001

Los cimientos de Abelardo

Alla voce “Fondazione” sul dizionario Treccani si trova la seguente definizione: ”La struttura di base di una costruzione, avente la funzione di trasmettere al suolo il carico totale di un edificio e le altre forze cui esso è soggetto, distribuendoli in misura compatibile con le capacità portanti del terreno e in modo che sia assicurata la stabilità per un tempo indefinito”. Nulla può spiegare meglio di queste cinquanta parole l’operato di Abelardo Fernandez Antuña con l’Alaves, con le dovute proporzioni calcistiche. Una carriera povera di successi sia dentro, da difensore centrale, che fuori dal campo, pur avendo militato per diversi anni nel Barcellona insieme a Figo, Guardiola, Ronaldo e Xavi solo per citarne un paio. All’inizio del 2017 si siede per la prima volta sulla panchina dell’Alaves e, dopo un quattordicesimo posto non del tutto soddisfacente, quest’anno è riuscito quasi a toccare la vetta della Liga.

Il gran gol di Aguirregabiria contro il Girona

Piccolo passo indietro. Al contrario di quanto è successo quest’anno, trecentosessantacinque giorni fa in Liga l’Alaves guardava tutti dal basso, con sei punti guadagnati in dodici partite, ma a sei punti dalla salvezza. Un obiettivo quindi perseguibile, ma con la giusta scossa. Ecco che entra in scena Abelardo: l’ex centrale diventa il terzo manager dell’Alaves quando non è neanche arrivato al giro di boa, concludendo così un anno sabbatico iniziato dopo aver abbandonato la panchina dello Sporting Gijon. Come illustrano Chris Anderson e David Sally nel loro libro “Tutti i numeri del calcio”, l’allenatore incide solo per il 15% sul rendimento complessivo della squadra, quindi cambiarne uno ogni quattro partite rischia di essere una scelta errata e controproducente. Il chiaro obiettivo per il quale è stata affidata la squadra all’ex Barcellona è evitare la retrocessione, e Abelardo ci riesce anche con un discreto anticipo evitando la classica bagarre di fine stagione. Ciò che ha permesso al tecnico questo cambio radicale di rotta, trasmesso conseguentemente al gruppo, è stata la mentalità. “Giocare come una grande squadra è ottenere il massimo dai propri punti forti, cercando di trovare la soluzione ai problemi. Questo è il successo.” ha dichiarato Ibai Gomez, l’ala destra di Bilbao diventata ormai uno dei titolari in pianta stabile di Abelardo. Il primo punto a favore dell’ex Gijon è stato porre le basi per il successo, visto non solo come il mero “bottino pieno” al termine dei novanta minuti, ma un qualsivoglia successo che questa squadra ha dimostrato negli anni di poter ottenere, pur senza annoverare fra le proprie fila giocatori di rilievo internazionale. L’Alaves è sempre stata una squadra “di quartiere”, dalla visione tutta sudore e sacrificio del gioco del pallone, e quella partecipazione alla finale di Coppa Uefa nel 2001 è tutt’oggi una delle tesi più rilevanti a favore di questo modo di intendere il calcio.

5 minuti di Ibai Gomez. Peccato non sia più giovanissimo…

 

Una squadra vincente si riconosce principalmente da due fattori: presenza di giocatori validi, e motivazione. I Babazorros sono una squadra valida, pur “valendo” complessivamente, dati “Transfermarkt” alla mano, un diciottesimo del Barcellona (1.230 miliardi contro 66 milioni di euro). Il lavoro di Abelardo consiste quindi principalmente nella grande impronta motivazionale che è riuscito a dare alla squadra. Dopo aver posto le basi per il successo, bisogna crederci, sino all’ultimo minuto più recupero; molti dei gol vittoria in questa stagione infatti sono arrivati nei minuti di recupero, come quello dell’ex West Ham Jonathan Calleri, valso l’1-1 contro il Getafe. Il colpo di testa di Manu Garcia che ha consegnato i tre punti agli Albiazules contro il Real Madrid, dopo quasi novant’anni di sconfitte, è arrivato al 95’, così come il gol vittoria di Borja Baston contro il Villareal, siglato al ’94. In totale, i gol nei minuti di recupero hanno consegnato all’Alaves ben sette punti, senza i quali navigherebbero nel più totale anonimato della metà classifica. Questo dato ci consegna un altro punto d’osservazione: la dominazione del campo. Il lavoro svolto da Abelardo sul training ground è impressionante: la sua squadra è capace di farsi attaccare per novanta minuti, coprendo però tutti gli spazi e lavorando più senza che con la palla tra i piedi. Il pressing degli Albiazules non è però totalmente passivo: una volta superata la metà campo, gli avversari vengono affrontati in frequenti uno contro uno, atti a riprendere il più velocemente possbile palla e ripartire in contropiede, ma permette anche di poter marcare più uomini contemporaneamente e oscurare le linee di passaggio al portatore di palla. Il vero lavoro dell’ex Barcellona ha riguardato nello specifico il centrocampo: le ali per tutto il match tornano in copertura restringendo le opzioni al portatore di palla appiattendosi, mentre i centrali – in particolare il neo acquisto Ximo Navarro proveniente dal retrocesso Las Palmas – si alzano a pressare il portatore. Gli uomini di Abelardo ormai applicano alla perfezione questa tattica, anche se contro avversari più propositivi, come il Valladolid o i due principali club di Madrid, sussistono non pochi problemi. L’approccio difensivo che ha permesso però di concedere solo un gol a partita in media (a dispetto di club molto più attrezzati come Betis e Bilbao che ne hanno concessi – rispettivamente – quindici e diciannove) ha determinato le fortune di Abelardo: nel suo 4-1-4-1 la squadra difende come “un uomo solo”, un’unità compatta. Sin dall’arrivo del nuovo tecnico l’Alaves ha concluso ben quindici partite senza subire gol, semplicemente coprendo con determinazione gli spazi e costringendo anche il proprio reparto offensivo a fare lo stesso. Una volta ottenuta palla però, una delle principali debolezze dell’Alaves consiste nelle ripartenze, poiché pecca di uomini rapidi, e questo è sicuramente uno dei temi che costringerà Abelardo e la società ad operare sul mercato al più presto. Questa tattica difensivista, pur con i propri limiti dovuti al discreto tasso tecnico della rosa, non ha impedito ai babazorros di segnare con regolarità in questa stagione; gli Albiazules hanno concluso solo tre partite (tra cui le prime due) senza segnare, e dopo essersi sbloccati hanno siglato ben diciassette gol  nei restanti undici match disputati finora. La forza dell’Alaves è nella distinzione dal classico team spagnolo, nella differenziazione dalla massa. Spesso e volentieri, in una sorta di dogma, le squadre spagnole sembrano quasi costrette ad applicare il tiqui-taca e giocare palla a terra. Abelardo invece ha puntato molto sui calci piazzati, dai quali sono scaturiti ben sei gol. L’ex blaugrana non ha inventato un nuovo stile di gioco, ha semplicemente alzato la testa, in tutti i sensi, e ha proposto qualcosa che nessuno dei suoi predecessori ha mai tentato di fare: puntare sui corner, arrivando a finalizzarne ben il 18% in più rispetto alla scorsa stagione e portando la sua squadra a diventare la miglior realizzatrice di angoli nella Liga. Non un’impresa quando il tuo reparto offensivo è composto da Calleri, Borja Baston, e Manu Garcia tutti più alti di un metro e ottanta. Alti sì, ma non grandi finalizzatori. Fra gli undici nuovi acquisti di questa estate, si nota l’attenzione della società a voler puntare sulle occasioni a buon mercato, con molta esperienza in Liga, come Guidetti, Jony e Borja Baston. Tutte operazioni a basso costo che si sono rivelate fruttuose proprio grazie al lavoro di Abelardo.

Alaves 1, Real Madrid 0. E’ lecito sognare?

 

L’Alaves può sognare?

In maniera diretta, è veramente complicato che Abelardo possa compiere un miracolo in stile Leicester con l’Alaves mantenendolo nelle prime posizioni fino a fine stagione. Lo sforzo fisico che obbliga a compiere ai propri giocatori nel coprire l’intero campo per novanta minuti non sarà facile da sostenere per tutta la stagione, durante la quale potrebbero sempre sorgere diversi inconvenienti come squalifiche o infortuni. La sfida più grande per l’Alaves sarà quindi far fronte comune con il proprio manager, elevando il semplice obiettivo di evitare la retrocessione a concludere nella parte alta della classifica, sensibilmente più alla portata dei Babazorros. Di sicuro, un club come l’Alaves non lo si vede così di frequente lottare per un posto in Europa, ed è obbligatorio sognare, cercando di non distaccarsi troppo da terra; una defaillance di un top team potrebbe consegnare un incredibile risultato ai ragazzi di Abelardo, il quale potrebbe vedere legato il suo futuro a una panchina più prestigiosa, anche se, saggiamente, il tecnico continua a ripetere: “L’obiettivo è poter giocare la Liga anche il prossimo anno”. Anche se potrebbe non essere l’unica competizione per l’Alaves…

 

Articolo a cura di Piergiuseppe Musolino

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